Siamo chiamati a chiamare il mondo.
STOP! STOP alle politiche di destra, stop al pensiero unico, stop alla disuguaglianza tra le persone che impone l'attuale politica.
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domenica 8 giugno 2008
lunedì 2 giugno 2008
2 giugno: un nuovo volto per la democrazia italiana | Democrazia è parola greca, usata per primo da Erodoto, Carl Schmitt, Schumpeter, consensus
2 giugno: un nuovo volto per la democrazia italiana
Democrazia è parola greca, usata per primo da Erodoto, nel senso di "governo del popolo". Per Aristotele la parola assumeva un significato negativo, come forma degenerata della "politeia", che sarebbe invece la forma migliore per una costituzione. Aristotele, nell'Etica, privilegiava la "medietas" e riteneva che, anche in politica, il governo migliore era dato dalla "classe media": quelli che non erano né troppo ricchi né troppo poveri.
Oggi, il termine democrazia ha assunto un significato altamente positivo. Dopo la fine tragica dei "totalitarismi" del secolo scorso, la democrazia è la speranza del futuro. Schumpeter, nella sua opera più famosa, "Capitalismo, socialismo, democrazia", definisce il metodo democratico come "quell'insieme di accorgimenti costituzionali per giungere a decisioni politiche, che realizzino il bene comune". La decisione è quindi il fulcro del metodo democratico.
Sotto tale profilo, i modi per prendere una decisione non sono solo i due generalmente accolti: unanimità e maggioranza. Ce n'è un terzo, chiamato "consensus", che pur non essendo sempre comunemente applicato, risulta il migliore. D'altronde ridurre il metodo democratico ad una pura "maggioranza numerica" rischia di tradire il fine stesso della democrazia: il bene comune.
Una decisione assunta all'unanimità, teoricamente la migliore, può incorrere facilmente nei pericoli dell'unanimismo e dell'appiattimento sulle posizioni del potente di turno.
Una decisione presa "a maggioranza" risulta comoda dal punto di vista operativo, ma rafforza l'atteggiamento conflittuale della minoranza.
La decisione, assunta per generale "consenso", più o meno esplicitamente espresso, è sempre frutto di compromesso e si raggiunge dopo ampia e approfondita discussione. Ed è, certamente, la forma più democratica ed efficace. È quella che meglio si avvicina alla cosiddetta "volontà generale", delineata da Rousseau, in contrapposizione alla "volontà di tutti", come somma delle volontà particolari.
La decisione scaturita dal "consensus", da un "sentire comune", fu, in qualche modo, quella adottata dai "padri costituenti" per l'elaborazione ed approvazione della Costituzione, di cui quest'anno ricordiamo il 60°, perché entrata in vigore il 1 gennaio 1948. Nella giornata del Referendum del 2 giugno 1946, oltre alla scelta del sistema istituzionale monarchia/repubblica, si chiamavano gli italiani (maschi e femmine, per la prima volta) ad eleggere i rappresentanti dell'Assemblea Costituente, destinata a dare all'Italia la nuova Carta Costituzionale, al posto dello "Statuto Albertino", concesso (octroyé) nel 1848, l' "annus mirabilis". E i risultati numerici furono estremamente equilibrati, rappresentando correttamente la complessità della società italiana uscita dalla guerra : DC 207 seggi, PSI 115, , PCI 104 , PLI 41, Partito d'Azione 7.
La Costituzione della Repubblica Italiana, ponendo l'accento sulla parola "Repubblica" (res-publica) intendeva e intende tuttora riferirsi specificatamente ad un sistema politico di tutti gli italiani per il bene di tutti gli italiani.
Giovanni Sartori, trattando della democrazia, ne evidenzia i vari trabocchetti: dall'importanza che si dà alla parola piuttosto che alla cosa, alla diversa preminenza che viene data da singoli o gruppi politici ai due termini del rapporto reale/ideale. Il bipolarismo può essere un sistema politico più funzionale, perché produce stabilità ed efficienza, ma certamente non è il più democratico.
"Il bipolarismo - ha scritto Eric Hobsbawm – è affetto da un dilemma cruciale: non è democratico, dal punto di vista del criterio della rappresentanza".
