mercoledì 5 novembre 2008

L’attesa del nuovo Mosè - Barack Obama - Fonte Lucia Annunziata - La Stampa HARLEM (NEW YORK)

L'attesa del nuovo Mosè

Fonte Lucia Annunziata - La Stampa HARLEM (NEW YORK)- Da Sylvia's è tutto preso. Prenotazioni finite settimane fa, ma tanto alla fine i posti a sedere non si conteranno, chiunque entrerà, e il cibo non sarà certo il problema. Al 328 Lenox Avenue, altezza 126esima strada di New York, nel leggendario ristorante di Harlem, un lungo bancone all'entrata e due grandi sale di lato ancora con linoleum sui tavoli, è passata dal 1962 tanta di quella gente che è solo logico che questo sia oggi uno dei luoghi da dove si assisterà in diretta a quella che tutti sperano sia la giornata più importante nella vita degli Afro Americani. «CHANNEL SEVEN HERE ALL DAY» , avverte un cartello nel ristorante. E sulla prima pagina del «Culvert Chronicles», le cui copie sono sparse in giro in tutti i negozi di Harlem, un richiamo in neretto ricorda: «Quando racconterete ai vostri figli del momento più straordinario del XXI secolo, dite loro che lo avete festeggiato con i VIP da Sylvia's".

Per ora tuttavia, da Sylvia's è ancora tutto calmo. Come tutto è calmo ad Harlem. Una clemente giornata di novembre aiuta chi fa le lunghe file davanti ai seggi. Dal taxi che attraversa Manhattan diretto verso il Nord dell'isola si vedono file allungarsi intorno ai seggi. E lunghe code attraversano anche Harlem, simbolo ancora, nella nostra memoria collettiva, dell'isolamento della vecchia comunità afro americana, in realtà diventato una delle zone più vitali della città.

Il quartiere oggi è una zona multiculturale, moderna, con ampie aree di rinnovamento urbano, in cui grandi edifici si alternano a graziose vecchie «brownstones», le case in arenaria rossa rinnovate dalla borghesia nera e bianca, fianco a fianco alle aree tradizionali di vecchi negozi e case perse. Senza nessuna condiscendenza, si può dire che Harlem in questi ultimi anni ha ripreso il glamour dei momenti migliori della sua storia, ridiventando un quartiere molto chic. Un altro segno della tranquilla scalata al potere e all'influenza che gli afroamericani hanno costruito in questi anni.

A colazione da Sylvia's con uno dei predicatori molto popolari della zona, mi accorgo che è lui ad aver usato l'aggettivo «tranquillo» già una infinità di volte. Il fatto è che, al centro delle emozioni, Harlem è effettivamente tranquilla. «E come potremmo non esserlo? La storia è già fatta, questo momento era da lungo tempo in preparazione», mi spiega con il suo staccato da predicatore, il Ministro William R. Price, Pastore della «Church of the People», di fede «interdenominational», cioè aperta a tutti, cioè non fanatica. Il Reverendo è vestito come nei giorni di festa e di preghiera - abito scuro, camicia bianca, cravatta scura - e, come in un giorno di festa, pronto a ordinare un sostanzioso piatto di uova e bacon tagliato doppio. «Tutto questo è stato deciso tanto tanto tempo fa, quando nessuno di noi poteva ancora capire dove saremmo arrivati», continua. «Yeahh», sente e conferma, come in Chiesa, la ragazza che dietro il bancone riempie le tazze di caffè.

La storia di queste elezioni vista da questo uomo di religione è quella del nuovo Messia. «Abbiamo sofferto, e abbiamo pianto, abbiamo disperato e cantato, ma nel frattempo tutto ci stava portando a questo punto». Lo so che queste sue parole confermano i luoghi comuni di molti bianchi che sottolineano la «irrazionalità» dell'appoggio che i neri d'America danno a Obama, l'attesa di un nuovo Salvatore. «Ma non c'è nulla di strano a rivendicare come religiosa questa esperienza - ribatte Price. - Che cosa è "religione"? Un alcolizzato beve religiosamente dalla sua bottiglia. Un manager si dedica religiosamente all'accumulazione di denaro. E oggi io penso che religiosamente la storia ci sta portando la sua deliverance».

Deliverance - salvataggio, liberazione. «Se lei ci pensa bene, vedrà che Obama è il nuovo Mosè. Le somiglianze sono impressionanti. Mosé fu cresciuto come un orfano, dentro la casa del Faraone, e Mosè un giorno raccolse un popolo che aveva perso la sua direzione per dirgli quale era questa direzione». Questa storia, dice Price, «l'aveva vista forse Martin Luther King Junior, quando disse "sono salito sulla cima di una montagna e ho visto la terra promessa", ma non ci poté dire molto di più».

La storia americana, da questa prospettiva, si ricuce tutta in una unica catena di eventi in cui finalmente si trova una ragione per tutto il sangue che è stato versato e che al momento è sembrato solo sangue perso. «E' stato ucciso King Junior e Kennedy il Presidente e Kennedy suo fratello. E il sangue dei giovani del ghetto è stato disperso nell'odio e nella disperazione, ma nel frattempo la storia camminava...». Persino l'11 settembre ritrova un suo senso profondo, in questo percorso ricostruito al contrario: «Fu un enorme sacrificio, in cui l'America per la prima volta si ritrovò' insieme, si strinse senza nessuna differenza di colore.

Nell'11 settembre non si disse mai di che colore erano i morti, né si calcolò di che colore erano i soccorritori. L'11 settembre è stato un sacrificio di sangue che ha dimostrato che l'America era arrivata a stringersi senza differenze». L'America di Obama, dunque, come l'America senza odio? «Senza odio, sì. E' lui stesso il simbolo dell'impossibilità di odiarsi: africano, americano, cresciuto per qualche anno in Asia. Si può odiare una parte di se stessi?». Amen. Vedremo, Reverendo.

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