martedì 2 febbraio 2010

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ZENIT

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Servizio quotidiano - 02 febbraio 2010

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Benedetto XVI: il consacrato, "ponte verso Dio"
Celebra la Giornata Mondiale della Vita Consacrata

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 2 febbraio 2010 (ZENIT.org).- La persona consacrata è un “'ponte' verso Dio per tutti coloro che la incontrano”, ha dichiarato questo martedì pomeriggio Benedetto XVI nella Basilica di San Pietro in Vaticano.

Nella festa della Presentazione del Signore, il Papa ha celebrato la XIV Giornata mondiale della Vita consacrata in modo diverso dagli ultimi anni, presiedendo la celebrazione dei Vespri anziché incontrare i partecipanti al termine della tradizionale Messa presieduta dal prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica, il Cardinale Franc Rodé.

Nella sua omelia, il Pontefice ha richiamato il testo biblico del giorno (Lc 2, 22-40), sottolineando come nella Presentazione di Gesù al Tempio “è Dio stesso a presentare il suo Figlio Unigenito agli uomini, mediante le parole del vecchio Simeone e della profetessa Anna”.

In Oriente, ha ricordato, questa festa veniva chiamata Hypapante, festa dell’incontro: “infatti, Simeone ed Anna, che incontrano Gesù nel Tempio e riconoscono in Lui il Messia tanto atteso, rappresentano l’umanità che incontra il suo Signore nella Chiesa”.

La festa si estese poi anche in Occidente, sviluppando soprattutto il simbolo della luce e la processione con le candele, che diede origine al termine “Candelora”.

“Con questo segno visibile si vuole significare che la Chiesa incontra nella fede Colui che è la luce degli uomini e lo accoglie con tutto lo slancio della sua fede per portare questa luce al mondo”, ha commentato.

Sant'Ivo di Chartres e Sant'Anselmo, ricorda a proposito della “Candelora” “L'Osservatore Romano”, sottolineavano che “la cera, opera dell'ape virginea, è la carne virginea di Cristo, che nascendo non ha intaccato l'integrità della Madre; lo stoppino, che sta dentro la cera, è l'anima umana di Cristo; la fiamma, che brilla nella parte superiore, è la divinità di Cristo”.

Cristo mediatore, base della vita consacrata

Dal 1997, Giovanni Paolo II volle che in concomitanza con la festa liturgica della Presentazione fosse celebrata in tutta la Chiesa una speciale Giornata della Vita Consacrata.

“L’oblazione del Figlio di Dio simboleggiata dalla sua presentazione al Tempio”, ha constatato il suo successore, è infatti “modello per ogni uomo e donna che consacra tutta la propria vita al Signore”.

Benedetto XVI ha quindi sottolineato che la Giornata ha un triplice scopo: “lodare e ringraziare il Signore per il dono della vita consacrata”; “promuoverne la conoscenza e la stima da parte di tutto il Popolo di Dio”; “invitare quanti hanno dedicato pienamente la propria vita alla causa del Vangelo a celebrare le meraviglie che il Signore ha operato in loro”.

E' solo a partire dalla “professione di fede in Gesù Cristo, il Mediatore unico e definitivo”, ha proseguito, che nella Chiesa “ha senso una vita consacrata, una vita consacrata a Dio mediante Cristo”.

“Ha senso solo se Lui è veramente mediatore tra Dio e noi, altrimenti si tratterebbe solo di una forma di sublimazione o di evasione. Se Cristo non fosse veramente Dio, e non fosse, al tempo stesso, pienamente uomo, verrebbe meno il fondamento della vita cristiana in quanto tale, ma, in modo del tutto particolare, verrebbe meno il fondamento di ogni consacrazione cristiana dell’uomo e della donna”.

Le persone consacrate, inoltre, “tengono viva l’esperienza del perdono di Dio, perché hanno la consapevolezza di essere persone salvate, di essere grandi quando si riconoscono piccole, di sentirsi rinnovate ed avvolte dalla santità di Dio quando riconoscono il proprio peccato”.

“Sperimentano la grazia, la misericordia e il perdono di Dio non solo per sé, ma anche per i fratelli, essendo chiamate a portare nel cuore e nella preghiera le angosce e le attese degli uomini, specie di quelli che sono lontani da Dio”.

In una società che “rischia di essere soffocata nel vortice dell’effimero e dell’utile”, ha concluso il Pontefice, la vita consacrata è un importante “segno di gratuità e d’amore”, testimoniando “la sovrabbondanza d’amore che spinge a 'perdere' la propria vita, come risposta alla sovrabbondanza di amore del Signore, che per primo ha 'perduto' la sua vita per noi”.

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Il Cardinale Rodé annuncia due nuovi documenti sulla vita consacrata
Riguarderanno i fratelli laici, la preghiera e la formazione liturgica dei religiosi e delle religiose
ROMA, martedì, 2 febbraio 2010 (ZENIT.org).- La Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica sta preparando un documento sui fratelli laici – che dovrebbe uscire già per l’autunno prossimo - e uno rigurdante la preghiera e la formazione liturgica dei religiosi e delle religiose.

E' quanto ha anticipato ai microfoni della Radio Vaticana il Cardinale Franc Rodé, Prefetto del Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.

“Costatiamo che negli ultimi decenni il numero dei fratelli laici è calato molto – ha spiegato il porporato –: i fratelli delle scuole cristiane – ad esempio - erano 16 mila nel ’65; oggi non arrivano a 5 mila”.

Un problema, secondo il porporato, che riguarda tutte le Congregazioni di fratelli e anche le Congregazioni miste di sacerdoti e fratelli: “il numero dei fratelli è calato molto di più rispetto al numero dei sacerdoti”.

“Noi pensiamo – ha continuato – che una delle ragioni del calo di queste vocazioni di fratelli laici sia dovuta proprio ad una certa mancanza di attenzione da parte della Chiesa a questa figura di cristiano consacrato del fratello laico: né il Vaticano II, né i documenti post-conciliari hanno infatti ribadito l’importanza di questa vocazione”.

“Ci sono delle allusioni qua e là, ma non c’è niente di più – ha aggiunto –. Noi vogliamo fare un documento dedicato specificatamente a questa figura del fratello laico, che è una figura autonoma, una figura che ha un senso in se stessa, che ha un’identità propria”.

“Un fratello laico non è – come si pensa spesso e come la gente crede – qualcuno che non ha potuto, non ha voluto o non poteva per qualche ragione diventare prete – ha affermato il Cardinale Franc Rodé –. Si tratta di una vocazione che ha una logica in se stessa, che ha una missione particolare nella Chiesa: e la storia lo prova ampiamente”.

A questo proposito il porporato ha menzionato il ruolo svolto dalle Congregazioni dei fratelli nella formazione e nell’educazione dei giovani, o come modello di santità (molti di loro sono stati canonizzati).

La Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica è inoltre impegnata in una riflessione sull’importanza della preghiera che, secondo il Cardinal Rodé, “presenta oggi delle difficoltà, che forse in un tempo passato, in un tempo in cui il ritmo della vita era un po’ più umano e non c’era tanto stress, non c’era tanto rumore” non presentava.

“Oggi in un mondo così movimentato come il nostro, la preghiera diventa certamente più difficile – ha detto –. Noi dobbiamo mettere l’accento sulla assoluta necessità della preghiera nella vita spirituale di un consacrato e di una consacrata. Questo vogliamo cercare di farlo con la realizzazione di un documento che stiamo preparando”.

“C’è poi anche un altro punto di vista – ha proseguito –: il Cardinale Cañizares, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha avuto l’idea – che mi ha proposto – di fare un documento interdicasteriale, con una prima parte affidata al nostro dicastero ed una seconda curata dal dicastero per il Culto Divino, sulla formazione liturgica dei religiosi e delle religiose”.

Al riguardo il Cardinal Rodé ha lamentato da una parte “una certa 'ignoranza', una certa mancanza di conoscenza e di formazione liturgica nei giovani religiosi e religiose”, e dall'altra “anche delle fantasie liturgiche che non sono sempre di buon gusto e che non corrispondono al desiderio e alla volontà della Chiesa e allo spirito stesso della Liturgia”.

“Questa parte sarà compito della Congregazione per il Culto Divino e faremo insieme un documento unico, composto da due parti, quella relativa alla preghiera e quella relativa alla formazione liturgica – ha quindi concluso –. Io penso che ambedue le parti siano necessarie e saranno – mi auguro – di profitto per la vita spirituale dei religiosi e delle religiose”.

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Grave errore di due ricercatori rilancia false accuse contro Pio XII
Sbagliano la data di un documento e accusano il Papa di una cosa non accaduta

di Jesús Colina

ROMA, martedì, 2 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Un documento presentato come prova dell'indifferenza di Pio XII di fronte alla “razzia” degli ebrei di Roma contiene un gravissimo errore di datazione da parte dei ricercatori che lo hanno presentato: il testo era stato scritto prima di quei terribili fatti.

Contrariamente a quanto hanno affermato i due ricercatori che hanno diffuso le “rivelazioni”, non si tratta inoltre di un documento inedito: era già stato pubblicato nel 1964 ed era ampiamente noto agli storici.

Domenica scorsa, l'agenzia ANSA ha pubblicato una nota per presentare le rivelazioni di Giuseppe Casarrubea e Mario Cereghino, che hanno ritrovato negli archivi britannici un documento che secondo loro era datato 19 ottobre 1943, cioè tre giorni dopo la razzia degli ebrei di Roma da parte dei nazisti.

Nel documento, l’incaricato di affari americano Harold Tittman riferiva al Governo USA del suo incontro con Papa Eugenio Pacelli, che “invece di indignarsi per la deportazione di oltre mille ebrei romani si mostra in forte ansia per ‘le bande comuniste che stazionano nei dintorni di Roma’”, secondo l'interpretazione del documento offerta dall'ANSA.

