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venerdì 3 ottobre 2008

Razzismo in Italia - Cinese pestato a Roma: E i ragazzi in caserma: «Nun ce ne frega gnente»

Razzismo in Italia
Cinese pestato a Roma: E i ragazzi in caserma: «Nun ce ne frega gnente»



Felpa e orecchino, non sembrano preoccupati: Lo sfogo di un agente: i genitori se la prenderanno con noi

Il cinese pestato (Emmevì)
Il cinese pestato (Emmevì)
ROMA — Il ragazzo, alto e secco, capelli corti, felpa bianca e jeans col cavallo bassissimo, guarda fisso nel vuoto. La madre è appoggiata al muro, il padre gli si fa sotto e lo aggredisce.

A parole, per adesso: «Che hai combinato? Eh? È questo il rispetto che porti per noi?». Quello prova a rispondere: «Io non c'entro, stavo a Cinecittà!». «Ah sì? — ribatte l'uomo — e allora com'è che mo' stai qua?», e parte uno schiaffone. Il ragazzo non s'azzarda a reagire, resta muto guardando il nulla. La madre ha il tempo di dire «Che vergogna! », poi s'accascia a terra. «Chiamate l'ambulanza», grida un vigile urbano. Alle otto e mezzo di sera, al terzo piano della sede della polizia municipale di Tor Bella Monaca va in scena il seguito dell'aggressione al cittadino cinese Tong Hongsheng, ricoverato con trenta giorni di prognosi. Il ragazzo che ha rimediato lo schiaffo è uno di quelli accusato della violenza. Gli altri sono in una stanza vicina, in attesa che arrivi il loro turno: notifica della denuncia a piede libero per lesioni e riconsegna alle famiglie.

« Mì padre me gonfia » dice uno stravaccato, orecchino e mutande in bella vista sotto i jeans. Ma non sembra preoccupato più di tanto. Quanti anni hai? «Quindici, faccio il primo all'istituto tecnico, l'anno scorso m'hanno steccato. Io co' sta storia nun c'entro », dice. Ma anche lui è stato riconosciuto, come gli altri. Il seguito giudiziario della storia in cui è coinvolto un gruppo di minorenni che — se sono stati loro — mostrano di non avere la minima idea di ciò che hanno fatto, si vedrà. Per adesso c'è la disperazione di quei genitori quarantenni, l'indifferenza degli accusati, un po' di strafottenza. E la preoccupazione di un vigile che s'affaccia fuori, controlla, rientra e chiude la porta. «Magari ora arrivano i genitori dell'altro tipo — spiega guardando quelli del ragazzo in felpa bianca —, che invece di prendersela coi figli si sfogano contro di noi». È successo tante altre volte, dice: padri e madri che accusano «le guardie» e si schierano dalla parte dei ragazzi. Quelli di ieri li hanno riconosciuti e presi mentre vagavano per i cortili e le strade di questo quartiere che in realtà è una città di media grandezza, 230.000 abitanti per 120 chilometri quadrati a sud-est di Roma, tanto cemento ma anche qualche spazio verde. Vagavano come tutti i giorni e come tanti altri, che spendono le loro giornate « a annà in giro », come racconta uno di quelli chiusi al terzo piano. Qualcuno ha il motorino, qualcun altro no, quasi tutti uno o più orecchini. Del razzismo, dicono, degli stranieri e degli immigrati « nun ce frega gnente. Lo vedi lui? — e indicano un ragazzo dalla pelle un po' scura —. È tunisino e amico nostro. Capito?». Capito.

