lunedì 20 dicembre 2010

Gossip: Natale, cosa fanno i calciatori? Dubai, Maldive o... con mammà

Anche il calcio va in vacanza. Gli arbitri hanno fischiato la fine della
stagione 2010 e per la maggior parte dei calciatori è tempo di pensare a relax
e a viaggi. Gettonatissimo dai campioni del pallone quest'anno l'Emirato: a
Dubai andranno Paolo Cannavaro e il fratello Fabio, ma anche il parmense
Lucarelli e la città sarà meta del Milan in gruppo per qualche giorno di
preparazione al caldo.
vacanze, calciatori

Di tendenza però, sempre più, anche le vacanze natalizie in famiglia o con
mammà, come per Marco Borriello, che nonostante i suoi innumerevoli flirt a
Natale resta single e torna a casa o per Francesco Totti, che trascorrerà le
feste con Ilary e bambini alle terme senza allontanarsi troppo da Roma.

Immancabili anche le mete esotiche, poche per la verità: le più gettonate le
Maldive, dove andranno il parmense Zaccardo, il giallorosso Julio Sergio e il
viola Gilardino.

Ancora alla moda anche le capitali europee. Il capitano della Fiorentina
Montolivo partità per Amsterdam. A Londra voleranno i parmensi Valiani e
Pisano, ma anche il tecnico della Roma Ranieri. Ibrahimovic tornerà in Svezia,
Riise in Norvegia, Ilicic e Bacinovic in Slovenia. Tra i big Nesta si dividerà
fra Roma e Miami.

Immancabili anche le mete esotiche: le più gettonate le Maldive, dove andranno
il parmense Zaccardo, il giallorosso Julio Sergio e il viola Gilardino.

Foltissimo il gruppo dei sudamericani in partenza per raggiungere i familiari
lontani: dagli argentini Zarate, Santana, Bolatti, Lavezzi (che ha anticipato
il ritorno in patria a causa dell'infortunio alla caviglia), Campagnaro, Sosa,
Munoz o Piatti agli uruguaiani Muslera, Giacomazzi e Olivera, dai brasiliani
Ronaldinho, Pato, Robinho e Thiago ai cileni Jimenez e Pinilla, dal peruviano
Vargas all'honduregno Alvarez, che da cinque mesi non vede i figli.
Con qualche eccezione eccellente: ad esempio nel Catania l'argentino Maxi
Lopez resterà in Italia dopo che due giorni fa la moglie ha dato alla luce il
suo secondo figlio, ma non si muoverà da Catania dove vive ormai stabilmente
anche Ezechiel Carboni. Non torna in Brasile nemmeno Martinho.
A fare viaggi a lungo raggio per riabbracciare i familiari anche i giapponesi
della serie A: il cesenate Nagatomo (anche per giocare la Coppa d'Asia), il
catanese Marimoto.

Qualcuno approfitterà infine della sosta invernale per fare i preparativi
delle proprie nozze. Fabio Gargano ad esempio torna apposta in Uruguay: il
giorno del fatidico "sì" è programmato per il 23 dicembre e tra gli invitati
anche il cognato Hamsik e il connazionale Cavani. Per continuare i preparativi
del suo matrimonio invece non si muoverà da Palermo un altro argentino,
Balzaretti, che tra qualche mese convolerà a nozze con Eleonora Abbagnato.
L'altro talentino rosanero, il brasiliano Joao Pedro, dovrebbe concedersi un
mini-viaggio di nozze sulle coste siciliane con Aline, la ragazza che ha
sposato a fine settembre.

domenica 19 dicembre 2010

La Arcuri e lo spot sul «libro bellissimo» La Rete ride e si scatena: «È orribile»

L'attrice e la pubblicità sull'opera di Marra. L'autore: «Leggete prima di
avventurarsi nei giudizi»


MILANO - L'abbiamo vista posare su un letto di rose in reggiseno e coulotte
(come la bella Angela di American Beauty) per una nota casa di intimo, sfidare
Monica Bellucci a colpi di curve e tango (sempre in lingerie) e «farsi in tre»
per le Poste. Che Manuela Arcuri non sia fatta per gli spot non si certo può
dire. In molti la vogliono come testimonial e lei non si nega. Ma l'ultimo spot
dell'attrice di Latina, in onda sulle reti Rai, qualche dubbio l'ha suscitato.
Almeno sul web, dove gli internauti hanno bocciato lei e il prodotto
pubblicizzato, l'ultimo libro di Alfonso Luigi Marra, apostrofandoli come «i
peggiori 30 secondi del 2010».