Come ha spiegato in un messaggio inviato a ZENIT il professor Ronald Rychlak, della University of Mississippi, autore di alcune ricerche su Pio XII, i ricercatori hanno commesso un gravissimo errore nella lettura della data.

“Il messaggio trascritto a Washington da Harold Tittmann è datato 19 ottobre, ma c'è un errore. I resoconti vaticani mostrano che l'incontro tra Tittmann e il Papa ebbe luogo il 14 ottobre”, afferma.

“'L'Osservatore Romano' del 15 ottobre 1943 riportava infatti in prima pagina che Tittmann era stato ricevuto dal Papa in un'udienza privata il 14 ottobre 1943”, mentre la razzia contro la Comunità ebraica avvenne il 16 ottobre.

“A quanto pare, un '14' è stato letto erroneamente come un '19'”, osserva Rychlak. “Il Papa non menzionava la retata degli ebrei perché non era ancora avvenuta!”.

“La sua preoccupazione era che un gruppo di comunisti commettesse un atto violento, e questo avrebbe portato a serie ripercussioni. Ovviamente, dimostrò di essere nel giusto la primavera seguente”, conclude il professore.

Un “inedito” pubblicato 46 anni fa

In queste rivelazioni figura un altro grave errore, dato che gli storici le hanno presentate come inedite all'ANSA. Il documento in realtà era già stato pubblicato nel 1964 ed è ampiamente conosciuto dagli storici. Si trova nella serie “Foreign Relations of United States” (FRUS), ed è inserito nel secondo dei volumi relativi al 1943, a p. 950.

Nel suo blog Andrea Tornielli, vaticanista de “Il Giornale”, ricorda che Casarrubea e Cereghino non sono nuovi a questo tipo di “rivelazioni”.

“Nell’ottobre 2008 – scrive Tornielli – spacciarono per inedito un documento per usarlo contro Pio XII (sempre rilanciato dall’ANSA) e furono costretti a scusarsi, come si può leggere sul sito vaticanfiles.splinder.com”.

Sulla questione si è espresso anche il prof. Matteo Luigi Napolitano, docente di Storia delle relazioni tra Stato e Chiesa e di Storia dei trattati e politiche internazionali dell’Università di Urbino, che sulla pagina I segni dei tempi ha affermato che il documento citato da Casarrubea e Cereghino è noto anche in traduzione italiana, essendo stato pubblicato da Ennio Di Nolfo nel suo libro “Vaticano e Stati Uniti: dalle carte di Myron Taylor” (Milano 1978, ripubblicato nel 2003).

Il documento che i due ricercatori dicono “inedito”, ricorda, è stato presentato e discusso nelle biografie e in molti saggi su Pio XII, “libri che evidentemente Casarrubea e Cereghino non si sono dati la pena di leggere, continuando a spacciare come ‘nuove’ e ‘inedite’ cose che gli storici, quelli seri, conoscono e discutono da anni”.

 

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Il futuro del Dicastero di Giustizia e Pace visto dal suo Presidente
Parla il Cardinale Turkson, primo porporato della storia del Ghana

di Edward Pentin

ROMA, martedì, 2 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson è ora il più anziano prelato africano della Curia romana.

Due settimane fa, l’Arcivescovo di Cape Coast, Ghana, di 61 anni, ha ricevuto l’incarico di presiedere il Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, al posto del Cardinale Renato Martino, che si è ritirato per motivi di età.

Parlando con lui, martedì 26 gennaio, nei suoi uffici di Trastevere, a Roma, ha sottolineato che è ancora troppo presto per presentare i suoi piani per il Dicastero, ma ha comunque dato qualche indicazione sulla sua futura direzione.

Attingendo al suo background africano ha espresso l’auspicio di poter apportare al lavoro del Consiglio quel “grande senso di solidarietà” del continente. Uno dei temi principali del Sinodo per l’Africa dello scorso anno – del quale è stato Relatore generale – era “un senso comune di fratellanza dell’umanità” che, ritiene, “sarà utile per creare comprensione e giungere al perseguimento del bene comune”.

Come suo secondo grande contributo auspica di poter apportare un forte senso di giustizia, forgiato attraverso la sua esperienza di vita in Africa, dove i Paesi sono da tempo caduti vittima di governi ingiusti o dello sfruttamento straniero. “Se potessimo vedere questo aspetto, se questo aspetto potesse essere migliorato, l’instaurazione della pace ne gioverebbe molto, perché vi è molta gente in Africa che se lo augura”.

L’Arcivescovo non ha voluto rivelare altre linee programmatiche, preferendo trarre spunto dalla leadership di Benedetto XVI. Infatti, uno dei primi compiti che si è imposto è quello di incontrare il Santo Padre per chiedergli della sua visione sul Consiglio. “Riconosco che lui è il Capo e che tutti i Dicasteri esistono per aiutarlo a svolgere la missione e il ministero della Chiesa”, afferma.

“Quindi non vorrei che nulla dei miei programmi si discosti dai suoi”. Si propone poi di visitare tutti i Presidenti dei Dicasteri insieme al suo Vice, il Vescovo Mario Toso, anch’egli relativamente nuovo nel Dicastero.

In sintesi, spera di costruire su ciò che il Cardinale Martino ha già ottenuto: “Mi perdonino gli africani questa espressione, ma non vorrei mai diventare come un Capo di Stato africano”, scherza. “Quando si insedia un nuovo governo, spazza via tutto ciò che ha fatto quello precedente, accusandolo di corruzione. Invece, io desidero mantenere un senso di continuità, per scoprire ciò che è stato fatto e quanto si è andati avanti”.

Nato da madre metodista e padre cattolico a Wassaw Nsuta, nel Ghana occidentale, il Cardinale Turkson ha studiato al seminario St. Anthony-on-Hudson di New York, prima di essere ordinato sacerdote a Cape Coast nel 1975. Ha proseguito gli studi svolgendo il dottorato presso il Pontificio Istituto biblico di Roma, prima di essere nominato Arcivescovo di Cape Coast nel 1992. Giovanni Paolo II lo ha creato Cardinale nel 2003, all’età di 55 anni, diventando uno dei più giovani membri del Collegio cardinalizio.

Con la nomina a Relatore generale del Sinodo per l’Africa dello scorso anno, è stato segnalato da molti come un prelato in forte ascesa. Alcuni hanno persino parlato di lui come un serio concorrente per il papato e possibile primo Papa nero. Ride a questa allusione e ripete ciò che aveva detto a una conferenza stampa durante il Sinodo: che quando un sacerdote accetta la sua vocazione, deve accettare anche la possibilità di diventare un giorno Vescovo o Cardinale. Se questo significa che un sacerdote africano diventi Papa, “perché no?”, si chiede. Ma non ritiene che sia necessariamente probabile, conscio del fatto che il mondo è ancora “abbastanza sensibile” al colore della pelle. “Come ha detto Eli nel libro di Samuele – aggiunge – Dio è Dio e farà ciò che a Lui par bene, pertanto lasciamolo a Lui.”

Due temi concreti, probabilmente, saranno nei prossimi anni al centro dell'attenzione del Dicastero presieduto dal Cardinale Turkson. Il primo è il modo in cui i governi e il mondo della finanza intendono rispondere alla crisi economica e in che misura l’enciclica sociale di Benedetto XVI Caritas in veritate verrà seguita dai leader mondiali (il documento sottolinea che alla base dell’attuale crisi vi è l’assenza di moralità, di etica e di verità).

Sebbene a suo avviso è troppo presto per dire se le riforme che vengono attuate si pongono in linea con la Caritas in veritate, la sua convinzione è che la gente sta prestando ascolto. “Ciò che posso dire per certo è che l’interesse dei governi del mondo, di prestare attenzione alle parole del Papa, si è rafforzato molto ultimamente”, afferma. “Questo interesse è per me forse la cosa più positiva: qualcuno finalmente è disposto ad ascoltare”. Riconosce, tuttavia, che il fatto che poi si agisca concretamente alla luce delle affermazioni del Papa è un’altra questione ancora, ma almeno l’attenzione è alta.

Un secondo tema che sarà fondamentale è quello dell’ambiente. Un argomento oggetto di grande attenzione da parte di Benedetto XVI. Non crede che il Santo Padre stia elaborando una “nuova teologia” dell’ambiente, come qualcuno ha suggerito. “Si tratta piuttosto di adottare una coscienza ambientale”, afferma. Il Cardinale sottolinea che la parola chiave che unisce la Caritas in veritate al Messaggio per la Giornata mondiale della pace, che collega la cura per l’ambiente con la pace, è “solidarietà”.

“Finora era normale riferirsi al senso umano di cura per il creato. Era questo il modo religioso o teologico di presentare la questione”, spiega. “Adesso è la solidarietà: che la nostra vita sulla terra dipende tanto dalla terra quanto da noi stessi. Pertanto, è come un tipo di rapporto simbiotico che noi dobbiamo apprezzare ora più che mai”.

Il Cardinale Turkson rifiuta poi ogni idea secondo cui la giustizia sociale sarebbe una preoccupazione prevalentemente di sinistra, considerandola come un retaggio della Teologia della liberazione degli anni ’60 e ’70. “Seguendo l’intuizione del Concilio Vaticano II per questo Dicastero, il suo compito è di riflettere e tradurre la dottrina della Chiesa sui temi sociali”, afferma. “Penso che sia un punto di vista molto valido, a cui questo ufficio cerca di dare attuazione e, in questo senso, non lo vedo come un programma di sinistra”. Allo stesso tempo ritiene necessario “stare in allerta e vigiliare affinché non venga strumentalizzata” da ideologie politiche.