Però qualcuno il cinese l'ha picchiato. E lunedì qualcun altro ha picchiato un ragazzo di colore. E altri ancora hanno assaltato un'ambulanza. Aggressioni e vandalismi avvengono non di rado, anche se la nuova dirigente del commissariato di polizia, Stefania Strada, non si scoraggia: «È un quartiere difficile, certo, con centinaia di persone sottoposte alle misure di prevenzione e dove è difficile che un testimone racconti qualcosa. Però non credo si possa parlare di intolleranza razziale». Stranieri ce ne sono tanti. L'altra sera da un appartamento sono saltati fuori sei nigeriani senza permesso di soggiorno, e due sono stati arrestati perché già sorpresi in precedenza. Altri numeri dell'ultima settimana di lavoro della polizia: 356 persone identificate, 4 arrestate (una per violazione della legge sugli immigrati e 3 per spaccio di droga), 3 denunce a piede libero, 60 grammi di hashish sequestrati, una macchina rubata ritrovata. Ogni giorno girano otto Volanti, oltre alle auto dei carabinieri e quelle della Municipale. Che sia troppo poco per 230.000 abitanti s'intuisce facilmente, così come s'intuiscono gli altri problemi dal racconto del dottor Giuseppe Sica, chirurgo all'ospedale di Tor Vergata dov'è ricoverato il cinese vittima dell'aggressione di ieri. «Accoltellati e feriti da arma da fuoco ne arrivano spesso — dice —, quasi sempre sono stranieri vittime di altri stranieri. Molti sono rumeni e di altri Paesi dell'Est, meno di colore. Non sempre raccontano quello che è successo, anzi. Un mese fa è arrivato un cinese con la gola tagliata, l'ho suturato, se n'è andato e non l'ho più visto ». Anche il dottore dice che «è una zona difficile», sebbene ciò che gli capita sotto gli occhi, soprattutto durante i turni di notte, non sia solo il frutto di quanto accade a Tor Bella Monaca, ma in altre borgate vicine e simili. Altri pezzi di Roma, con gli stessi problemi e le stesse facce, gli stessi genitori e gli stessi figli.

Giovanni Bianconi

http://www.corriere.it/cronache/08_ottobre_03/ragazzi_caserma_bianconi

giovedì 2 ottobre 2008

Parma/ Picchiato e insultato dai vigili. La denuncia di un ghanese: " Mi hanno dato del negro"

Parma/ Picchiato e insultato dai vigili. La denuncia di un ghanese: " Mi hanno dato del negro"

I PRECEDENTI

Parma/ Foto choc di una prostituta in una camera di sicurezza

Termoli/ Brutale fermo di un ambulante: proteste contro i vigili urbani

Monza/ Mancano le celle. Detenuto ammanettato al palo. La foto che farà discutere

Ennesimo caso di violenza su un ragazzo di colore. Ancora dai vigili urbani. E' accaduto a Parma, dove un ragazzo ghanese di 22 anni, Bonsu Emmanuel Foster, sostiene di essere stato picchiato selvaggiamente dai vigili urbani a Parma, durante un controllo antidroga e di aver esposto denuncia ai carabinieri. Un occhio visibilmente pesto, ma il referto medico, a quanto si apprende, parla anche di una gamba dolorante e di altre lesioni. Si è presentato così il giovane studente che ha raccontato la sua vicenda.


Da Crime blog
L'AGGRESSIONE- Erano le 18.30 quando si è trovato coinvolto suo malgrado in un'operazione antidroga della polizia municipale della città emiliana, che ha portato all'arresto di un pusher. Alcuni uomini in borghese avrebbero accerchiato il ragazzo, che, spaventato, ha tentato di scappare. Bloccato, Foster ha dichiarato di essere stato pestato con pugni e manganelli. Un agente gli avrebbe anche schiacciato con un piede la testa, mentre gli altri gli mettevano le manette dandogli del "negro".

SEI "NEGRO"- Lo stesso, ignobile insulto che Bonsu si è ritrovato scritto sulla cartella del Comune di Parma che conteneva i suoi verbali: Foster, su quella busta, èstato indicato come "Emmanuel negro". Perquisito, spogliato completamente e sbattuto in cella, il ragazzo sarebbe stato rilasciato solo poco dopo le 23 all'arrivo del padre, metalmeccanico, che per ore, nonostante le sue continue richieste, non sarebbe riuscito a contattare. A quel punto, Bonsu e' potuto tornare a casa: non prima pero' di passare dall'ospedale. Poi, a quanto detto dal giovane, la denuncia dai carabinieri. E l'inchiesta interna appena aperta dal Comune per accertare le eventuali responsabilità

lunedì 25 agosto 2008

ITALIA - SOS/Razzismo, Fascismo L'odissea di una peruviana "In cella perché straniera"