L'idea che chi vince le elezioni, sia pure con tutte le garanzie democratiche, possa poi governare in nome della maggioranza e non in nome di tutti i cittadini, è una aberrazione della politica. In un sistema democratico, all'opposizione spetta un ruolo privilegiato. La dialettica politica è l'anima della governabilità. Probabilmente anche in politica bisognerebbe adottare il metodo Rogers per la risoluzione dei conflitti: non "io vinco e tu perdi", ma "io vinco e tu vinci". Il superamento della conflittualità sta nella reciproca vittoria, nel senso che chi arriva alla gestione del potere, lo fa per il bene di tutti: perché più onesto, più capace, più liberale. L'idea, invece, che chi conquista il potere abbia carta bianca per eliminare i "nemici" non fa parte del metodo democratico.
E' interessante notare come lo stesso Mussolini, almeno teoricamente, riteneva che si dovesse bandire dalla politica la casta partitica, tanto da raccomandare, in un colloquio del 1934, al grande costituzionalista tedesco Carl Schmitt, "Salvi lo Stato dal partito". E nel suo libro-confessione, "Ex Captivitate Salus", Schmitt riconosce: "Ci si classifica attraverso il proprio nemico. Ci si inquadra grazie a ciò che si riconosce come nemico. […] Chi posso in generale riconoscere come mio nemico? Evidentemente soltanto colui che mi può mettere in questione. E chi può mettermi in questione? Solo io stesso. O mio fratello. Ecco. L'Altro è mio fratello. "
Mario Setta
--
Francis*PAC
Oggi, il termine democrazia ha assunto un significato altamente positivo. Dopo la fine tragica dei "totalitarismi" del secolo scorso, la democrazia è la speranza del futuro. Schumpeter, nella sua opera più famosa, "Capitalismo, socialismo, democrazia", definisce il metodo democratico come "quell'insieme di accorgimenti costituzionali per giungere a decisioni politiche, che realizzino il bene comune". La decisione è quindi il fulcro del metodo democratico.
Sotto tale profilo, i modi per prendere una decisione non sono solo i due generalmente accolti: unanimità e maggioranza. Ce n'è un terzo, chiamato "consensus", che pur non essendo sempre comunemente applicato, risulta il migliore. D'altronde ridurre il metodo democratico ad una pura "maggioranza numerica" rischia di tradire il fine stesso della democrazia: il bene comune.
Una decisione assunta all'unanimità, teoricamente la migliore, può incorrere facilmente nei pericoli dell'unanimismo e dell'appiattimento sulle posizioni del potente di turno.
Una decisione presa "a maggioranza" risulta comoda dal punto di vista operativo, ma rafforza l'atteggiamento conflittuale della minoranza.
La decisione, assunta per generale "consenso", più o meno esplicitamente espresso, è sempre frutto di compromesso e si raggiunge dopo ampia e approfondita discussione. Ed è, certamente, la forma più democratica ed efficace. È quella che meglio si avvicina alla cosiddetta "volontà generale", delineata da Rousseau, in contrapposizione alla "volontà di tutti", come somma delle volontà particolari.
La decisione scaturita dal "consensus", da un "sentire comune", fu, in qualche modo, quella adottata dai "padri costituenti" per l'elaborazione ed approvazione della Costituzione, di cui quest'anno ricordiamo il 60°, perché entrata in vigore il 1 gennaio 1948. Nella giornata del Referendum del 2 giugno 1946, oltre alla scelta del sistema istituzionale monarchia/repubblica, si chiamavano gli italiani (maschi e femmine, per la prima volta) ad eleggere i rappresentanti dell'Assemblea Costituente, destinata a dare all'Italia la nuova Carta Costituzionale, al posto dello "Statuto Albertino", concesso (octroyé) nel 1848, l' "annus mirabilis". E i risultati numerici furono estremamente equilibrati, rappresentando correttamente la complessità della società italiana uscita dalla guerra : DC 207 seggi, PSI 115, , PCI 104 , PLI 41, Partito d'Azione 7.
La Costituzione della Repubblica Italiana, ponendo l'accento sulla parola "Repubblica" (res-publica) intendeva e intende tuttora riferirsi specificatamente ad un sistema politico di tutti gli italiani per il bene di tutti gli italiani.