Questo ci porta a una delle maggiori preoccupazioni del Cardinale: la scarsa catechesi in Africa, sia dei laici che dei sacerdoti, che tende a impegnare la mente ma non il cuore, portando quindi alla superficialità. Il Cristianesimo – sottolinea – ha a che vedere con un evento, un’esperienza e in ultima analisi con una conversione. Troppo spesso – afferma – la catechesi è stata svolta limitando Gesù a informazioni e idee, anziché a insegnamento ed esperienza personale. La fede è spesso insegnata a memoria e questo – teme – ha le sue conseguenze.

“Possiamo concludere che abbiamo gente nei seminari che non ha mai fatto un’esperienza reale di Gesù; che ha solo una nozione di un qualche Gesù, e questo è destinato a perpeturarsi”, lamenta. “Non puoi dare ciò che non hai”.

Osservo che forse questo è anche un problema dell’Occidente. “Non volevo dire questo!”, ride, “ma questo potrebbe ben essere l’origine della crisi che abbiamo dalle nostre parti”. I cattolici che non hanno fatto l’esperienza di Gesù in questo modo, ma che si basano meramente sulla ragione, hanno più probabilità ad essere persuasi da un’altra persona “che sembra più convinta e più logica”, sostiene.

La sua fermezza nella fede e nella ragione e la sua consapevolezza della necessità della solidarietà, fanno ben sperare per la sua futura collaborazione con il Santo Padre.

Se a ciò si aggiunge la sua apertura, la sua franchezza e il suo buon umore, il Cardinale Turkson appare foriero di buoni auspici come nuovo Presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace.


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Notizie dal mondo


L'economia cubana è al collasso
Secondo un'analisi pubblicata dalla rivista dell'Arcidiocesi dell'Avana

L'AVANA, martedì, 2 febbraio 2010 (ZENIT.org).- La rivista “Palabra Nueva” (http://www.palabranueva.net), dell'Arcidiocesi dell'Avana, constata nel suo ultimo numero che l'economia del Paese caraibico sta andando verso il collasso.

Secondo un articolo firmato dal sacerdote Boris Moreno, esperto in Scienze Economiche, le cause sono dovute in buona parte all'ideologia seguita dall'Esecutivo di Raúl Castro Ruiz.

Per il sacerdote, la politica economica del Governo “è stata caratterizzata da una mancanza di definizione sia di prospettiva che di mezzi, sequestrata dalla 'ricentralizzazione' ideologica che vuole mantenere ad ogni costo un ordine di cose che affoga il Paese e che ora, di fronte alla grave crisi mondiale, sembra fare acqua e come arsenale di risposte ha solo le affermazioni utopistiche e il riaggiustamento attraverso una forte riduzione delle spese che può portare a un collasso socioeconomico”.

“Nonostante certi successi e la capacità di rimandare gravi problemi del sistema, l'economia cubana affronta ora, a causa dei suoi squilibri interni e minacciata dalla difficile situazione mondiale, un contesto molto preoccupante”.

Padre Moreno ricorda poi che la crescita economica dell'1,4% del 2009 contrasta gravemente con il 6% previsto (e annunciato) dal Governo cubano, che ha ammesso una grave crisi di liquidità e ha progettato un discreto 1,9% per il 2010, con misure di risparmio, taglio delle spese sociali e priorità agli investimenti in settori che generano valuta.

Per il presbitero, dell'attuale équipe economica di Castro non si conoscono “né le intenzioni né le proposte, né i piani, forse in base alla prevalenza dell'ideologia che ha sempre vinto sulla razionalità economica”.

Cuba ha come principali fonti di entrate la vendita di nichel, il turismo, l'esportazione di servizi ad altri Paesi e le rimesse inviate dai cubani che lavorano all'estero.

L'articolo fa riferimento alla “quasi improduttività nello sfruttamento di nichel, con una caduta del prezzo dell'80%”, e alla riduzione delle entrate derivanti dal turismo e dalle rimesse, per la crisi economica che colpisce gli Stati Uniti, dove vive la maggior parte degli emigrati cubani.

Sono anche diminuite le entrate per il lavoro dei medici e degli altri professionisti che Cuba offre al Venezuela, di fronte alle difficoltà di questo Paese per il crollo dei prezzi del petrolio. L'isola caraibica affronta dunque una “delicata ed esplosiva esposizione finanziaria”, che fa aumentare il debito estero, mentre “varie linee di credito sono state chiuse e altre rincarate, aggravando la mancanza di liquidità e correndo il rischio di insolvenza”.

Altri temi criticati nell'articolo di padre Moreno sono i livelli di efficienza molto bassi dell'agricoltura e dell'industria cubane, così come l'“indisponibilità” del Governo a “potenziare le capacità imprenditoriali con riforme sostenibili”.

Anche se il Governo cerca di promuovere l'efficienza pagando la rendita lavorativa, nel 2009 la produttività è scesa dell'1,1%. Persistono l'eccessiva burocrazia, i furti allo Stato per alimentare il mercato nero e la mancanza di stimoli visto che il salario medio è di 20 dollari al mese, in una società abituata al paternalismo statale, con sanità e istruzione gratis e servizi sovvenzionati.

“Gli appelli a lavorare duramente e con efficienza non riusciranno a cambiare la situazione - scrive padre Moreno -. Le condizioni socio-economiche di un Paese non cambiano per i discorsi o i decreti”.

A due anni e mezzo dall'ascesa di Raúl Castro al potere, conclude, “non si intravede alcun segnale dei cambiamenti promessi”, e “la sfiducia si sta diffondendo”.

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Dal Forum di Davos nessuna risposta alle principali questioni economiche
Il Segretario Generale della Caritas: più speranze che profitto

DAVOS, martedì, 2 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Dopo aver partecipato al Forum Economico Mondiale di Davos (Svizzera), il Segretario Generale della Caritas ha affermato che ci si chiede se le istituzioni finanziarie possano davvero essere motivate da qualcosa che superi il mero beneficio e voler vegliare anche sul bene comune.

E' questa la riflessione di Lesley-Anne Knight dopo la conclusione, domenica, dei cinque giorni di riunione dei politici e dei leader mondiali.

La Knight si è chiesta se è possibile che i leader del mondo finanziario abbiano le migliori intenzioni e che gli aiuti allo sviluppo possano dirigersi ai poveri e non solo agli interessi nazionali.

“Come persone della Caritas, como segno e azione dell'amore di Dio per tutta l'umanità, questa deve continuare ad essere la nostra speranza”, ha indicato.

In quanto Segretario Generale di una rete di 164 organizzazioni che lavora in più di 200 Paesi, la Knight ha partecipato al Forum intervenendo alle sessioni e guidando dibattiti di gruppo.

Valori

Dall'anno scorso, ha sottolineato, i leader dell'economia mondiale si sono concentrati sui grandi valori, visto che la mancanza di valori “è stata identificata come un fattore chiave della crisi finanziaria globale”.

L'incontro di Davos di quest'anno ha acquisito la stessa enfasi, ha detto la Knight, con l'intento da parte dei partecipanti di “identificare i valori che mancano nella società e, cosa più importante, capire come possano essere messi in pratica”.

Dal canto suo, ne ha sottolineati tre: la compassione, il coraggio e “soprattutto” il rispetto.

La Knight ha infatti chiesto “rispetto per ogni vita umana, per la dignità di tutti, per la famiglia umana e per tutto il contesto naturale in cui viviamo”.

Il Forum ha lasciato la leader della Caritas con “un insieme di sentimenti contrapposti”, ha riconosciuto.

“Il Forum è positivo per rispondere alle crisi, per identificare soluzioni innovative e affrontare nuove sfide – con le parole del tema di quest'anno, per 'riproporre, ridisegnare e ricostruire' –, ma ciò che mi preoccupa è che si trascurino i problemi vecchi, cronici, del mondo, come la povertà”, ha ammesso.

Come esempio di ciò, la Knight ha sottolineato la mancanza di interesse, in una sessione, per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, già molto in ritardo.

Dopo aver diretto il dibattito “Lezioni del passato per ridisegnare valori futuri”, organizzato dalle comunità di fede nel Forum, ha scritto: “La mia esperienza abituale è che quando persone di diverse professioni e con diversi bagagli culturali si riuniscono in una conversazione, troviamo senza difficoltà valori comuni che ci uniscono su obiettivi condivisi”.

“Questi sono stati descritti come il rispetto per la dignità di ogni persona umana, la solidarietà, la preoccupazione per il bene comune e la cura dei più vulnerabili della nostra società”.

La vera sfida, ha tuttavia osservato, è che “le nostre istituzioni finanziarie ora li mettano in pratica”.

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Kuwait: immigrati indiani riescono ad aprire una parrocchia
La quarta della Diocesi, dedicata a San Daniele Comboni

KUWAIT, martedì, 2 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Il vicario apostolico del Kuwait, il Vescovo Camillo Ballin, ha istituito la nuova e quarta parrocchia della Diocesi del Kuwait venerdì 29 gennaio durante una Messa concelebrata.

Dedicata a San Daniele Comboni, la parrocchia è situata nella zona di Jleeb Al-Shuyouk e assisterà soprattutto le necessità pastorali degli immigrati indiani provenienti da Mangalore e Kerala.

Durante la cerimonia, è stato letto il decreto episcopale dell'erezione canonica della parrocchia, che segnala le aree della sua influenza.

I cattolici della zona hanno pregato a lungo per avere una parrocchia. Hanno anche recitato una novena a San Daniele Comboni per chiederne l'intercessione.

La parrocchia ha avviato il suo centro missionario a Jleeb Al-Shuyoukh (Abbassiya) nel settembre 2008.

Ha adottato San Daniele Comboni come patrono perché “vogliamo che questo santo interceda per noi per una chiesa ad Abbassiya”, ha spiegato il Vescovo Ballin.