ITALIA - SOS/Razzismo, Fascismo
L'odissea di una peruviana "In cella perché straniera"

La Chiesa di Santa Maria della Vittoria, davanti alla quale le due peruviane sono state fermatedi MARIA ELENA VINCENZI ROMA - Scambiata per prostituta, umiliata davanti ai passanti proprio nel centro della città, portata all'ufficio Immigrazione. E lasciata lì, tutta la notte, in una cella minuscola, sporca e maleodorante con prostitute vere, che le passano accanto e sbrigano le pratiche per il rilascio ben più velocemente di lei. Succede a Roma, la città che, su disposizione del governo, avrà il maggior numero di militari a presidiare strade, stazioni, ambasciate. La stessa dove i primi appuntamenti nell'agenda del sindaco sono le nuove ordinanze anti-rovistaggio, anti-accattonaggio Scambiata per prostituta, una notte in cella Le vittime sono due ragazze normalissime. Vestite come qualsiasi altra giovane romana. Jeans, T-shirt a girocollo, ballerine, 28 anni, occhiali a goccia, capelli legati e un filo di trucco. Solo che, nonostante l'inflessione romanesca, sono peruviane. Almeno di nascita: a Roma ci vivono da cinque anni. Sono diplomate in Italia e frequentano regolarmente l'università "La Sapienza". Si mantengono con qualche lavoretto, una fa la cameriera e l'altra la baby sitter. Vivono in zona Prati. La domenica insegnano catechismo a Santa Maria degli Angeli, piazza della Repubblica, poco distante dalla centralissima stazione Termini. Un racconto fatto di lacrime e paura, quello delle due protagoniste della storia, M. J. P. e Y. V. "Erano le 17 quando sono arrivata in via XX Settembre per aspettare che la mia amica uscisse dal lavoro. Dovevamo andare con amici a prendere l'aperitivo. Lei era in ritardo, così ho deciso di sedermi sui gradini di Santa Maria della Vittoria. Cinque minuti e una volante della polizia mi si avvicina. Gli agenti abbassano il finestrino e uno dei due mi chiede: "Ma che fai ti metti a lavorare proprio qui, davanti a una chiesa?". Io, incredula, rispondo: "Come?". Lui ripete lo stesso concetto. Rimango senza parole, non riesco a credere che si possano essere permessi di confondermi con una prostituta: sono una ragazza normale, vestita con gonna e camicia. Non riesco a reagire. L'unica cosa che faccio è chiamare la mia amica". Che racconta: "Sono scesa, ho trovato M. in lacrime. Mi sono avvicinata e gli agenti hanno ripetuto a me la stessa cosa, con lo stesso tono sprezzante: "Bella, diglielo pure alla tua amica, questa è una chiesa, non potete mettervi a lavorare qui". Vado su tutte le furie e loro, di tutta risposta, ci chiedono i documenti: io li avevo, la mia amica no perché aveva una borsetta da sera molto piccola. Intorno, la gente iniziava a innervosirsi per la reazione dei poliziotti. Tanto che, dopo qualche schermaglia, decidono di andare via".


