venerdì 3 settembre 2010

Miss: Miss cameriera, il concorso si fa al pub «Alla più bella un posto di lavoro»

Accade al locale «Tnt», la sfilata sabato. In giuria, i clienti habitué. Il gestore: «La gente va solo dove ci sono belle ragazze che servono ai tavoli»
Il pub Tnt di Tezze sul Brenta


TEZZE SUL BRENTA (Vicenza) - C'è chi sceglie un bar, un locale o una birreria a seconda della cameriera che vi lavora: se bionda, mora, gentile, simpatica o particolarmente attraente. E c'è chi, invece, sceglie direttamente la propria cameriera di fiducia, votandola e permettendole così di lavorare. È questa l'iniziativa dei titolari del «Tnt», un locale di Tezze sul Brenta, nel Vicentino, che, per essere sicuro di accondiscendere anche i gusti degli avventori più esigenti e conquistarsi la loro fedeltà, ha deciso di organizzare un concorso per aspiranti cameriere, che saranno votate dal pubblico. Un posto di lavoro come cameriera, con contratto a chiamata per servire ai tavoli e attirare i clienti: è questo il primo premio del concorso di bellezza «Miss Tnt Pub», organizzato nel omonimo locale di Tezze sul Brenta. «Molte delle persone che frequentano i bar scelgono i posti dove ci sono belle ragazze», spiega Aurelio Zarpellon, 49 anni, uno dei due gestori, assieme al figlio Andrea di 20 anni.

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«Così mi è venuta l'idea di organizzare un concorso per scegliere una cameriera che sia come vogliono i miei clienti». Padre e figlio non hanno particolari esigenze, e hanno fissato pochi requisiti per chi volesse iscriversi al concorso che si terrà sabato sera alle 21: l'età, che deve essere compresa tra i 18 e i 30 anni, la voglia di lavorare tra la gente, e il routinario «essere spigliate e attive». Finora le ragazze iscritte sono una decina, tutte residenti a Tezze o nei Comuni limitrofi: Bassano del Grappa, Marostica e Romano d'Ezzelino. Per conquistarsi la busta paga, le ragazze dovranno sfilare davanti al pubblico in abito elegante, in tenuta da lavoro e in costume da bagno, e saranno sottoposte al voto della giuria composta da sei clienti habitué e capitanata, ovviamente, dal datore di lavoro, «papà» Aurelio. Le giovani aspiranti cameriere dovranno anche superare delle prove «sul campo»: delle interviste, alcuni scherzi e provare a gestire dei clienti in un esercizio come un pub. La serata sarà condotta da un presentatore, che al termine dello spettacolo non consegnerà alcuna corona di miss o fascia di bellezza ma darà a una delle giovani bellezze che parteciperanno al concorso un premio molto più ambito: un posto di lavoro. «Se andrà bene - chiude Aurelio - ho in mente di riproporre il concorso ogni sei mesi, per aggiungere una ragazza, o male che vada, cambiare quella che il pubblico ha votato sei mesi prima».

Motomondiale: Manuel Poggiali: «Ero il nuovo Rossi ma ora sono più felice» «Non ho rimpianti, ero troppo fragile. Purtroppo non avevo la forza mentale di Lorenzo»

L'intervista all'ex pilota ritiratosi nel 2008 a 25 anni

Lo chiamavamo il nuovo Valentino. Lui ora si accontenta di essere diventato un uomo nuovo. Manuel Poggiali, 28 anni, da San Marino, è uno dei casi più clamorosi di enfant troppo prodige per poter sopravvivere alle responsabilità. Campioncino nato fin da quando salì in minimoto a 10 anni, un titolo mondiale in classe 125 a 18 anni nel 2001, uno in 250 a 20 nel 2003 (al primo anno nella categoria, non ci riuscì neanche Rossi), poi il crollo, psicologico prima che tecnico, e il ritiro nel 2008, a soli 25 anni. Moto spenta. Basta corse. Una vita chiusa per provare ad aprirne un'altra con la compagna Michela, il figlio Claudio (2 anni a novembre), un lavoro al Comitato olimpico di San Marino («Prima facevo sport io, ero alla fine del percorso; ora cerco di mettere in grado gli altri di fare sport») e idee chiare su ciò che è stato e perché: «La mia è stata una carriera breve e intensa. Un'escalation continua, ogni anno crescevo e vincevo qualcosa. Tutto è arrivato in fretta».