Giovanni Sartori, trattando della democrazia, ne evidenzia i vari trabocchetti: dall'importanza che si dà alla parola piuttosto che alla cosa, alla diversa preminenza che viene data da singoli o gruppi politici ai due termini del rapporto reale/ideale. Il bipolarismo può essere un sistema politico più funzionale, perché produce stabilità ed efficienza, ma certamente non è il più democratico.
"Il bipolarismo - ha scritto Eric Hobsbawm – è affetto da un dilemma cruciale: non è democratico, dal punto di vista del criterio della rappresentanza".
L'idea che chi vince le elezioni, sia pure con tutte le garanzie democratiche, possa poi governare in nome della maggioranza e non in nome di tutti i cittadini, è una aberrazione della politica. In un sistema democratico, all'opposizione spetta un ruolo privilegiato. La dialettica politica è l'anima della governabilità. Probabilmente anche in politica bisognerebbe adottare il metodo Rogers per la risoluzione dei conflitti: non "io vinco e tu perdi", ma "io vinco e tu vinci". Il superamento della conflittualità sta nella reciproca vittoria, nel senso che chi arriva alla gestione del potere, lo fa per il bene di tutti: perché più onesto, più capace, più liberale. L'idea, invece, che chi conquista il potere abbia carta bianca per eliminare i "nemici" non fa parte del metodo democratico.
E' interessante notare come lo stesso Mussolini, almeno teoricamente, riteneva che si dovesse bandire dalla politica la casta partitica, tanto da raccomandare, in un colloquio del 1934, al grande costituzionalista tedesco Carl Schmitt, "Salvi lo Stato dal partito". E nel suo libro-confessione, "Ex Captivitate Salus", Schmitt riconosce: "Ci si classifica attraverso il proprio nemico. Ci si inquadra grazie a ciò che si riconosce come nemico. […] Chi posso in generale riconoscere come mio nemico? Evidentemente soltanto colui che mi può mettere in questione. E chi può mettermi in questione? Solo io stesso. O mio fratello. Ecco. L'Altro è mio fratello. "
Mario Setta
--
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giovedì 22 maggio 2008
L´appello del Dalai Lama "Basta scontri, dialoghiamo", Erich Follath e Padma Rao - La Repubblica
L´appello del Dalai Lama "Basta scontri, dialoghiamo"!
DHARAMSALA - La rivolta in Tibet, le proteste contro la staffetta della torcia olimpica che non ha mai condiviso, le proposte per un compromesso con Pechino. Il Dalai Lama, leader del popolo tibetano, prosegue la sua visita in Europa e dopo la Germania ieri era a Londra.
Ha già ricevuto l´invito per la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici a Pechino?
«L´ho sempre detto: potrei andarci se mi invitassero. Ma, fino a questo momento, i cinesi hanno scelto un´altra strada: escludermi. E dare la colpa a me. Il Tibet Daily di Lhasa continua a definirmi criminale, traditore, separatista e poi, per bocca del capo del Partito comunista della Regione autonoma, "un lupo in abiti da monaco, un diavolo con un volto umano ma il cuore di una bestia". Ma non mi offendo, sono solo parole vuote».
Ma non può negare che oltre alle manifestazioni pacifiche dei monaci, che sono state brutalmente represse, i giovani tibetani a Lhasa si siano resi responsabili anche di incendi e saccheggi.
«Lo condanno, e mi rattrista vedere i miei concittadini tibetani agire in questo modo, non c´è nessuna giustificazione per la violenza. Ho proposto un´inchiesta internazionale sui fatti avvenuti in Tibet, che venga condotta da un´istituzione riconosciuta e indipendente. Ma una cosa è certa: sono stati in maggioranza tibetani innocenti a subire la brutalità della polizia e delle forze armate. Deploriamo la perdita di oltre 200 vite umane».
Ha pregato anche per i cinesi, compresi gli autori della repressione?
«Nonostante tutte le paure e le preoccupazioni, sono in pace con il mio inconscio, e dunque sono in grado di eseguire i miei compiti con una certa normalità. Non ho problemi a dormire. Forse questo è dovuto al fatto che prego anche per i cinesi, naturalmente. Per i loro leader. E anche per quelli che hanno le mani sporche di sangue».