Uno dei fedeli della nuova parrocchia ha sottolineato: “E' una grande consolazione spirituale per noi avere una casa di preghiera e tre religiosi”.

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Italia


Vita consacrata: innamorati di Dio che praticano la sequela di Cristo
Messaggio di monsignor Crepaldi per i religiosi e le religiose

di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 2 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Oggi due febbraio Festa della Presentazione di Gesù al Tempio, monsignor Giampaolo Crepaldi ha diffuso un messaggio per la Giornata per la Vita consacrata.

L’Arcivescovo di Trieste ha sottolineato il grande valore dei religiosi e delle religiose che sono segno e profezia per la comunità dei fratelli e per il mondo, innamorati di Dio la cui norma fondamentale è la sequela di Cristo indicata dal Vangelo.

“La presenza di numerosi consacrati e consacrate - ha spiegato l’Arcivescovo-, impreziosisce, con la loro testimonianza evangelica, la vita della nostra Chiesa particolare, rendendola maggiormente conforme al progetto divino di amore”.

Monsignor Crepaldi ha illustrato la storia e la funzione della vita consacrata all’interno della Chiesa, affermando, che “non è un dato soltanto sociologico, ma propriamente teologico ed ecclesiale” e che anche se non riguarda la struttura gerarchica della Chiesa, essa “fa parte indiscutibilmente della sua vita e della sua santità”.

Come ribadito dal Concilio Vaticano II l’origine evangelica della vita consacrata si riflette nei molteplici consigli evangelici, tra i quali la vita di comunione fraterna, la preghiera, l’amore, la rinuncia, il martirio, radicati nei tre classici: celibato o verginità, povertà e obbedienza.

Nella descrizione della vita consacrata, i Padri Conciliari hanno parlato di un tipo speciale di sequela cristiana e di vita evangelica descritta come: letterale, radicale, più stretta, più libera, o di forma totale, esclusiva, unica, piena, assorbente, massima, senza riserve e più somigliante allo stesso Cristo.

Per questo motivo, il principio primo e generale del rinnovamento e “norma fondamentale della vita religiosa è la sequela di Cristo indicata nel Vangelo”.

E’ in questo contesto che l’Esortazione post-sinodale sulla Vita Consacrata del 1996, conclude affermando che “la professione dei consigli evangelici … pone [i chiamati alla vita consacrata] quale segno e profezia per la comunità dei fratelli e per il mondo”.

“Segno profetico – ha rilevato l’Arcivescovo – che proviene dalla quotidiana passione di amore per Dio e dalla passione di amore verso l’uomo, soprattutto quello indifeso e povero, dall’annuncio e dalla testimonianza del disegno di amore che il Padre celeste ha realizzato nel Figlio e proviene anche dalla denuncia di tutto ciò che nega o allontana dall’amore e dalla tenerezza del Padre”.

I consacrati – ha aggiunto monsignor Crepaldi – conducono l’avventura della fede, “non per essere neutrali/indifferenti davanti alle angosce e ai bisogni dei nostri contemporanei... ma per aver ‘occhi’ per interpretare profondamente la storia, e ‘cuore’ per impegnarsi in toto alla luce del Mistero della Redenzione”.

Per comprendere meglio il valore e il significato del fatto che i religiosi siano un segno profetico anche nella Diocesi e nella città di Trieste, l’Arcivescovo ha voluto indicare alcuni monasteri ed esperienze.

Tra queste il Monastero di San Cipriano, dove vivono una ventina di monache benedettine che “hanno eroicamente abbandonato tutto e tutti e per sempre per gridare a tutti, con la loro presenza silenziosa e orante che Dio è tutto, che senza Dio e prive di Dio le nostre vite sono perdute e infelici”.

Monsignor Crepaldi ha poi ricordato le tante parrocchie dove sono presenti i religiosi (Carmelitani scalzi, Claretiani, Francescani conventuali, Francescani minori, Gesuiti, Sacramentini, Salesiani, Servi di Maria) capaci di comunione, di fraternità e di amicizia, generosi nella solidarietà e nell’accoglienza dei poveri.

Ed ha aggiunto: “Questi religiosi – parroci e collaboratori parrocchiali - vivono in mezzo al popolo di Dio, condividendone le gioie e le speranze, le tribolazioni e le delusioni e impreziosiscono, con la loro consacrazione a Dio, la loro missione pastorale tra i fedeli delle loro parrocchie”.

E poi dedicano il loro tempo e le loro energie sacerdotali per coltivare e curare le anime, offrendo il conforto della Parola di Dio e la grazia santificante dei sacramenti, soprattutto del Battesimo, della Confessione, del Matrimonio cristiano e dell’Eucaristia.

Accolgono i bambini, offrono la catechesi e la formazione nelle varie fasi della vita, accompagnano all’incontro con il Signore quando arriva sorella morte.

Alcuni di essi sono presenti, con ammirevole dedizione, negli ospedali della città, nelle carceri, o si dedicano a promuovere una cultura illuminata dal Vangelo di Gesù.

“Sono religiosi, consacrati totalmente a Dio, e proprio per questa ragione generosamente dediti alle anime e alla loro salvezza”.

L’Arcivescovo di Trieste ha quindi ricordato i Francescani cappuccini che a Montuzza “imbandiscono ogni giorno la mensa dei poveri”.

In merito ai tanti convegni che si fanno sulla povertà, monsignor Crepaldi ha detto dei religiosi "non il fenomeno della povertà li riguarda, ma i poveri in carne e ossa, i loro volti, le persone concrete e le loro storie di vita sventurata, perché in essi vedono il Signore e ne contemplano i tratti del Volto divino”.

Tra le religiose monsignor Crepaldi ha sottolineato l’opera di quelle che gestiscono e promuovono la scuola materna e un oratorio, indaffaratissime in compiti educativi e formativi dei bambini e delle giovani generazioni.

A queste ha associato anche le religiose che, a Trieste, curano una libreria cattolica: “tutte impegnate sul fronte delicatissimo dell’educazione, per il venir meno di una istituzione come la famiglia, particolarmente debilitata da continui e sconsiderati attacchi”.

In questo ambito – ha sostenuto monsignor Crepaldi – “le religiose esprimono, in maniera esemplare, il loro impegno di promozione umana delle persone secondo il codice educativo che imparano quotidianamente nella contemplazione orante di Dio Creatore e Salvatore”.

Di fronte alle vanezze culturali e spirituali del nostro tempo, l’Arcivescovo ha spiegato che la verginità delle religiose “ci insegna che non ci può essere gioia nello sciupare l’esperienza umana dell’amore in un nevrotico vagabondaggio affettivo”.

“La loro obbedienza – ha continuato – ci insegna che la libertà va esercitata nel rispetto di una responsabile adesione al Decalogo e alla legge naturale, soprattutto quando si ha a che fare con i valori della vita, della famiglia e della giustizia sociale; la loro povertà ci insegna che non si può conseguire alcuna felicità duratura confidando esclusivamente nei beni terreni, pur importanti, perché l’unico bene eterno è Dio”.

In conclusione al suo Messaggio monsignor Crepaldi ha chiesto: “se improvvisamente scomparisse dalla geografia spirituale e dall’orizzonte quotidiano della nostra diocesi la presenza operosa e generosa dei consacrati e delle consacrate, la nostra città sarebbe più ricca e migliore? o più povera e peggiore?”.


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Don Bosco a Rosarno, tra solidarietà e integrazione

di suor Anna Rita Cristaino*

ROSARNO, martedì, 2 febbraio 2010 (ZENIT.org).- A Rosarno quest'anno la festa di don Bosco ha avuto un sapore diverso. E' stata preparata e vissuta all'insegna della solidarietà e dell'integrazione.

Rosarno è un comune di circa 16.000 abitanti della provincia di Reggio Calabria. La comunità fma è arrivata a Rosarno nel 1945 e attualmente è composta da 9 suore che si occupano della Scuola materna, del Centro di Formazione Professionale, dell'Oratorio e delle attività parrocchiali.

Nel mese scorso tutti i giornali e le tv del mondo hanno riportato i “fatti di Rosarno” successi il 7 gennaio, giorno in cui c'è stata una rivolta di immigrati che hanno reagito con violenza ad un'aggressione da parte di alcuni abitanti del posto. Per alcuni giorni la cittadina ha vissuto momenti molto forti di tensione. Molti immigrati, che si trovano a Rosarno per il lavoro della raccolta degli agrumi, sono stati mandati via dalla città, gli abitanti di Rosarno hanno vissuto con paura i momenti della rivolta. Dopo però, quando la situazione è sembrata tornare alla calma, c'è chi ha iniziato a riflettere. Ognuno sta cercando di comprendere cosa poteva fare per evitare che si arrivasse allo scontro. I lavoratori immigrati sono a Rosarno da tanti anni. Non c'erano mai state tensioni con gli abitanti del posto, e le istituzioni, tra cui il mondo della scuola, lavorano da tempo con varie iniziative e progetti per l'integrazione. Ma qualcosa non ha funzionato. I lavoratori, abitavano tutti alla “Rognetta”, una sorta di baraccopoli, senza infrastrutture. Ora è stata demolita. La città sta cercando di reagire. Vuole mostrare al mondo di non essere razzista, anzi di operare per l'integrazione e la cooperazione.

Ed è proprio in questa ottica, che il Liceo Statale R. Piria, il comune di Rosarno, i volontari del Servizio civile, i Servizi sociali, con la comunità delle fma, hanno preparato la festa di don Bosco.