LO SPOT - «Lo spot è un booktrailer non riuscito» è l'opinione di diversi
blogger. In sottofondo una musica da thriller di terz'ordine, un primo piano
della Arcuri e la copertina de Il Labirinto femminile. L'attrice racconta la
trama del libro, tenta una sorta di mini-recensione usando termini improbabili
come lo «strategismo sentimentale» e infine, con un tono che non lascia
trapelare emozione alcuna conclude: «È bellissimo chiedilo in edicola e in
libreria». La Rete è scatenata e su YouTube lo spot è già un cult, con decine
di migliaia di visualizzazione e commenti. «Lo spot è orrendo», si legge
navigando, «basta mi viene da vomitare», «ha il ritmo e la vivacità di un
editoriale di Minzolini». E c'è addirittura chi arriva ad affermare che «la
bruttezza del tutto è evidentemente intenzionale e volta a suscitare una
viralità senza precedenti», con tanto di complimenti ai «geni del marketing».

MARRA NEL MIRINO - Nel mirino dei naviganti è finito soprattutto l'autore del
libro in questione, Alfonso Luigi Marra. «È un fenomeno che affonda le radici
direttamente nel trash», si legge su un blog. E su un altro: «Possibile che non
mi stupisca sapere che l'uomo è stato un politico?». In effetti Marra, avvocato
di origini calabresi con la passione per la scrittura, è stato anche un
parlamentare europeo, eletto con Forza Italia nel 1994 e poi passato al gruppo
UEN. Non è in realtà la prima volta che l'avvocato-scrittore si affida alla tv
per pubblicizzare un suo libro. Lo ha fatto con l'opera prima La storia di
Giovanni e Margherita e in quel caso i testimonial furono la figlia di Marra,
prima, e l'autore in persona, poi. Anche in quel caso, critiche a non finire.
Questa volta però, Marra ha deciso di scendere in campo a difesa della Arcuri,
intervenendo nel dibattito su YouTube. «A coloro che, in questa 'cultura' degli
orifizi e delle strullate, si sperticano a definire lo spot di Arcuri il più
brutto possibile, si può solo rispondere che la gelosia è il più umano dei
sentimenti» accusa lo scrittore. «Alla schiacciante maggioranza dei cretini -
prosegue - dico tuttavia che la cosa migliore per diventare almeno un po'
intelligenti è leggere, prima di avventurarsi nei giudizi». A questo punto non
resta che attendere la prova libreria.

Gli studi pubblicati sul settimanale "Economist". Si è felici solo dopo i 46 anni

La svolta di mezza età
Il benessere emotivo è una curva a U: con la piena maturità diventa stabile


La vita comincia a 46 anni. È quella l'età del più profondo scontento: poi si
risale. A questa conclusione giunge The Economist, e ci dedica la copertina del
numero doppio di Natale. Qualche malizioso sospetterà che 46 anni sia l'età
media dei lettori del settimanale. Se soffrono di paturnie prenatalizie,
sappiano che in futuro andrà meglio. Ma non è così. L'ossessione di
quantificare la felicità è diventata la nuova ansia del mondo: i bravi
giornalisti - soprattutto se hanno un'età tra i quaranta e i cinquanta - non
possono non accorgersene. Ormai non si parla solo di GDP (Gross Domestic
Product, prodotto interno lordo) ma anche di GNH (Gross National Happiness,
felicità lorda nazionale). Ha cominciato il Buthan, Sarkozy in Francia e
Cameron in Gran Bretagna si sono detti interessati (Berlusconi no: al momento,
per lui, più della felicità conta la fiducia). Una serie di studi recenti
indica che il benessere emotivo è una curva a U. Si parte bene, da giovani. Si
scende in fretta. Poi si comincia a risalire, fino ad arrivare a una stabilità
che somiglia molto alla serenità. Quando avviene l'inversione? Lo abbiamo
detto. A 46 anni.