Nello specifico, che cosa chiede alla Cina?
«I cinesi devono finalmente ammettere che esiste un problema tibetano. A differenza di altri disordini precedenti, questi hanno interessato non soltanto Lhasa, e non soltanto la cosiddetta Regione autonoma del Tibet. Questo travolgente e totale rigetto nei confronti del governo del Partito comunista e delle sue politiche non può essere semplicemente ignorato. Pechino deve capire che negli ultimi 50 anni è stato fatto qualcosa di terribilmente sbagliato. L´oppressione e la tortura non hanno prodotto nessun risultato in Tibet, e la rieducazione politica ha fallito. Ora le persone che sono al potere a Pechino, quei nove membri del Politburo le cui decisioni influenzano 1,3 miliardi di persone, si trovano di fronte a un bivio. Io spero che scelgano una politica radicalmente nuova, una politica realistica».
Quale strada pensa che imboccherà Pechino?
«La nostra posizione di larga autonomia per il Tibet è quella che offre le prospettive migliori. I tibetani devono avere la possibilità di prendere decisioni su tutte le questioni legate alla cultura, alla religione e all´ambiente. È qualcosa di completamente diverso dall´essere uno Stato indipendente. Se Pechino accettasse un modello di questo tipo, io posso garantire che non ci sarebbero più le crisi e i disordini che ci sono attualmente.
Molti tibetani considerano la staffetta della torcia olimpica sul monte Everest, sacro per i tibetano, e il percorso scelto a Lhasa, con il passaggio della torcia per il palazzo del Potala, antica sede del governo tibetano, come una provocazione. Lei non la pensa così?
«Se fossimo in un periodo di calma, non mi preoccuperei di cose del genere. Ma ora capisco le proteste, anche se naturalmente non le approvo. Ho anche raccomandato agli organizzatori della cosiddetta marcia per la pace, da qui a Dharamsala fino al confine con la Cina, di annullare il progetto, perché potrebbe portare a scontri con le guardie di frontiera armate. Ma tutto quello che posso fare è dispensare consigli, non posso sopprimere altre opinioni. Spero che i cinesi non useranno tutto questo come scusa per perpetrare un altro bagno di sangue».
Sente la nostalgia di casa, del Tibet?
«Nostalgia di casa? No. Casa è dove ti senti a case e dove ti trattano bene. Ed è così, naturalmente, in India, negli Stati Uniti, in Europa.
Ha rinunciato alla speranza di rivedere Lhasa e il palazzo del Potala, dove è cresciuto e dove ha governato il Paese?
«Oh no, niente affatto. Sono fiducioso che un giorno potrò ritornare».
(Copyright
Der Spiegel
La Repubblica
Traduzione
di Fabio
Galimberti)
DHARAMSALA - La rivolta in Tibet, le proteste contro la staffetta della torcia olimpica che non ha mai condiviso, le proposte per un compromesso con Pechino. Il Dalai Lama, leader del popolo tibetano, prosegue la sua visita in Europa e dopo la Germania ieri era a Londra.
Ha già ricevuto l´invito per la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici a Pechino?
«L´ho sempre detto: potrei andarci se mi invitassero. Ma, fino a questo momento, i cinesi hanno scelto un´altra strada: escludermi. E dare la colpa a me. Il Tibet Daily di Lhasa continua a definirmi criminale, traditore, separatista e poi, per bocca del capo del Partito comunista della Regione autonoma, "un lupo in abiti da monaco, un diavolo con un volto umano ma il cuore di una bestia". Ma non mi offendo, sono solo parole vuote».
Ma non può negare che oltre alle manifestazioni pacifiche dei monaci, che sono state brutalmente represse, i giovani tibetani a Lhasa si siano resi responsabili anche di incendi e saccheggi.
«Lo condanno, e mi rattrista vedere i miei concittadini tibetani agire in questo modo, non c´è nessuna giustificazione per la violenza. Ho proposto un´inchiesta internazionale sui fatti avvenuti in Tibet, che venga condotta da un´istituzione riconosciuta e indipendente. Ma una cosa è certa: sono stati in maggioranza tibetani innocenti a subire la brutalità della polizia e delle forze armate. Deploriamo la perdita di oltre 200 vite umane».