Il 30 mattina, nell'auditorium del Liceo è stato organizzato un incontro “Semplicemente insieme” con gli studenti per riflettere su quanto accaduto a Rosarno e cercare di comprendere quali passi si possono fare perchè quello che è accaduto non si ripeta. E' stata invitata suor Leontine Sonyi, della Repubblica Democratica del Congo, che ha parlato della sua esperienza di vita salesiana, e soprattutto di come è difficile all'inizio per una persona che arriva da un'altra cultura ambientarsi in un Paese straniero, quali sono le cose che fanno problema, ma ha anche presentato il lato positivo dell'integrazione e della multiculturalità.

Suor Leontine, rivolgendosi ai giovani ha detto: “Voi siete il motore della società, voi siete il cuore del mondo, se il cuore non batte forte, tutto si ferma. La speranza per costruire insieme è nelle vostre mani, così come indicava don Bosco a i suoi giovani”. Gli interventi dei rappresentanti delle istituzioni hanno sottolineato che alcuni provvedimenti, come la regolarizzazione dei permessi di soggiorno e dei contratti di lavoro, il rendere salubri le abitazioni dei lavoratori immigrati erano interventi che dovevano già essere stati applicati e che adesso si mostrano ancora più urgenti. I ragazzi della scuola, hanno mostrato con orgoglio quanto hanno fatto, animati dalla loro preside, per cercare strade di integrazione.

Alla fine dell'incontro però non ci si può sentire completamente soddisfatti. Tutti sanno in coscienza che c'è ancora molto da fare. Fino a quando gli immigrati saranno immigrati e non Rosarnesi, non si potrà parlare di vera integrazione. E tutti personalmente, e nel privato, non soltanto nelle manifestazioni pubbliche, devono interrogarsi su quali stereotipi accompagnano il loro percepire gli stranieri nel loro territorio e nella loro vita.

La festa di don Bosco è poi continuata all'oratorio e in parrocchia. Domenica mattina, il parroco don Pino Varrà, durante l'omelia ha detto che i desideri di pace e di solidarietà si possono realizzare nella misura in cui ciascuno mette la propria volontà e le proprie azioni concrete a disposizione dei sogni che ha. Altrimenti i sogni rimangono utopie.

Dopo la messa un lancio di palloncini colorati, a cui i bambini avevano legato un cuore su cui era scritto un impegno e un desiderio, è stato il segno di voler ricominciare, insieme. Nella serata, la festa è continuata con canti e danze in oratorio. Don Bosco, a Rosarno, invita i giovani a farsi portatori di tolleranza e integrazione. Al di là di ogni interesse di parte, al di là di ogni ideologizzazione politica, al di là di ogni minaccia della criminalità organizzata, che in queste terre purtroppo ha molta incidenza.

Ogni storia può essere raccontata da diverse angolature. Si è scritto di Rosarno per denunciarne situazioni oggettivamente carenti riguardo al mondo dei lavoratori stranieri. Noi abbiamo scelto di scrivere di Rosarno per raccontare ciò che gli abitanti di questa città, e buona parte dei giovani, cercano di attuare nella vita quotidiana, senza troppi clamori, ogni giorno condividendo quello che si ha e quello che si è con chi ne ha più bisogno.

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*Suor Anna Rita Cristaino fa parte dell'Istituto Figlie di Maria Ausiliatrice, Salesiane di don Bosco

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Sul no al crocifisso nelle scuole, l'Italia presenta ricorso a Strasburgo
"Il crocifisso è uno dei simboli della nostra storia e della nostra identità"

ROMA, martedì, 2 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Contro la sentenza in cui si chiedeva la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche il Governo italiano ha presentato il ricorso in cui ribadisce che “il crocifisso è uno dei simboli della nostra storia e della nostra identità”.

Come già anticipato da Avvenire, il 29 gennaio, il Governo italiano ha depositato ricorso alla Grande Camera per il riesame della decisione del 3 novembre 2009 (caso Lautsi contro Italia - ricorso n° 30814/06) con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto che l’esposizione del crocifisso nelle aule della scuola pubblica costituisca violazione dell’articolo 2, del Protocollo 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (diritto all’istruzione), valutato congiuntamente con l’articolo 9, che tutela la libertà di pensiero, coscienza e religione .

Secondo la Corte di Strasburgo, l’obbligo all’esposizione del simbolo della confessione cristiana limita non solo il diritto dei genitori a educare secondo le loro convinzioni i figli, ma anche il diritto degli alunni di credere in altre confessioni o di non credere affatto.

Con il ricorso, il Governo italiano ha dubitato della decisione, come corretta interpretazione ed applicazione della Convenzione, per la libertà riconosciuta dalla giurisprudenza europea alla regolamentazione nazionale sulle questioni religiose. E’ stata rilevata l’inesistenza di una interpretazione condivisa del principio di laicità dello Stato.

La pronuncia è stata considerata contrastante con la giurisprudenza della stessa Corte in materia (decisione Leyla Sahin contro Turchia del 10 novembre 2005).

Il Governo ha sottolineato, che la tesi accolta dalla Corte - secondo cui l’esposizione del crocifisso in aula può rivelarsi incoraggiante per alcuni allievi che a quella religione aderiscono, ma emotivamente “inquietante” per allievi che professano altre religioni o che non ne professano alcuna - finisce per riconoscere un diritto alla protezione di sensibilità più o meno soggettive con relativa, grave incertezza giuridica.

Il testo in francese del ricorso è stato pubblicato dal Governo nella sua pagina in rete.

Nella presentazione del dossier completo di tutti gli articoli contestati, il Governo ha scritto: “Il crocifisso è uno dei simboli della nostra storia e della nostra identità. La cristianità rappresenta le radici della nostra cultura, quello che oggi siamo”.

“L’esposizione del crocifisso nelle scuole non deve essere vista tanto per il significato religioso quanto in riferimento alla storia e alla tradizione dell’Italia. La presenza del crocifisso in classe rimanda dunque ad un messaggio morale che trascende i valori laici e non lede la libertà di aderire o non aderire ad alcuna religione”.

“Cultura, tradizione, storia, identità sono queste le parole chiave per spiegare e reinterpretare la sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo che chiama in causa il governo italiano per l’esposizione del crocifisso nelle scuole”.

Contro la sentenza del 3 novembre scorso, il Governo - dopo la decisione presa nel Consiglio dei ministri del 6 novembre - ha ufficialmente chiesto il riesame del caso e in data 29 gennaio 2010 ha presentato ricorso alla Grande Camera.

Dopo aver contestato tutte le argomentazioni sollevate dalla Corte Europea di Strasburgo il ricorso del Governo si conclude ricordando che “nell'ordinamento italiano l'esposizione del crocifisso è regolamentata dal decreto legislativo 297/1994 (Testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado)”.

“In particolare – si afferma ancora –, gli articoli 159 e 190 lo includono tra gli arredi delle aule. Queste norme si incanalano nel cuneo della tradizione del nostro Paese e sono retaggio di altre più antiche: R.D. 26-4-1928 n. 1297 - Approvazione del regolamento generale sui servizi dell'istruzione elementare e R.D. 30-4-1924 n. 965 - Ordinamento interno delle Giunte e dei Regi istituti di istruzione media”.

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Interviste


Il disarmo nell'ottica della Chiesa
Intervista a Tommaso Di Ruzza, officiale del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace

di Mariaelena Finessi

ROMA, martedì, 2 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Costruzione di più sofisticate mine antiuomo, elaborazione di letali armi batteriologiche, deterrenza e minaccia del nucleare: a 20 anni dal crollo del Muro di Berlino, gli Stati - sempre più frammentati dai regionalismi - tornano ad armarsi in modo massiccio tanto da far registrare, per l'anno 2008, una spesa per gli armamenti pari a 1.464 miliardi di dollari, corrispondente a circa il 2.4% del prodotto mondiale lordo. Tommaso Di Ruzza, officiale del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace spiega, attraverso ZENIT, la posizione della Santa Sede dinanzi a questo fenomeno e lo fa attraverso un'analisi della Dottrina sociale della Chiesa in materia di disarmo.

Il Sipri, l'Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, ha stimato per il 2008 un aumento della spesa per gli armamenti degli Stati pari al 4% rispetto al 2007 e al 45% se si considera il periodo 1999-2009. Una vera corsa al riarmo, senza considerare i conflitti urbani, a cui assistiamo nelle nostre città. Una violenza divenuta quotidiana grazie alla facile reperibilità di armi leggere sul mercato nero. Dinanzi a tutto questo, qual è la prospettiva della Chiesa?

Di Ruzza: La dottrina sociale della Chiesa colloca il disarmo nell'ambito morale della responsabilità umana. Il disarmo, quindi, interessa non solo gli Stati ma, da questione di natura etica e spirituale, essa investe la mentalità e il costume di ogni persona e popolo. In tal senso risulta sempre illuminante l'insegnamento di Giovanni XXIII, che nella Lettera enciclica Pacem in terris scriveva: «L'arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica».

Questo approccio fa del disarmo integrale un vero e proprio presupposto per il disarmo degli Stati.

Di Ruzza: Esattamente. Il disarmo degli spiriti - che non pone in secondo piano il disarmo degli Stati - offre un contesto più ampio, di natura etica e spirituale, entro il quale può avere luogo la riduzione ed eliminazione degli armamenti. Senza il disarmo degli spiriti, quello degli Stati è impraticabile oppure ridotto alla strategia, se non al calcolo, degli stessi Stati. In altre parole, il disarmo integrale ha come orizzonte teoretico e di senso l'umanesimo cristiano e, quindi, l'obiettivo dello sviluppo umano integrale. Il disarmo non è quindi un fine isolato, bensì un mezzo o la rimozione di un impedimento allo sviluppo materiale, morale e spirituale di ogni persona e popolo, fine ultimo della dottrina sociale della Chiesa. Anche di recente Benedetto XVI nella Lettera al Cardinale Renato Raffaele Martino ha ribadito come: «Non è [...] concepibile una pace autentica e duratura senza lo sviluppo di ogni persona e popolo [...]. Né è pensabile una riduzione degli armamenti, se prima non si elimina la violenza alla radice, se prima, cioè, l'uomo non si orienta decisamente alla ricerca della pace, del buono e del giusto. La guerra, come ogni forma di male, trova la sua origine nel cuore dell'uomo».