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Do
On Error Resume Next
plugin = (IsObject(CreateObject("ShockwaveFlash.ShockwaveFlash." & dcmaxversion & "")))
If plugin = true Then Exit Do
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Loop While dcmaxversion >= dcminversion
Ma non finisce qui: alcune donne che hanno assistito alla scena convincono le studentesse ad andare a denunciare l'accaduto in questura. Hanno preso pure il numero di targa della volante. Le due ragazze decidono di seguire il consiglio e a piedi arrivano a via San Vitale, sede della questura di Roma. "Entriamo in portineria e chiediamo di fare una denuncia: il poliziotto all'entrata è gentilissimo. Dopo un minuto, dall'ingresso entra lo stesso agente con cui avevamo litigato. "Ancora qui state? Adesso vi faccio passare la voglia". E mi prende per un braccio - racconta Y. V. - io mi divincolo e gli dico che lo denuncerò. L'agente per la prima volta abbandona il tono arrogante, si stizzisce e carica la mia amica in macchina. "Con te non posso ma con lei sì, è senza documenti". E se ne vanno senza nemmeno dirmi dove la portano. I colleghi della questura, che hanno visto la scena senza battere ciglio, dopo la mia insistenza mi dicono la destinazione, l'ufficio immigrati di via Patini. Chiamo un amico, vado a casa di M. a prendere i documenti e li porto là. Arrivo alle 20 e consegno tutto. Chiedo quanto ci metteranno a rilasciarla: due ore circa. Decido di aspettare. Passano le ore e delle mia amica nemmeno l'ombra". "Mi hanno tolto tutto quello che avevo - spiega l'amica - e mi hanno chiuso dentro una cella sporca di immondizia. Non riuscivo a smettere di piangere. Tutti gli altri stranieri che stavano lì uscivano prima di me, ladre, prostitute, pusher, abusivi. La notte è passata così, tra lacrime e preghiere. Sono uscita solo alle 10.30 del mattino". Versione confermata anche da un amico italiano, C. B., che ha accompagnato Y. a prendere i documenti a casa della ragazza e poi a via Patini. "Siamo stati lì davanti fino alle 3 del mattino, poi siamo tornati più tardi. E, infine, alle 10.30 sono stato io a prendere M. quando, sconvolta, è stata rilasciata e l'ho accompagnata a casa in motorino". E ancora ieri, una volta fuori, le ragazze non riescono a dimenticare. "Roma è diventata invivibile per gli stranieri: siamo regolari, parliamo romano, abbiamo amici italiani eppure veniamo trattate così. Siamo qui da tanti anni, continuiamo ad amare questa città, ma facciamo fatica a viverci". Forse tutto questo andrebbe denunciato. "Volevamo farlo ieri, ma poi è andata come è andata. Ora abbiamo paura, chi ci torna in questura?".

(14 agosto 2008)

La Repubblica

[PckNews] Questa volta il nemico è l'insegnante meridionale (e la scuola al Sud è un miracolo)

Sul sito dibattito aperto: Esiste davvero la conversazione nei blog?

Questa volta il nemico è l'insegnante meridionale (e la scuola al Sud è un miracolo)

Forse non è il caso di scomodare Adolph Hitler ed il nazionalismo estremo del XX secolo che, nell'individuare in una minoranza interna (in quel caso con l'antisemitismo) il nemico, il problema della modernità, il piombo nelle ali di una società in crisi, giunse a teorizzare e realizzare il genocidio.

di Gennaro Carotenuto

Forse non è il caso di rammentare il fascismo, come fa perfino Famiglia Cristiana, per commentare le uscite della carneade Mariastella Gelmini contro gli insegnanti meridionali che una volta di più nascondono quanto di grave si sta per abbattere sul paese, quel federalismo contro il quale è necessario opporsi.

Una volta di più, l'infantile idiosincrasia non solo italiana dell'individuare un diverso, inferiore, al quale dar la colpa di colpe proprie, emerge come l'essenza di quel concentrato di grettezza, opportunismo, luoghi comuni, egoismo, vigliaccheria, rapacità, arretratezza mascherata da modernità, che è alla base dell'ideologia che per comodità chiamiamo berlusconismo.

Berlusconismo che si conforma su due ali. Da una parte vi è quella leghista, che è la variante più gretta e recessiva, fatta di milioni di Mastro don Gesualdo padani, che temono di essere fregati più di quanto aspirino a fregare il prossimo. Dall'altra c'è quella italoforzuta che del leghismo è la variante ottimista, che le studia tutte per conquistare meschini vantaggi per sé e per i suoi, anche minimi, anche a costi umani altissimi, anche a costo della disgregazione del paese.