Ha pregato anche per i cinesi, compresi gli autori della repressione?
«Nonostante tutte le paure e le preoccupazioni, sono in pace con il mio inconscio, e dunque sono in grado di eseguire i miei compiti con una certa normalità. Non ho problemi a dormire. Forse questo è dovuto al fatto che prego anche per i cinesi, naturalmente. Per i loro leader. E anche per quelli che hanno le mani sporche di sangue».
Nello specifico, che cosa chiede alla Cina?
«I cinesi devono finalmente ammettere che esiste un problema tibetano. A differenza di altri disordini precedenti, questi hanno interessato non soltanto Lhasa, e non soltanto la cosiddetta Regione autonoma del Tibet. Questo travolgente e totale rigetto nei confronti del governo del Partito comunista e delle sue politiche non può essere semplicemente ignorato. Pechino deve capire che negli ultimi 50 anni è stato fatto qualcosa di terribilmente sbagliato. L´oppressione e la tortura non hanno prodotto nessun risultato in Tibet, e la rieducazione politica ha fallito. Ora le persone che sono al potere a Pechino, quei nove membri del Politburo le cui decisioni influenzano 1,3 miliardi di persone, si trovano di fronte a un bivio. Io spero che scelgano una politica radicalmente nuova, una politica realistica».
Quale strada pensa che imboccherà Pechino?
«La nostra posizione di larga autonomia per il Tibet è quella che offre le prospettive migliori. I tibetani devono avere la possibilità di prendere decisioni su tutte le questioni legate alla cultura, alla religione e all´ambiente. È qualcosa di completamente diverso dall´essere uno Stato indipendente. Se Pechino accettasse un modello di questo tipo, io posso garantire che non ci sarebbero più le crisi e i disordini che ci sono attualmente.
Molti tibetani considerano la staffetta della torcia olimpica sul monte Everest, sacro per i tibetano, e il percorso scelto a Lhasa, con il passaggio della torcia per il palazzo del Potala, antica sede del governo tibetano, come una provocazione. Lei non la pensa così?
«Se fossimo in un periodo di calma, non mi preoccuperei di cose del genere. Ma ora capisco le proteste, anche se naturalmente non le approvo. Ho anche raccomandato agli organizzatori della cosiddetta marcia per la pace, da qui a Dharamsala fino al confine con la Cina, di annullare il progetto, perché potrebbe portare a scontri con le guardie di frontiera armate. Ma tutto quello che posso fare è dispensare consigli, non posso sopprimere altre opinioni. Spero che i cinesi non useranno tutto questo come scusa per perpetrare un altro bagno di sangue».
Sente la nostalgia di casa, del Tibet?
«Nostalgia di casa? No. Casa è dove ti senti a case e dove ti trattano bene. Ed è così, naturalmente, in India, negli Stati Uniti, in Europa.
Ha rinunciato alla speranza di rivedere Lhasa e il palazzo del Potala, dove è cresciuto e dove ha governato il Paese?
«Oh no, niente affatto. Sono fiducioso che un giorno potrò ritornare».
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La Repubblica
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di Fabio
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L´appello del Dalai Lama "Basta scontri, dialoghiamo", Erich Follath e Padma Rao - La Repubblica
L´appello del Dalai Lama "Basta scontri, dialoghiamo"!
DHARAMSALA - La rivolta in Tibet, le proteste contro la staffetta della torcia olimpica che non ha mai condiviso, le proposte per un compromesso con Pechino. Il Dalai Lama, leader del popolo tibetano, prosegue la sua visita in Europa e dopo la Germania ieri era a Londra.
Ha già ricevuto l´invito per la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici a Pechino?
«L´ho sempre detto: potrei andarci se mi invitassero. Ma, fino a questo momento, i cinesi hanno scelto un´altra strada: escludermi. E dare la colpa a me. Il Tibet Daily di Lhasa continua a definirmi criminale, traditore, separatista e poi, per bocca del capo del Partito comunista della Regione autonoma, "un lupo in abiti da monaco, un diavolo con un volto umano ma il cuore di una bestia". Ma non mi offendo, sono solo parole vuote».