NADIR VARIABILE - I lettori quarantacinquenni, quindi, si consolino: manca
poco. I lettori ventenni, d'altro canto, non si preoccupino: c'è tempo. I
lettori anziani, infine, si rallegrino: non c'è mai stato periodo migliore per
invecchiare. Partendo dalla battuta di Maurice Chevalier («La vecchiaia non è
così male, se consideriamo l'alternativa»), l'Economist sfodera una serie di
informazioni interessanti, come lo studio di David Blanchflower di Dartmouth
College, che ha studiato i dati provenienti da 72 Paesi del mondo. Il nadir -
il punto più basso - del benessere personale cambia da nazione a nazione. Per
gli svizzeri è 35 anni, per gli ucraini 62. Ma la media è - ripetiamolo ancora
- 46 anni. Qualcuno potrà obiettare: c'è bisogno di uno studio americano per
sapere che tra i quaranta e i cinquanta arriva la midlife crisis? La crisi di
mezza età per cui ogni uomo (maschio) si butta in qualcosa di strano: un
investimento rischioso, una segretaria procace, un'auto veloce o un hobby
ossessivo. Una donna al suo fianco deve assistere allo spettacolo (di solito
mentre si occupa di genitori cocciuti e figli adolescenti scatenati).

VALORE ALLE COSE - Portando una scarica di opinioni accademiche a sostegno
della propria tesi, l'Economist indica alcuni elementi - diversi dai progressi
della medicina - che rendono la terza parte dell'esistenza degna d'essere
vissuta. «Quando i giovani guardano agli anziani pensano che è terrificante
sapere di essere vicini alla fine della vita», scrive il settimanale. Ma le
persone anziane hanno imparato una cosa importante: dare valore alle cose che
contano. Sono meno ambiziose e più tolleranti. Dice Laura Carstensen,
professore di psicologia a Stanford: «I giovani vanno ai cocktail sperando di
incontrare qualcuno che gli tornerà utile. Gli anziani ci vanno se ne hanno
voglia». Di solito, non ce l'hanno. E questo è saggio, conclude l'accademica:
«Perché nessuno ha veramente voglia di andare ai cocktail».

WHO E BEATLES - Pete Townsend degli Who - nel 1965, quando aveva vent'anni -
cantava: «Things they do look awful cold/Hope I die before I get old» (le cose
che fanno sembrano squallide parecchio/ spero di morire prima di diventar
vecchio). I Beatles, due anni dopo, rispondevano: «When I get older losing my
hair/Many years from now/Will you still be sending me the Valentine/Birthday
greetings, bottle of wine» (quando divento vecchio e perdo i capelli/tra molti
anni/mi manderai ancora un biglietto per San Valentino/gli auguri per il
compleanno/una bottiglia di vino). Molto tempo dopo, con il conforto
dell'Economist, possiamo dirlo: «When I'm sixty-four» batte «My generation». E
64 - se ci pensate - è il contrario di 46.
con corriere.it

Ministeri sparsi e Italia sottosopra Il biglietto di auguri di Calderoli

Il «Buone feste» del ministro. E parte la polemica


MILANO - Una cartina stilizzata dell'Italia rovesciata, con il Mezzogiorno in
alto e il Settentrione in basso. Sulle singole regioni, una palla natalizia con
la scritta dei vari ministeri: Difesa in Sicilia, Interno in Calabria, Turismo
in Sardegna, Ambiente in Campania. I dicasteri del Centro-Nord, invece, sono
indicati dal Sole delle Alpi , il simbolo della Lega (anche qui a forma di
palla di Natale): Istruzione, Sviluppo, Economia e Consob. E' il biglietto di
auguri mandato in giro dal ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli,
reso polemicamente noto dal deputato del Pd Jean Leonard Touadì. Il biglietto,
spiega l'esponente del Partito Democratico, è corredato dalla scritta "Via da
Roma i ministeri. Stiamo ribaltando il Paese" e dall'invocazione a Gesù
Bambino: "Per Natale vorrei in regalo l'approvazione del federalismo fiscale e
per l'anno nuovo vorrei vedere tanti ministeri in Padania. Grazie".

«CHE VERGOGNA» - «Chissà - sottolinea Touadì - se questo biglietto di augurio-
auspicio per il 2011, per cui si chiama in causa addirittura Gesù Bambino,
spedito dal ministro della Repubblica che risponde al nome di Roberto
Calderoli, è arrivato anche a Gianni Alemanno e Renata Polverini. Magari
comincerebbero a preparare un nuovo banchetto di pace in piazza Montecitorio
sotto le feste. Che vergogna!».