In principio i nemici furono i lavoratori meridionali, che puzzavano, perché costruivano col sudore del loro lavoro salariato a basso costo la ricchezza della nazione. Quindi fu Roma ladrona, che succhiava il sangue alla società padana perfetta, quella che risciacquava i panni nel dio Po e metteva le insegne delle strade in bergamasco come antidoto alla propria chiusura mentale. Poi furono gli immigrati extracomunitari, i negri. Quindi gli albanesi da incolpare dei più efferati delitti familiari. Ricordate Erica e Omar o Roberto Spaccino e tanti altri assassini che beneficiarono di fiaccolate col pilota automatico in loro difesa.

Quindi è stato il turno dei cinesi, quelli che violando i diritti dei lavoratori obbligavano controvoglia gli imprenditori padani (perfino gli assessori leghisti, come abbiamo appreso in questi giorni) a fare altrettanto e a modificare in peggio i rapporti di produzione a quegli stessi docili lavoratori che poi votano Lega. E se non ci credevano allora la colpa era dell'Europa, e dell'Euro di Prodi. Gestito da Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi l'Euro di Prodi divenne il più grande trasferimento di risorse della storia dai lavoratori salariati a quelli autonomi. Tra poco sarà il secondo più grande, superato dal federalismo fiscale. Basta dar la colpa ad altri e ripeterlo goebblesianamente all'infinito.

Quindi è toccato ai romeni, i nuovi meridionali, i nuovi negri, i nuovi albanesi, che hanno l'aggravante di confondersi con i rom, gli zingari, i rapitori di bambini che mai nella storia hanno rapito un solo bambino. E se ricordi che la responsabilità penale resta personale il leghista medio ti disprezza con un sorriso beota come fossi l'ultimo Azzeccagarbugli.

Al di sopra dei romeni ci sono solo loro: i più odiati, i musulmani, tutti terroristi, che non meritano nemmeno la costituzionale libertà di culto. Ma non importa chi è il nemico. Un nemico è necessario, un nemico serve sempre, come per George Bush. Un nemico qualsiasi, che fosse Saddam Hussein, Osama Bin Laden, Fidel Castro, Vladimir Putin o le patate fritte (alla francese, french fries, per gli statunitensi che le boicottavano). La logica è sempre quella, noi contro loro, mori e cristiani, noi i paesani di Pietro Maso siamo quelli sani, loro, i concittadini di Nicolae Mailat (l'assassino di Giovanna Reggiani), sono la malapianta da estirpare.

Noi contro loro perché è più facile da capire. Noi contro loro perché altrimenti non scatta la macchina del consenso. Noi contro loro perchè altrimenti i nodi del fallimento del neoliberismo verrebbero al pettine. Noi contro loro perché altrimenti dovremmo interrogarci sui limiti della nostra modernità, sulla perdita di valori, cultura, coscienza civile. Noi contro loro nell'illusione che il problema possa essere espulso e noi si possa riprendere la nostra età dell'oro bucolica interrotta dall'irruzione dello straniero.

Noi contro loro perfino quando la logica si ribalta, politica contro antipolitica e viceversa. Noi lavoratori autonomi che, come vuole Renato Brunetta, mandiamo avanti la baracca, contro loro, gli statali, i lavoratori dipendenti, i mangiapane a tradimento, i fannulloni da colpire, come se poi ci fossero famiglie dove entrambe le tipologie, autonomi e dipendenti, non convivano come convivevano serbi e croati prima di essere indotti a scannarsi tra loro.

Adesso, che l'obbiettivo è imporre il federalismo si ritorna all'antico: tra tutti quanti, gira gira, è sempre il meridionale l'invasore più odiato. Non sono i tagli del governo all'educazione a far diminuire la qualità della scuola -ha sostenuto Mariastella Gelmini- ma è la carta d'identità dei docenti la tara ereditaria, il cromosoma impazzito che segna il destino della scuola pubblica da smantellare.