Nel Messaggio per il 40° anniversario dell'Onu del 18 ottobre 1985 Giovanni Paolo II propone la meta di un «disarmo generale, equilibrato e controllato» degli Stati.

Di Ruzza: Con questa espressione il Pontefice indica una meta da raggiungere con urgenza, e al tempo stesso con giudizio e gradualità. Si comprende infatti la portata degli aggettivi «equilibrato» e «controllato»: l'alternativa sarebbe la consegna immediata della vittima nelle mani del carnefice. Ciò richiede un grande equilibrio tra spirito profetico e prudenza, che i Padri del Concilio Vaticano II hanno espresso nella Costituzione pastorale Gaudium et spes: «La guerra non è purtroppo estirpata dalla umana condizione. E fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un'autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa». La meta è quella di un mondo senza armi ma questo è possibile solo in un mondo senza la minaccia della guerra.

Una impostazione di questo tipo non potrebbe essere indicativa di un pensiero debole?

Di Ruzza: Tutt'altro, essa si fonda piuttosto sull'accettazione della fragilità della condizione umana: «In quanto gli uomini sono peccatori - continua la Gaudium et spes - li sovrasta la minaccia della guerra». Per questo si rende necessaria un'autorità pubblica a difesa della giustizia e della pace. E come dice san Paolo «non invano essa porta la spada».

Resta la questione centrale in materia di disarmo: il fine della difesa giustifica allora qualsiasi mezzo?

Di Ruzza: Certamente no. Il diritto alla legittima difesa non può essere anzitutto soggetto ad interpretazioni equivoche sul piano politico o militare. Esistono poi dei limiti intrinseci, il primo dei quali è  radicato nella inviolabilità e dignità della persona umana, principio permanente della dottrina sociale della Chiesa. Anche nel quadro del diritto internazionale, ad esempio, la violazione del ius ad bellum (cioè delle norme sul ricorso alla forza armata) da parte di chi offende non legittima la violazione del ius in bello (cioè delle norme sull'uso della forza armata) da parte di chi si difende. Non è possibile commettere un crimine di guerra come risposta ad un crimine contro la pace. Un ulteriore principio limita più precisamente il possesso e l'uso delle armi: il principio di sufficienza, «in base al quale - chiarisce il Pontificio consiglio della Giustizia e della Pace ne Il commercio internazionale della armi. Una riflessione etica - ogni Stato può possedere unicamente le armi necessarie per assicurare la propria legittima difesa. Questo principio si oppone all'accumulo eccessivo di armi o al loro trasferimento indiscriminato». La sufficienza è da intendere in senso quantitativo e qualitativo.

Il principio di sufficienza vieterebbe allora sia l'accumulo eccessivo di armi convenzionali, sia l'accumulo e l'uso, anche minimo, di armi indiscriminate o di distruzione di massa.

Di Ruzza: Esatto. Non risulta coerente al principio di sufficienza l'accumulo eccessivo di armi convenzionali, da quelle pesanti che quelle leggere e di piccolo calibro sino a quelle cosiddette non letali, brevettate cioè per inabilitare aggressori o criminali ma concretamente capaci di uccidere. Pensiamo alla crisi del teatro di Dubrovka di Mosca del 2004, dove ostaggi civili furono uccisi dalle forze speciali intervenute con armi chimiche non letali o ai casi di morte da taser, diffusori di scosse elettriche in dotazione a molti corpi di polizia nel mondo. Non solo, non risulta coerente al principio di sufficienza il possesso e l'uso di armi dagli effetti indiscriminati, incapaci cioè di distinguere tra civili e combattenti, come le mine antipersona o le munizioni a grappolo. A maggior ragione, non risulta coerente al principio di sufficienza il possesso, l'uso e la stessa minaccia dell'uso di armi di distruzione di massa, come accade con la dottrina della deterrenza nucleare. Come si può difendere una società con armi capaci di eliminare la società stessa? La difesa avrebbe la capacità o l'effetto tragico e paradossale di provocare un danno maggiore di quello realmente subito o semplicemente temuto.

Volendo schematizzare, qual è la dottrina sociale della Chiesa in materia di disarmo?

Di Ruzza: La Chiesa offre una visione integrale del disarmo alla luce dei suoi principi permanenti e nell'orizzonte dello sviluppo umano integrale. Ciò presenta delle sfide a diversi livelli. Il disarmo è anzitutto una sfida etica e spirituale. Il riferimento essenziale è infatti la persona umana a tutti i livelli di convivenza, dal particolare al globale. Certamente, esiste una diversità di ruoli e responsabilità ma tutti siamo implicati nel disarmo, chiamati a disarmare i cuori e ad abbracciare quelle che Paolo VI chiamava le "vere armi della pace". Il disarmo è poi una sfida educativa che richiede l'impegno e un'alleanza pedagogica tra la famiglia e i soggetti impegnati nella formazione soprattutto quelli di ispirazione cristiana. Quindi una sfida economica: di fatti una voce rilevante del prodotto mondiale lordo deriva dall'industria e dal commercio nel settore militare. Un dato sollecita che una riflessione critica: ingenti risorse sono infatti destinate agli armamenti e non allo sviluppo. Una responsabilità questa che grava su tutti gli Stati. Sia quelli sviluppati, sia quelli in via di sviluppo che impongono sacrifici enormi ai loro popoli pur di guadagnare potenza e prestigio sul piano militare. Nella Lettera enciclica Caritas in veritate, non a caso Benedetto XVI invita l'umanità a figurare un nuovo modello di sviluppo, sottolineando come la crisi può essere anche «occasione di discernimento e di nuova progettualità». Infine, e non da ultimo, il disarmo è una sfida diplomatica per la comunità internazionale, avendo presente che essa riguarda sia gli attori statali che gli attori non statali, sempre più coinvolti nei cosiddetti conflitti asimmetrici.

A proposito della sfida diplomatica, da alcuni anni va affermandosi una sorta di "nuova diplomazia" nel settore del disarmo e del controllo degli armamenti: può spiegarci qual è il ruolo delle Organizzazioni non governative nel settore del disarmo?

Di Ruzza: Nel contesto delle Nazioni Unite spesso i negoziati sono bloccati dalla resistenza di paesi particolarmente influenti. Ciò ha indotto ad attivare trattative al di fuori dell'Onu con dei risultati sorprendenti. Questa nuova diplomazia ha favorito dunque la partecipazione attiva delle Organizzazioni non governative, assai preziosa per il loro essere voce della società civile. Nel Processo di Oslo, ad esempio, circa trecento ong riunite nella Cluster Munition Coalition, hanno fornito rapporti di natura tecnica e umanitaria ai delegati degli Stati favorendo l'adozione della Convenzione sulle munizioni a grappolo. Un modello di attività diplomatica, questo, che mostra gli effetti reali della dottrina sociale della Chiesa, e la grande valenza del principio di sussidiarietà, per cui il disarmo non interessa solo gli Stati e i canali classici della diplomazia. Un modello che dovrebbe motivare molto le ong, in particolare per quelle di ispirazione cristiana. Pensiamo al ruolo che potrebbero giocare le grandi organizzazioni come Pax Christi o Caritas, oppure le stesse Commissioni nazionali Iustitia et Pax e le Conferenze episcopali. Pensiamo alla Lettera pastorale su guerra e pace nell'era nucleare pubblicata dai Vescovi degli Stati Uniti nel 1983, che offrì un notevole contributo al dibattito sulle armi nucleari in piena Guerra Fredda. Oppure alla grande campagna pubblica contro il rinnovo del sistema nucleare Trident della Gran Bretagna animata dalla Conferenza episcopale di Scozia e quella di Inghilterra e Galles nel 2007.

Nella prospettiva del disarmo integrale entra allora in gioco la stessa intelligenza umana. Cioè la direzione della ricerca tecnologica e scientifica.

Di Ruzza: La questione resta legata alla libertà e all'intelligenza umana. Cosa viene ricercato? Lo sviluppo o la semplice potenza? Oltre agli imperativi di tipo etico, o agli strumenti giuridici di settore, potrebbero essere ottimizzati alcune norme già presenti nell'ordinamento internazionale generale. Ad esempio i TRIPS (gli accordi internazionali sugli aspetti commerciali legati ai diritti di proprietà intellettuale), prevedono la possibilità per gli Stati di vietare la registrazione di brevetti il cui sfruttamento minacci l'ordine pubblico o la salute e la vita umana. Ciò potrebbe essere utile a prevenire lo stesso brevetto di armi indiscriminate o di distruzione di massa. Tutto insomma riconduce alla mentalità umana. Cambiando questa, potranno cambiare i sistemi, le istituzioni, i metodi di convivenza. Erasmo da Rotterdam nel piccolo volume del 1517, Lamento della pace, facendo parlare la pace scriveva: «Cominciai ad augurarmi di trovare posto almeno nel cuore di un uomo solo. Ma neppure questo mi fu concesso. L'uomo lotta con se medesimo, la ragione fa guerra ai sentimenti, e in più sentimenti sono in conflitto fra di loro, di qui il richiamo della devozione, di là l'attrazione della bramosia». Nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, pur nella coscienza della complessità delle variabili politiche, economiche, militari e strategiche, resta ferma la centralità della persona umana. Questo approccio rende il disarmo una sfida forse più impegnativa, poiché legata al risanamento dei cuori. Ma sicuramente più coerente alla prospettiva dello sviluppo umano integrale e del bene comune.