Ma non può negare che oltre alle manifestazioni pacifiche dei monaci, che sono state brutalmente represse, i giovani tibetani a Lhasa si siano resi responsabili anche di incendi e saccheggi.
«Lo condanno, e mi rattrista vedere i miei concittadini tibetani agire in questo modo, non c´è nessuna giustificazione per la violenza. Ho proposto un´inchiesta internazionale sui fatti avvenuti in Tibet, che venga condotta da un´istituzione riconosciuta e indipendente. Ma una cosa è certa: sono stati in maggioranza tibetani innocenti a subire la brutalità della polizia e delle forze armate. Deploriamo la perdita di oltre 200 vite umane».
Ha pregato anche per i cinesi, compresi gli autori della repressione?
«Nonostante tutte le paure e le preoccupazioni, sono in pace con il mio inconscio, e dunque sono in grado di eseguire i miei compiti con una certa normalità. Non ho problemi a dormire. Forse questo è dovuto al fatto che prego anche per i cinesi, naturalmente. Per i loro leader. E anche per quelli che hanno le mani sporche di sangue».
Nello specifico, che cosa chiede alla Cina?
«I cinesi devono finalmente ammettere che esiste un problema tibetano. A differenza di altri disordini precedenti, questi hanno interessato non soltanto Lhasa, e non soltanto la cosiddetta Regione autonoma del Tibet. Questo travolgente e totale rigetto nei confronti del governo del Partito comunista e delle sue politiche non può essere semplicemente ignorato. Pechino deve capire che negli ultimi 50 anni è stato fatto qualcosa di terribilmente sbagliato. L´oppressione e la tortura non hanno prodotto nessun risultato in Tibet, e la rieducazione politica ha fallito. Ora le persone che sono al potere a Pechino, quei nove membri del Politburo le cui decisioni influenzano 1,3 miliardi di persone, si trovano di fronte a un bivio. Io spero che scelgano una politica radicalmente nuova, una politica realistica».
Quale strada pensa che imboccherà Pechino?
«La nostra posizione di larga autonomia per il Tibet è quella che offre le prospettive migliori. I tibetani devono avere la possibilità di prendere decisioni su tutte le questioni legate alla cultura, alla religione e all´ambiente. È qualcosa di completamente diverso dall´essere uno Stato indipendente. Se Pechino accettasse un modello di questo tipo, io posso garantire che non ci sarebbero più le crisi e i disordini che ci sono attualmente.
Molti tibetani considerano la staffetta della torcia olimpica sul monte Everest, sacro per i tibetano, e il percorso scelto a Lhasa, con il passaggio della torcia per il palazzo del Potala, antica sede del governo tibetano, come una provocazione. Lei non la pensa così?
«Se fossimo in un periodo di calma, non mi preoccuperei di cose del genere. Ma ora capisco le proteste, anche se naturalmente non le approvo. Ho anche raccomandato agli organizzatori della cosiddetta marcia per la pace, da qui a Dharamsala fino al confine con la Cina, di annullare il progetto, perché potrebbe portare a scontri con le guardie di frontiera armate. Ma tutto quello che posso fare è dispensare consigli, non posso sopprimere altre opinioni. Spero che i cinesi non useranno tutto questo come scusa per perpetrare un altro bagno di sangue».
Sente la nostalgia di casa, del Tibet?
«Nostalgia di casa? No. Casa è dove ti senti a case e dove ti trattano bene. Ed è così, naturalmente, in India, negli Stati Uniti, in Europa.
Ha rinunciato alla speranza di rivedere Lhasa e il palazzo del Potala, dove è cresciuto e dove ha governato il Paese?
«Oh no, niente affatto. Sono fiducioso che un giorno potrò ritornare».
(Copyright
Der Spiegel
La Repubblica
Traduzione
di Fabio
Galimberti)
DHARAMSALA - La rivolta in Tibet, le proteste contro la staffetta della torcia olimpica che non ha mai condiviso, le proposte per un compromesso con Pechino. Il Dalai Lama, leader del popolo tibetano, prosegue la sua visita in Europa e dopo la Germania ieri era a Londra.
Ha già ricevuto l´invito per la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici a Pechino?