Poi che accadde?
«Calo di motivazioni, la mia scarsa cattiveria, forse a volte mi hanno limitato i mezzi che mi davano. Ho cominciato a non vincere, è arrivata la frustrazone: anche un quarto posto sembrava insopportabile. Mi sono incasinato con la testa».

In che senso?
«Mi sono chiuso in me stesso, erano finite passione e divertimento. Correre mi sembrava un obbligo e ne soffrivano le relazioni. Per gli altri ero diventato un peso, noioso».

In realtà il primo stop fu nel 2007.
«Una specie di anno sabbatico. Per provare a capire».

In quel periodo fece anche il barista.
«Intanto chiariamo: io non me lo sono mai tirata quando ero campione, dunque non è mai stato un problema adattarmi. E poi sa che le dico? È stato un bel modo per iniziare ad avere un dialogo con le persone. Dovevo aprirmi e cercavo qualcosa che mi portasse in mezzo alla gente. E in questo senso il barista è un lavoro perfetto».

Quindi nel 2008 è risalito in moto.
«E avevo ancora voglia. Ma a quel punto è arrivata la paura».

Il peggior nemico di un pilota.
«Proprio così. Ho fatto delle brutte cadute e mi è venuta paura di farmi male. Con la pioggia addirittura non entravo neanche in pista. Un blocco peggiore di prima. Poi mi stava per nascere Claudio. Allora ho scelto di dire stop».

A metà stagione, addirittura.
«Continuare non aveva più senso per me, per la squadra, per gli sponsor. Meglio lasciare spazio a chi era più arrabbiato di me».

Dunque la nostra impressione di allora era giusta: Manuel è troppo fragile, schivo, orso, inadatto a questo mondo…
«Sì, ero fragile. E ai primi problemi mi sono fatto un po' travolgere».

Troppo perfezionista, forse?
«Sì. E il mio pregio si è trasformato in difetto».

Ora ha imparato a perdonarsi?
«Diciamo che sono diventato un po' più normale...».

Quanto ha inciso la morte di papà Claudio nel 1999?
«Tanto. Avevo 16 anni, era sempre stato il mio punto di riferimento. Lui mi dava la forza interiore e mi faceva ragionare sulle cose. Sapeva essere duro, mentre il resto della famiglia mi coccolava, forse troppo... Ci fosse stato lui, quei problemi li avremmo gestiti diversamente».

Fu lui a trasmetterle la passione?
«Sì, di questo lo ringrazierò per sempre. Io ci ho messo del mio in pista, ma se papà non mi avesse aiutato all'inizio non sarebbe iniziata la tua carriera».

Con il piccolo Claudio come si comporterà?
«Se la moto sarà la sua passione, nessun problema. Io da piccolo scoprii una cosa che mi piaceva e ne è nata una carriera. Ma la passione, se c'è, per qualsiasi sport, dovrà nascere da lui. Non sarò io a imporgliela».

Un tema di cui si parla molto in questi giorni dopo la morte di Peter Lenz, il pilota 13enne, a Indianapolis. Lei che ne pensa?.
«Per me è stata come una coltellata. Io vissi una vicenda simile in pista quando morì Kato: avevo corso poco prima. Certo, 13 anni sono pochissimi, ma lui ha scelto quello che gli piaceva. Dicono che sia immorale che i genitori consentano il rischio, ma così non ci sarebbe il motociclismo. Purtroppo il controllo totale non è possibile, quello che conta casomai è lavorare sulla sicurezza per limitare eventi simili».