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"Parola di Dio ed Esercizi spirituali"
Intervista al Segretario Nazionale della Federazione Italiana Esercizi Spirituali

di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 2 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Si svolgeranno dal 18 al 20 febbraio prossimo a Sassone (Castelli Romani) i lavori della XXIV° Assemblea Nazionale della Federazione Italiana Esercizi Spirituali (FIES).

Sul tema “Parola di Dio ed Esercizi spirituali: dai temi sinodali ai tempi forti dello Spirito” interverranno tra gli altri: monsignor Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura (“La Parola di Dio nella spiritualità e nella missione della Chiesa”); padre Francesco Rossi De Gasperis, S.I., del Pontificio Istituto Biblico (“La Bibbia negli Esercizi Spirituali e gli Esercizi Spirituali nella Bibbia”); monsignor Renato Corti, Vescovo di Novara (“Chi dà gli Esercizi Spirituali e chi fa gli Esercizi Spirituali”).

Inoltre vi saranno Laboratori per approfondire il rapporto tra Esercizi spirituali e clero, vita consacrata, laici, giovani, famiglie, parrocchia e vocazioni. I moderatori dei Laboratori saranno sacerdoti che hanno grande esperienza sui relativi settori.

Per meglio conoscere la storia, l’attualità e la pratica moderna degli Esercizi spirituali, ZENIT ha intervistato padre Stanislao Renzi, C.P. Segretario Nazionale della FIES.

In un mondo come quello moderno così secolarizzato, quali sono le ragioni che voi proponete per promuovere e praticare gli Esercizi spirituali?

Padre Renzi: “La secolarizzazione, che spesso si muta in secolarismo abbandonando l'accezione positiva di secolarità, mette a dura prova la vita cristiana dei fedeli e dei pastori… è oggi una sfida provvidenziale così da proporre risposte convincenti ai quesiti e alle speranze dell'uomo” (Benedetto XVI).

Gli Esercizi spirituali, in quanto ascolto della Parola di Dio a lungo ruminata, consentono all’esercitante di discernere la volontà di Dio e, uniformandosi ad essa, supera la mentalità in cui Dio è assente e, allo stesso tempo, s’impegna a vivere in comunione con Dio e con i fratelli.

Per questa ragione la Federazione degli Esercizi Spirituali (FIES) promuove gli esercizi spirituali e stimola i responsabili della Case, ad essa aggregate, a programmare ogni anno esercizi per ogni categoria di persone: sacerdoti, religiosi, laici, giovani, anziani in vista del rinnovamento della vita cristiana per dare una risposta alle gravi sfide poste dalla società secolarizzata e dalla indifferenza religiosa.

“Non dimenticate mai che gli esercizi sono una richiesta insistente, che la Chiesa rivolge non solo ai suoi ministri sacri, ai religiosi ed alle religiose, a tutte le persone consacrate, ma anche a coloro che amano rientrare in se stessi, dedicare a Dio del tempo con l’animo aperto alla speranza di incontrarlo sul proprio cammino, per amarlo e seguirlo di più” (Giovanni Paolo II, Udienza alla FIES nel 25° anniversario della sua fondazione).

A proposito dell'attualità degli Esercizi spirituali, così si espresse Paolo VI: "La pratica degli Esercizi costituisce non solo una pausa tonificante e corroborante per lo spirito, in mezzo alle dissipazioni della chiassosa vita moderna, ma altresì una scuola ancora oggi insostituibile per introdurre le anime ad una maggiore intimità con Dio, all'amore della virtù e alla scienza vera della vita, come dono di Dio e come risposta alla sua chiamata".

Nel 1967 i Vescovi del Triveneto scrissero una lettera sulla "Validità degli Esercizi spirituali", e raccomandarono "a perseverare in questo apostolato che si rivela giorno per giorno sempre più prezioso". Senza escludere l'impegno di sperimentare forme che si adattino ai nostri tempi, si insiste "sulla classica struttura degli Esercizi ignaziani, così valida e provvidenziale nel suo clima di riflessione e di profondo silenzio" (Pietro Schiavone, S.I., "Il Progetto del Padre”, pp.12-13).

Molti giovani non sanno neanche più che cosa sono gli Esercizi spirituali e perché si praticano. Può spiegarcelo brevemente?

Padre Renzi: È vero che molti giovani non sanno neanche più che cosa sono gli Esercizi spirituali e perché si praticano: oggi vivono in un mondo che ama il chiasso, non il silenzio e il raccoglimento e molti vogliono essere liberi da leggi e disciplina. A costoro è difficile parlare di "ricerca della volontà di Dio nella disposizione della propria vita".

Vi sono però tanti (dai 20 ai 30 anni) che praticano gli Esercizi spirituali frequentando assiduamente corsi, a volte nei fine settimana, in case di spiritualità, i cui rappresentanti offrono a loro la possibilità di pregare e riflettere individualmente e comunitariamente, in modo da discernere le scelte della vita e fare un proprio cammino spirituale nella Chiesa. I corsi sono aperti a tutti i giovani che desiderano maturare nella fede e approfondirla al fine: di sforzarsi di ordinare la propria vita secondo il progetto di Dio.

Va anche ricordato che, secondo S. Ignazio, gli Esercizi spirituali non sono un tempo di studio o di semplice raccoglimento e preghiera. Sono ricerca: "Come il passeggiare, il camminare, il correre sono esercizi fisici, così si dicono Esercizi Spirituali ogni modo di preparare e disporre l'anima a togliere tutti gli affetti disordinati e, dopo averli tolti, a cercare e trovare la volontà di Dio nella disposizione della propria vita, per la salvezza della propria anima" (Es. Sp. Ann.1).

Può narrarci la storia degli Esercizi spirituali? Quando sono nati? Cosa dice la Bibbia al riguardo? Quali sono i santi e gli ordini religiosi che hanno praticato il carisma degli Esercizi spirituali?

Padre Renzi: Gli Esercizi spirituali già sono praticati dai Padri del deserto, però quelli che possiamo considerare classici risalgono a S. Ignazio di Loyola che comincia a scriverne il libro nel 1622 e lo perfeziona nel 1548. Il libro inizia agli Esercizi ponendo prima delle domande fondamentali: per qual fine Dio ci ha creati? Lo scopo degli Esercizi, nel pensiero di S. Ignazio, è quello di ordinare la propria vita secondo il progetto di Dio, ovvero l'uomo è creato per servire Dio, e solo attraverso questo può arrivare alla salvezza.

Egli raccomanda di fare gli Esercizi spirituali in un luogo diverso dal proprio ambiente abituale. Esistevano infatti delle “case di esercizi” dove il silenzio e la quiete aiutavano gli esercitanti a fare questi Esercizi spirituali.

Dalla Bibbia S. Ignazio ha attinto le idee per la graduale composizione del libro degli esercizi spirituali, in cui trasfonde i suoi sentimenti trovandovi il segreto per discernere la volontà di Dio. Quindi la Bibbia resta un testo fondamentale per ogni tipo di Esercizi spirituali. Sarebbe lungo cercare tutti i passi della Bibbia che si riferiscono agli Esercizi spirituali. Ne trovo particolarmente uno nel salmo 118, 47-64. Il salmista dice al Signore di aver scrutato le sue vie e di rivolgere i suoi passi verso i comandamenti; si dice pronto a custodire i decreti del Signore. Infine chiede al Signore di insegnarli il suo volere, giacché dell’amore del Signore è piena la terra. Analogo è l’itinerario dell’esercitante il quale rivede la propria vita per orientarsi nel senso della volontà di Dio.

Altri riferimenti potrebbero essere la Vergine Maria che medita in cuor suo tutto quanto avviene intorno Maria, infatti ascoltava e meditava le Scritture, legandole alle parole di Gesù e agli avvenimenti che veniva scoprendo nella sua storia in rapporto al suo Figlio; altro ancora l’invito di Gesù ai discepoli di ritirarsi in solitudine per un riposo che è spiritualmente salutare. Infine il riferimento alle Scritture nel colloquio con i discepoli di Emmaus, perché comprendano quanto è avvenuto nella sua morte e risurrezione. Gli Esercizi di S. Ignazio ripercorrono tutta la vita di Gesù come è narrata nei Vangeli.

Oltre a S. Ignazio di Loyola molti santi hanno praticato gli Esercizi spirituali come rinnovamento della vita cristiana. Ne citiamo solo alcuni: S. Domenico, S. Francesco d’Assisi, S. Giuseppe Cafasso, S. Paolo della Croce, S. Alfonso Maria de’ Liguori, S. Leonardo da Porto Maurizio, ecc. Tutti sono stati instancabili nella predicazione e anche nel confessionale come ministri della misericordia di Dio, aiutando gli uomini a ritrovare se stessi, a lottare contro il peccato e a progredire nel cammino della vita spirituale.

Il tema scelto dalla FIES quest'anno è “Parola di Dio ed Esercizi spirituali: dai temi sinodali ai tempi forti dello Spirito”. Può illustrarci il perché e come verrà sviluppato il tema?

Padre Renzi: Il Sinodo 2008 ha preso in considerazione la Parola di Dio in tutta la sua ampiezza. Lo scopo era quello di interrogarsi sulla conoscenza e la diffusione della Parola e sulla capacità che ha la Chiesa di estendere e di rafforzare l’incontro dell’uomo di oggi con la Parola di Dio, la catechesi e la pietà popolare.

L’assemblea della FIES, con il tema scelto dal Consiglio nazionale, si pone tra le numerose iniziative per la promozione della Parola di Dio, in vista degli Esercizi spirituali che, fatti con una rinnovata familiarità con la Parola di Dio, potranno avere positivi influssi sulla vita quotidiana degli esercitanti, in un mondo caratterizzato dal relativismo e dal consumismo.