«L´ho sempre detto: potrei andarci se mi invitassero. Ma, fino a questo momento, i cinesi hanno scelto un´altra strada: escludermi. E dare la colpa a me. Il Tibet Daily di Lhasa continua a definirmi criminale, traditore, separatista e poi, per bocca del capo del Partito comunista della Regione autonoma, "un lupo in abiti da monaco, un diavolo con un volto umano ma il cuore di una bestia". Ma non mi offendo, sono solo parole vuote».
Ma non può negare che oltre alle manifestazioni pacifiche dei monaci, che sono state brutalmente represse, i giovani tibetani a Lhasa si siano resi responsabili anche di incendi e saccheggi.
«Lo condanno, e mi rattrista vedere i miei concittadini tibetani agire in questo modo, non c´è nessuna giustificazione per la violenza. Ho proposto un´inchiesta internazionale sui fatti avvenuti in Tibet, che venga condotta da un´istituzione riconosciuta e indipendente. Ma una cosa è certa: sono stati in maggioranza tibetani innocenti a subire la brutalità della polizia e delle forze armate. Deploriamo la perdita di oltre 200 vite umane».
Ha pregato anche per i cinesi, compresi gli autori della repressione?
«Nonostante tutte le paure e le preoccupazioni, sono in pace con il mio inconscio, e dunque sono in grado di eseguire i miei compiti con una certa normalità. Non ho problemi a dormire. Forse questo è dovuto al fatto che prego anche per i cinesi, naturalmente. Per i loro leader. E anche per quelli che hanno le mani sporche di sangue».
Nello specifico, che cosa chiede alla Cina?
«I cinesi devono finalmente ammettere che esiste un problema tibetano. A differenza di altri disordini precedenti, questi hanno interessato non soltanto Lhasa, e non soltanto la cosiddetta Regione autonoma del Tibet. Questo travolgente e totale rigetto nei confronti del governo del Partito comunista e delle sue politiche non può essere semplicemente ignorato. Pechino deve capire che negli ultimi 50 anni è stato fatto qualcosa di terribilmente sbagliato. L´oppressione e la tortura non hanno prodotto nessun risultato in Tibet, e la rieducazione politica ha fallito. Ora le persone che sono al potere a Pechino, quei nove membri del Politburo le cui decisioni influenzano 1,3 miliardi di persone, si trovano di fronte a un bivio. Io spero che scelgano una politica radicalmente nuova, una politica realistica».
Quale strada pensa che imboccherà Pechino?
«La nostra posizione di larga autonomia per il Tibet è quella che offre le prospettive migliori. I tibetani devono avere la possibilità di prendere decisioni su tutte le questioni legate alla cultura, alla religione e all´ambiente. È qualcosa di completamente diverso dall´essere uno Stato indipendente. Se Pechino accettasse un modello di questo tipo, io posso garantire che non ci sarebbero più le crisi e i disordini che ci sono attualmente.
Molti tibetani considerano la staffetta della torcia olimpica sul monte Everest, sacro per i tibetano, e il percorso scelto a Lhasa, con il passaggio della torcia per il palazzo del Potala, antica sede del governo tibetano, come una provocazione. Lei non la pensa così?
«Se fossimo in un periodo di calma, non mi preoccuperei di cose del genere. Ma ora capisco le proteste, anche se naturalmente non le approvo. Ho anche raccomandato agli organizzatori della cosiddetta marcia per la pace, da qui a Dharamsala fino al confine con la Cina, di annullare il progetto, perché potrebbe portare a scontri con le guardie di frontiera armate. Ma tutto quello che posso fare è dispensare consigli, non posso sopprimere altre opinioni. Spero che i cinesi non useranno tutto questo come scusa per perpetrare un altro bagno di sangue».
Sente la nostalgia di casa, del Tibet?
«Nostalgia di casa? No. Casa è dove ti senti a case e dove ti trattano bene. Ed è così, naturalmente, in India, negli Stati Uniti, in Europa.
Ha rinunciato alla speranza di rivedere Lhasa e il palazzo del Potala, dove è cresciuto e dove ha governato il Paese?
«Oh no, niente affatto. Sono fiducioso che un giorno potrò ritornare».
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