POLVERINI - «Io non l'ho avuto, mi auguro che non sia vero. Abbiamo sempre
difeso le istituzioni presenti nella Capitale e continueremo a farlo, Consob
compresa». Lo ha detto il presidente della Regione Lazio Renata Polverini, a
margine dell'iniziativa «È Natale per tutti» al Policlinico Gemelli,
commentando il biglietto di auguri che auspica lo spostamento di ministeri ed
enti al Nord che il ministro per la Semplificazione normativa Roberto Calderoli
avrebbe inviato.

con corriere.it

Foto sexy: Candice, la nuova musa di Victoria's Secret

Le foto sexy di Candice, la nuova musa di Victoria's Secret

Benitez e l'Inter I tifosi a Rafa: «Resta con noi»

Ma Moratti sbotta: parole inadeguate
Polemiche dopo la vittoria al veleno di Abu Dhabi.
Materazzi: «Quello che fa il mister non ci riguarda»

MILANO - «Rafa Benitez non mollare, resta con noi». L'Inter campione del mondo
è rientrata domenica mattina a Milano. Ad attendere la squadra a Malpensa di
ritorno da Abu Dhabi c'erano un centinaio di tifosi, che hanno sfidato il
freddo gelido per accogliere i nerazzurri e per sostenere il mister. «Resta con
noi Rafa Benitez, resta con noi» il coro degli ultrà, dopo il duro botta e
risposta tra il tecnico spagnolo e Massimo Moratti, con il primo che ha chiesto
«rinforzi» e supporto al club e il secondo che ha replicato con un secco «no».
Il trofeo in più e il Natale alle porte hanno scaldato gli animi dei tifosi,
dunque, ma di certo non quello del patron nerazzurro che ha giudicato
«inadeguate alla situazione» le dichiarazioni del suo allenatore. No comment
sul futuro del tecnico: «Per il momento di Benitez non parlo», ha tagliato
corto Moratti.

MATERAZZI LO SCARICA - A mal digerire l'ultimatum di Benitez non è stato però
solo Moratti. E tra i giocatori, è Marco Materazzi a scaricare il mister.
«Quello che fa Benitez non ci riguarda» ha detto il difensore al suo arrivo a
Malpensa. «Le cose - ha aggiunto Materazzi - le fa la società. È la società che
ci ha portato sopra il tetto del mondo, è la più forte del mondo». Ha dribblato
i giornalisti alla domanda sul futuro di Benitez l'ad dell'Inter Ernesto
Paolillo: «Complimenti alla squadra che ha disputato due bellissime partite» ha
detto. «Abbiamo festeggiato tutti insieme la vittoria - ha aggiunto -. I
ragazzi l'hanno meritata». Dopo il facile 3-0 imposto ai congolesi del Mazembe
l'allenatore spagnolo ha chiarito la sua posizione domandando «supporto» alla
società, colpevole a detta del tecnico di non avere rispettato le promesse di
mercato fatte all'inizio della stagione. Benitez, in sostanza, si è detto stufo
di fare da parafulmine e ha domandato al club i tre acquisti promessi in estate
più un rinforzo per rimpiazzare l'infortunato Walter Samuel.

Con questa equazione solleveremo il mondo

TORINO
La geografia globale della povertà sta cambiando e con essa cambiano gli aiuti
allo sviluppo, nella convinzione che la cooperazione possa «risolvere molti dei
conflitti nel mondo». Ne è convinta Nemat Shafik, segretario permanente dell'
agenzia per gli aiuti allo sviluppo del governo britannico, che offre ben 15
miliardi di dollari l'anno a 100 Paesi in via di sviluppo, tra organizzazioni
internazionali, programmi accademici e progetti della società civile. La
signora Shafik, egiziana cresciuta negli Usa, laureata a Oxford, è stata a
lungo vice presidente della Banca Mondiale. Le abbiamo parlato ieri in
occasione della sua visita a Torino dopo la lezione alla Fondazione Einaudi, l'
ottava della serie Luca d'Agliano finanziata dalla Compagnia di San Paolo (www.
dagliano.unimi.it).