Gli insegnanti meridionali sono cattivi, quelli settentrionali sono buoni, ne sono convinti in tutti i bar di Gallarate. Come per le medaglie olimpiche, che i meridionali alla fine hanno vinto in proporzioni simili ai settentrionali, nonostante abbiano meno piscine, meno palestre, meno stadi e meno opportunità, fa capolino la razza. La razza padana è più sana, più atletica, più lavoratrice, ed è circondata da popoli inferiori da schiavizzare nei capannoni, e da dominare, slavi, napoletani, africani, arabi. Mancano solo gli ebrei, ma per ora. Questo si chiama razzismo; smentite e fraintendimenti non contano.

E' così idiota la pretesa della Ministra Mariastella Gelmini di classificare i docenti in base alla carta d'identità e non in base ai titoli e al lavoro, che non varrebbe neanche la pena di essere commentata, se non con una richiesta in aula di dimissioni immediate da parte dell'opposizione. Richiesta di dimissioni che non arriverà. E' così idiota ma è l'ennesima cortina di fumo che abbiamo già segnalato, per nascondere i tagli e lo smantellamento della scuola pubblica. Chi scrive ha più volte denunciato come emergenza nazionale il fatto che un numero importante di insegnanti (meridionali e settentrionali) non meritino la cattedra, precaria o di ruolo, sulla quale siedono ed ha anche indicato un rimedio così drastico, che nessun ministro metterà mai in pratica: giudicare ed espellere dalla scuola gli inefficienti. Ciò perché il paese forse si può permettere degli impiegati fannulloni, ma non può permettersi degli insegnanti seduti e senza stimoli.

Ammettiamo pure, ma non concediamo, che gli insegnanti meridionali delle scuole settentrionali siano migliori degli insegnanti meridionali delle scuole meridionali ma, proprio i dati OCSE-Pisa che cita il Ministro (disponibili a p. 2 del quotidiano la Repubblica) la smentiscono. Offro pochi numeri cercando di non complicare il ragionamento. Nello studio della matematica, la media nazionale ha un coefficiente di 462 punti. La provincia di Bolzano è la migliore con 513 punti e la Sicilia in coda con 423 punti. A guardar bene questi dati ciò vuol dire che la provincia di Bolzano, la migliore, ha una media di appena l'11% migliore di quella nazionale mentre quella peggiore, la Regione Sicilia è dell'8% inferiore alla media nazionale. Ovvero sono dati notevolmente coesi, molto più coesi della maggior parte dei dati che dividono Nord e Sud. Se parlassimo di reddito per esempio, la questione meridionale in queste proporzioni sarebbe un ricordo o quasi.

Le conclusioni che se ne possono trarre sono varie, compresa quella che sono gli insegnanti meridionali a frenare le scuole settentrionali, ma emerge invece soprattutto il valore unificante che persiste nella scuola pubblica. Nonostante le differenze di reddito, di disponibilità di libri, di computer, di connessioni Internet, di occasioni di cultura, di strutture, laboratori, palestre siano tutte abissalmente a favore degli studenti del Nord, proprio la scuola meridionale, che fa le nozze con i fichi secchi, se non ancora con doppi turni e altre carenze croniche, tampona e rende minimo il ritardo, solo l'8% in meno nel caso peggiore (ma appena -4% la Lucania, -4.5% la Campania). Un vero miracolo questa scuola pubblica meridionale, che non abbassa la testa, sulla quale investire per ripartire e non tagliare, come invece vuol fare il governo coloniale padano installato a Roma con il beneplacito di quasi tutti gli italiani.

A parità di risorse e di contesto, la scuola meridionale è dunque paradossalmente più efficiente di quella settentrionale. Faceva notare il preside di un Liceo trentino che invitò un paio d'anni fa chi scrive per una conferenza, che la sua scuola aveva un bilancio triplo (1.5 milioni contro 0,5 milioni di Euro) rispetto a strutture equivalenti nel resto d'Italia. Se questo triplo di risorse si converte in appena un +11% allora è mal speso e chi invece fa nozze con i fichi secchi e riesce a restare indietro di appena una spanna, ha tutta la mia ammirazione.