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Omelia del Papa per i Vespri nella XIV Giornata della Vita Consacrata

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 2 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata da Benedetto XVI nel presiedere questo martedì sera, nella Basilica Vaticana, la celebrazione dei Vespri con i membri degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica.




* * *

Cari fratelli e sorelle!

Nella festa della Presentazione di Gesù al Tempio celebriamo un mistero della vita di Cristo, legato al precetto della legge mosaica che prescriveva ai genitori, quaranta giorni dopo la nascita del primogenito, di salire al Tempio di Gerusalemme per offrire il loro figlio al Signore e per la purificazione rituale della madre (cfr Es 13,1-2.11-16; Lv 12,1-8). Anche Maria e Giuseppe compiono questo rito, offrendo – secondo la legge – una coppia di tortore o di colombi. Leggendo le cose più in profondità, comprendiamo che in quel momento è Dio stesso a presentare il suo Figlio Unigenito agli uomini, mediante le parole del vecchio Simeone e della profetessa Anna. Simeone, infatti, proclama Gesù come "salvezza" dell’umanità, come "luce" di tutti i popoli e "segno di contraddizione", perché svelerà i pensieri dei cuori (cfr Lc 2,29-35). In Oriente questa festa veniva chiamata Hypapante, festa dell’incontro: infatti, Simeone ed Anna, che incontrano Gesù nel Tempio e riconoscono in Lui il Messia tanto atteso, rappresentano l’umanità che incontra il suo Signore nella Chiesa. Successivamente questa festa si estese anche in Occidente, sviluppando soprattutto il simbolo della luce, e la processione con le candele, che diede origine al termine "Candelora". Con questo segno visibile si vuole significare che la Chiesa incontra nella fede Colui che è "la luce degli uomini" e lo accoglie con tutto lo slancio della sua fede per portare questa "luce" al mondo.

In concomitanza con questa festa liturgica, il Venerabile Giovanni Paolo II, a partire dal 1997, volle che fosse celebrata in tutta la Chiesa una speciale Giornata della Vita Consacrata. Infatti, l’oblazione del Figlio di Dio – simboleggiata dalla sua presentazione al Tempio – è modello per ogni uomo e donna che consacra tutta la propria vita al Signore. Triplice è lo scopo di questa Giornata: innanzitutto lodare e ringraziare il Signore per il dono della vita consacrata; in secondo luogo, promuoverne la conoscenza e la stima da parte di tutto il Popolo di Dio; infine, invitare quanti hanno dedicato pienamente la propria vita alla causa del Vangelo a celebrare le meraviglie che il Signore ha operato in loro. Nel ringraziarvi per essere convenuti così numerosi, in questa giornata a voi particolarmente dedicata, desidero salutare con grande affetto ciascuno di voi: religiosi, religiose e persone consacrate, esprimendovi cordiale vicinanza e vivo apprezzamento per il bene che realizzate a servizio del Popolo di Dio.

La breve lettura tratta dalla Lettera agli Ebrei, che poco fa è stata proclamata, unisce bene i motivi che stanno all’origine di questa significativa e bella ricorrenza e ci offre alcuni spunti di riflessione. Questo testo – si tratta di due versetti, ma molto densi – apre la seconda parte della Lettera agli Ebrei, introducendo il tema centrale di Cristo sommo sacerdote. Veramente bisognerebbe considerare anche il versetto immediatamente precedente, che dice: "Dunque, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede" (Eb 4,14). Questo versetto mostra Gesù che ascende al Padre; quello successivo lo presenta mentre discende verso gli uomini. Cristo è presentato come il Mediatore: è vero Dio e vero uomo, perciò appartiene realmente al mondo divino e a quello umano.

In realtà, è proprio e solamente a partire da questa fede, da questa professione di fede in Gesù Cristo, il Mediatore unico e definitivo, che nella Chiesa ha senso una vita consacrata, una vita consacrata a Dio mediante Cristo. Ha senso solo se Lui è veramente mediatore tra Dio e noi, altrimenti si tratterebbe solo di una forma di sublimazione o di evasione. Se Cristo non fosse veramente Dio, e non fosse, al tempo stesso, pienamente uomo, verrebbe meno il fondamento della vita cristiana in quanto tale, ma, in modo del tutto particolare, verrebbe meno il fondamento di ogni consacrazione cristiana dell’uomo e della donna. La vita consacrata, infatti, testimonia ed esprime in modo "forte" proprio il cercarsi reciproco di Dio e dell’uomo, l’amore che li attrae; la persona consacrata, per il fatto stesso di esserci, rappresenta come un "ponte" verso Dio per tutti coloro che la incontrano, un richiamo, un rinvio. E tutto questo in forza della mediazione di Gesù Cristo, il Consacrato del Padre. Il fondamento è Lui! Lui, che ha condiviso la nostra fragilità, perché noi potessimo partecipare della sua natura divina.

Il nostro testo insiste, più che sulla fede, sulla "fiducia" con cui possiamo accostarci al "trono della grazia", dal momento che il nostro sommo sacerdote è stato Lui stesso "messo alla prova in ogni cosa come noi". Possiamo accostarci per "ricevere misericordia", "trovare grazia", e per "essere aiutati al momento opportuno". Mi sembra che queste parole contengano una grande verità e insieme un grande conforto per noi che abbiamo ricevuto il dono e l’impegno di una speciale consacrazione nella Chiesa. Penso in particolare a voi, care sorelle e fratelli. Voi vi siete accostati con piena fiducia al "trono della grazia" che è Cristo, alla sua Croce, al suo Cuore, alla sua divina presenza nell’Eucaristia. Ognuno di voi si è avvicinato a Lui come alla fonte dell’Amore puro e fedele, un Amore così grande e bello da meritare tutto, anzi, più del nostro tutto, perché non basta una vita intera a ricambiare ciò che Cristo è e ciò che ha fatto per noi. Ma voi vi siete accostati, e ogni giorno vi accostate a Lui, anche per essere aiutati al momento opportuno e nell’ora della prova.

Le persone consacrate sono chiamate in modo particolare ad essere testimoni di questa misericordia del Signore, nella quale l’uomo trova la propria salvezza. Esse tengono viva l’esperienza del perdono di Dio, perché hanno la consapevolezza di essere persone salvate, di essere grandi quando si riconoscono piccole, di sentirsi rinnovate ed avvolte dalla santità di Dio quando riconoscono il proprio peccato. Per questo, anche per l’uomo di oggi, la vita consacrata rimane una scuola privilegiata della "compunzione del cuore", del riconoscimento umile della propria miseria, ma, parimenti, rimane una scuola della fiducia nella misericordia di Dio, nel suo amore che mai abbandona. In realtà, più ci si avvicina a Dio, più si è vicini a Lui, più si è utili agli altri. Le persone consacrate sperimentano la grazia, la misericordia e il perdono di Dio non solo per sé, ma anche per i fratelli, essendo chiamate a portare nel cuore e nella preghiera le angosce e le attese degli uomini, specie di quelli che sono lontani da Dio. In particolare, le comunità che vivono nella clausura, con il loro specifico impegno di fedeltà nello "stare con il Signore", nello "stare sotto la croce", svolgono sovente questo ruolo vicario, unite al Cristo della Passione, prendendo su di sé le sofferenze e le prove degli altri ed offrendo con gioia ogni cosa per la salvezza del mondo.

Infine, cari amici, vogliamo elevare al Signore un inno di ringraziamento e di lode per la stessa vita consacrata. Se essa non ci fosse, quanto sarebbe più povero il mondo! Al di là delle superficiali valutazioni di funzionalità, la vita consacrata è importante proprio per il suo essere segno di gratuità e d’amore, e ciò tanto più in una società che rischia di essere soffocata nel vortice dell’effimero e dell’utile (cfr Esort. ap. post-sinod. Vita consecrata, 105). La vita consacrata, invece, testimonia la sovrabbondanza d’amore che spinge a "perdere" la propria vita, come risposta alla sovrabbondanza di amore del Signore, che per primo ha "perduto" la sua vita per noi. In questo momento penso alle persone consacrate che sentono il peso della fatica quotidiana scarsa di gratificazioni umane, penso ai religiosi e alle religiose anziani, ammalati, a quanti si sentono in difficoltà nel loro apostolato… Nessuno di essi è inutile, perché il Signore li associa al "trono della grazia". Sono invece un dono prezioso per la Chiesa e per il mondo, assetato di Dio e della sua Parola.

Pieni di fiducia e di riconoscenza, rinnoviamo dunque anche noi il gesto dell’offerta totale di noi stessi presentandoci al Tempio. L’Anno Sacerdotale sia un’ulteriore occasione, per i religiosi presbiteri, ad intensificare il cammino di santificazione e, per tutti i consacrati e le consacrate, uno stimolo ad accompagnare e sostenere il loro ministero con fervente preghiera. Quest’anno di grazia avrà un momento culminante a Roma, il prossimo giugno, nell’incontro internazionale dei sacerdoti, al quale invito quanti esercitano il Sacro Ministero. Ci accostiamo al Dio tre volte Santo, per offrire la nostra vita e la nostra missione, personale e comunitaria, di uomini e donne consacrati al Regno di Dio. Compiamo questo gesto interiore in intima comunione spirituale con la Vergine Maria: mentre la contempliamo nell’atto di presentare Gesù Bambino al Tempio, la veneriamo quale prima e perfetta consacrata, portata da quel Dio che porta in braccio; Vergine, povera e obbediente, tutta dedita a noi, perché tutta di Dio. Alla sua scuola, e col suo materno aiuto, rinnoviamo il nostro "eccomi" e il nostro "fiat". Amen.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]

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