Secondo Obama le società più povere forniscono terreno fertile non solo per le
malattie, ma anche per il terrorismo e le guerre. Invece proprio questa
settimana The Economist sostiene che ridurre la povertà non riduce il terrore
nel mondo. Chi ha ragione?
«È vero che i terroristi non provengono necessariamente dai ceti più poveri,
anzi spesso sono addirittura istruiti, ma se si alleviano i problemi economici
che affliggono la società civile di un Paese povero, è indubbio che diventa un
terreno meno fertile per i conflitti, lo ammette pure l'Economist. E mi sembra
azzeccata la formula di Paul Collier, l'economista di Oxford esperto di Africa:
natura meno tecnologia più regolamentazione (nel senso di «buona governance»)
uguale fame; natura meno tecnologia meno regolamentazione uguale ingiustizia;
ma natura più tecnologia più regolamentazione uguale prosperità».

Come sta cambiando la mappa degli aiuti allo sviluppo? E di quanti soldi
stiamo parlando?
«L'industria globale dei aiuti vale 170 miliardi di dollari. Tanto per avere
un termine di paragone, una guerra, una sola, in media costa 60 miliardi di
dollari. Man mano che l'Asia emerge dalla povertà, questi fondi si concentrano
in Africa. E una fetta sempre più importante degli aiuti sarà diretta alla
tutela dei beni pubblici globali, dalla salvaguardia contro i cambiamenti
climatici alla prevenzione dei conflitti, alla salute pubblica. In futuro, le
sfide globali saranno sempre più affrontate attraverso coalizioni
internazionali che comprendono anche il settore privato e la società civile».

Nell'era di Internet, la richiesta di trasparenza e la partecipazione della
società civile alla cosa pubblica sono ormai all'ordine del giorno. Anche nella
cooperazione?
«Sì, senza via di ritorno. E grazie a Internet l'Africa non è esclusa dal
mondo: con i telefonini a basso costo connessi in Rete si può ottenere il
microcredito, accedere alle scuole a distanza, avere la propria cartella medica
sempre a portata di mano, informarsi sui prezzi agricoli per partecipare alle
aste online. Ma siamo ancora in alto mare: oggi nell'Africa subsahariana il 51%
vive con meno di 1,25 dollari al giorno. Eppure, in numeri assoluti, la
maggioranza dei poveri vive in paesi a reddito medio: solo in India ce ne sono
456 milioni, più dei 387 milioni in Africa. I paesi emergenti continueranno a
crescere ai tassi attuali, solo gli africani continueranno a essere in gran
parte poveri».

Le organizzazioni non governative (Ong) sono utili? Sono diventate un'
infinità...
«Sì. E c'è un insieme crescente di nuovi organismi multilaterali: come per
esempio il Fondo globale contro l'Aids, tbc e malaria, che unisce le forze di
molti Paesi per un obiettivo specifico».

Non c'è il rischio di una duplicazione inefficiente degli sforzi e di una
dissipazione delle risorse?
«Per evitarlo serve più competizione, con test rigorosi di nuove idee e
proposte, la possibilità di sperimentare, imparare e anche fallire: per
esempio, lo fa l'iniziativa www.aidtransparency.net».

Sono cambiati i donatori?
«Rispetto agli Anni Settanta, quando i tre quarti degli aiuti globali erano
stanziati in modo bilaterale da Usa, Gran Bretagna e Francia, oggi i Paesi
donatori sono oltre cinquanta. Grande assente l'Italia».

Il governo italiano dice che non ha fondi per via della crisi economica.
«Quella c'è per tutti, eppure le donazioni complessive sono cresciute del 35%
dal 2004, nonostante la recessione. In compenso crescono gli aiuti dai Paesi
emergenti, soprattutto dalla Cina, che mescola obiettivi commerciali con l'idea
di beneficio reciproco».

Per esempio?
«In Africa, molti sono attratti dal modello cinese di capitalismo statale. L'
Etiopia dà più importanza alla crescita che alla democrazia».

Questo non fa ben sperare...
«Io sono ottimista. Intanto, in Africa bisogna raggiungere gli obiettivi di
sviluppo del millennio. Poi, anche la Cina cambierà».

www.lastampa.it/masera

Related Posts with Thumbnails