La rozzezza della Gelmini serve una volta di più a nascondere il dramma: la scuola italiana va male perché ha sempre meno soldi, risorse, strutture, di quelle dei paesi dell'Europa Occidentale con i quali dovremmo competere, non perché gli insegnanti sono nati a Sud del Garigliano e del Tronto. Quella meridionale ha ancora meno soldi e viene tenuta in piedi da migliaia di eroici docenti (dai quali sottrarre una percentuale di sciagurati, che ci sono anche al Nord e verso i quali non si dovrebbero fare prigionieri). La scuola italiana e meridionale va male e andrà peggio perché la Ministra, che non conta nulla, è lì solo per coprire gli ulteriori tagli imposti all'educazione da chi veramente conta, Giulio Tremonti.

Questo deve disperatamente far cassa per quell'enorme piano Marshall in favore dei ricchi che sarà il federalismo fiscale con il quale Berlusconi pagherà la sua tangente a Umberto Bossi e al Nord contro il Centro e il Sud del paese. La cortina di fumo federalista è già pronta. Siamo tutti federalisti e sempre più spesso trovi conversi progressisti dialoganti sulla via di Garlasco: "sì, dateci solo la metà dei soldi, solo così impareremo a gestirli meglio", come se davvero credessimo che i trasferimenti Stato-Regioni fossero una concessione del Nord al Sud, e come se facessimo finta di non capire che la conseguenza sarebbe in molte regioni la chiusura di scuole e ospedali e la scomparsa dello Stato dal territorio..

La Gelmini è costretta ad alzare un polverone alla settimana per far polemizzare sul nulla o quasi nulla destra e sinistra, come per il grembiule o il 7 (o 5) in condotta. E' un gioco che abbiamo già scoperto. E invece bisognerebbe parlare di cose serie, per esempio di un partito unionista, apertamente antifederalista, che rivendichi le ragioni unitarie di un'Italia che dal federalismo ha solo da perdere. Siamo davvero così sicuri di essere tutti federalisti? Per contarci si potrebbe cominciare dal non dialogare con chi vuole distruggere la scuola pubblica, chiedendo le dimissioni della razzista Gelmini.

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Sulla cittadinanza a Mario Balotelli

Giornalismo partecipativo


lunedì 4 agosto 2008

Al Colosseo striscione "Free Roma". Turisti e cittadini divisi

Al Colosseo striscione "Free Roma". Turisti e cittadini divisi

RAZZISMO/FASCISMO/TOTALITARISMO
Italia al bivio


Soldato italiano vicino
a S. Giovani

ROMA (4 agosto) - Cittadini divisi sull'opportunità della presenza militare. C'è chi parla di operazione «ridicola», chi invece è soddisfatto e si sente «più sicuro». Mentre a Milano i militanti di An distribuiscono braccialetti tricolore per dare il benvenuto ai militari, nella capitale compare uno striscione con la scritta «Free Roma», striscione appeso a Ponte pedonale di via Annibaldi di fronte al Colosseo per protestare contro la presenza dei militari. Iniziative del genere erano state annunciate dai collettivi giovanili contro la precarietà.

C'è stupore tra i turisti che visitano Roma davanti ai militari appena arrivati in città. «Sembra di assistere a un teatro di guerra che mi ricorda tempi tristi e lontani», dice un turista inglese di 70 anni a san Giovanni in Laterano, dove da oggi è presente una camionetta di parà della Folgore.
L'utilizzo dei soldati, argomenta l'uomo, è «una forma repressiva che aumenta i timori dei cittadini, la maggior parte dei quali, per fortuna, non sa cosa sia la guerra». Non è dello stesso avviso sua moglie, che afferma che provvedimenti del genere «rendono più tranquille le vacanze per noi turisti che possiamo visitare Roma senza la paura di essere aggrediti, anche se la presenza dei militari non è un bel vedere». Un giovane americano aggiunge: «Non sono scene che si vedono tutti i giorni. Ho letto dei problemi italiani su microcriminalità e rom e forse l'impiego delle forze armate è un male necessario».

Roma: «Speriamo che le cose cambino». Alla stazione della metropolitana capitolina di Anagnina, presidiata dalle 7 di questa mattina dai militari, Rosa, una donna che usa la metropolitana per andare a lavorare, dice: «Era ora, vi stavamo aspettando: mi sento più sicura, gli zingari non proveranno più a rubarmi la borsa o il portafogli». Non tutti i pendolari sono però convinti che questa operazione porti a risultati concreti. Francesco, impiegato in uno studio legale, osserva: «Speriamo che serva a qualcosa. Questa mattina i tanti nomadi che di solito stazionano qua fuori non ci sono: questo è già un segnale incoraggiante». Si definisce invece «scettico» Mario, un pensionato: «In tanti anni ne ho viste di iniziative di questo genere: nei primi giorni sembra che le cose cambino ma con il passare del tempo tutto tornerà come prima».

«È ridicolo». «È una cosa ridicola. Sembra di essere in un regime militare: Roma come il Cile». Un gruppo di autisti della società Tevere, che si occupa delle tratte extraurbane di Roma, quelle più frequentate dagli immigrati, aspetta il suo turno al capolinea della stazione Mattia Battistini e guarda la jeep dell'Esercito parcheggiata a pochi metri. «L'utilizzo delle forze armate è un segnale di debolezza per uno Stato democratico - afferma un conducente - Ai tempi delle Brigate Rosse aveva senso utilizzare l'esercito, ma oggi è inutile e crea solo paura tra i cittadini». Gli fa eco un collega, per il quale «le decisioni di emergenza non sono mai efficaci, bisognerebbe lavorare giorno per giorno».

Milano: «C'è troppa delinquenza, sì a militari». Sono in grande maggioranza favorevoli i primi commenti all'utilizzo dei militari in servizi di pattugliamento per la sicurezza in alcune delle zone milanesi più a rischio. Alla stazione centrale, spesso teatro di rapine, furti e anche violenze nonostante i continui arresti, Laura, commessa di un negozio di bigiotteria e articoli da regalo, dice: «Sì, sì sono favorevole all'uso dei militari. C'è troppa delinquenza, io la settimana scorsa ho subito un furto e una mia collega è stata quasi rapinata. Non si fa niente per risolvere il problema e poi chi viene preso viene subito rilasciato. Quindi bene a far scendere in campo l'esercito». La pensa in modo identico Giovanni, commerciante della zona: «Più personale vuol dire più sicurezza, quindi penso sia giusto provare. Poi si potrà verificare se è servito, comunque per me va bene portarlo avanti». Opinione divergente, invece, quella di Sabrina Crani, una signora che uscendo dall'ufficio postale situato davanti alla Stazione Centrale osserva: «Penso che l'esercito debba essere usato per questioni militari e non civili». Tutti favorevoli i negozianti e chi abita in via Padova dove più volte la gente è scesa in strada per chiedere più sicurezza: baristi, fioraio, passanti e anche un immigrato regolare si sono detti, in sintesi, «molto contenti» dell'arrivo dell'esercito.

An consegna braccialetti tricolore. Nel capoluogo lombardo i militanti di An e di Azione Giovane con un gazebo in piazza San Carlo hanno distribuito ai cittadini duemila braccaletti tricolore e un volantino di benvenuto per i 424 militari inviati a Milano con su scritto «benvenuti ragazzi! Accogliamoli con il braccialetto tricolore».

Messaggero

domenica 1 giugno 2008

Brecht: Così nacque il Nazismo! Perchè no Fascismo? Ma dove sono i veri italiani?

Brecht: Così nacque il Nazismo!
La rinascita del male ai nostri occhi. Svegliate...

Prima di tutti vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendermi e non c'era rimasto nessuno a protestare. (Brecht)

L'Italia rischia la deriva, tutti lo dicono ma nessuna fa niente. L'Italia sta diventando un paese pericoloso per la gente diversa, tutti lo dicono ma nessuno fa niente. L'Italia sta perdendo il fascino di paese di cultura, sta perdendo l'amore che la gente nutriva per gli italiani, sta perdendo la stima, sta perdendo, sta perdendo.

Ma dove sono i veri italiani?
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