Poggiali pilota con la testa di adesso che cosa sarebbe?
«Mah. Quel che è stato è stato. In fondo ho vinto dai 15 ai 22 anni e ho fatto un po' di storia del motociclismo italiano. Di sicuro, a essere meno fragile sarei ancora nel Motomondiale».

Colpa tutta sua?
«Non tutte. A volte ho avuto materiali inadatti, motori o gomme che andavano meno, ma questo succede sempre, anche adesso. È normale. Se vinci e vai bene le Case ti aiutano, se lotti per il settimo posto un po' meno. Nessuno scandalo».

L'abbiamo paragonata a Rossi e Biaggi. Sbagliavamo?
«Ho dimostrato di essere bravo. Come pilota mi do un voto alto. L'insufficienza è per il resto».

Come fu la storia del no al Festival di Sanremo?
«Era il 2004. Il giorno della presentazione del team Gilera, all'improvviso, mi dissero che alla sera sarei dovuto andare ospite al Festival».

C'è di peggio, dai.
«Sì. Ma era un periodo stressante, dopo aver vinto il Mondiale 250 non ho avuto neanche il tempo di godermelo, sempre in giro, foto, inaugurazioni. Faticavo con la testa. Lo vedevo come un peso da sopportare».

E così rifiutò.
«Proprio così. Avrei voluto saperlo prima, organizzarci, non fare tutto in fretta».

Conseguenze?
«Un casino. Mi dissero che me l'avrebbero fatta pagare. In effetti, a giudicare da certe modo che mi hanno dato poi, fu così. Forse potevano anche capirmi. Sapevano come sono, anzi come ero».

Lo rifarebbe?
«No».

Lei non ama neanche viaggiare, vero?
«Già. Non me lo sono mai spiegato. Strano per uno che faceva la mia vita, no? Ma mi mette tensione anche fare Rimini-San Marino. Mi stresso, ho voglia di arrivare in fretta, infatti prendo un sacco di multe...».

E' ancora fitness-dipendente?
«Sì, sempre di più. Mi rilassa, è la mia valvola di sfogo».

E col calcio come va? Lei, tifoso milanista, è un ottimo giocatore.
«Sì, ma ora, potendo fare palestra liberamente, ho perso un po' di agilità: sono tre volte più grosso di quando correvo!».

Guarda le corse di moto in tv?
«Dopo i due stop confesso che ho fatto fatica. Ora va meglio. E domenica sarò in pista a Misano».

Emozioni?
«Ogni tanto qualche turbamento. E poi sono critico, come si fa al bar».

Chi le piace di più?
«Marquez nella 125, un bel pilotino davvero».

E in MotoGp?
«Valentino è Valentino e con la Ducati farà grandi cose, ma il cambiamento di Lorenzo è stato qualcosa di incredibile. Avrei voluto io essere come lui».

Cioè come?
«Ha lavorato tantissimo a livello mentale, una capacità simile poteva venire comoda anche a me... Ma una volta a queste cose non si pensava troppo. Io me lo ricordo bene Jorge da piccolo, siamo stati anche compagni: era intrattabile, non sorrideva mai, arrivava nel box e manco ti salutava. Adesso è un'altra persona. Da quel punto di vista è il più avanti di tutti».

Beh, anche lei è cambiato molto e come capacità di autoanalisi non scherza.
«Ho avuto tempo di riflettere. Allora, portato dall'onda frenetica dello stress, non ho mai avuto tempo di capirmi».

Tornerà nell'ambiente delle moto?
«È un po' presto per dirlo. Per ora sto bene così, grazie. Magari organizzerò dei corsi guida tra un po'».

Sente di aver vissuto troppo in fretta? Con più calma sarebbe andata diversamente?
«Io sono contentissimo di com'è andata. Zero rimpianti. La carriera è finita presto, ma sono migliorato tantissimo dal punto di vista relazionale e mentale. .

È più felice adesso di allora?
«Sì. E un uomo più completo. Questo dico ai giovani e dirò a mio figlio quando crescerà: non ci sono solo i titoli mondiali nella vita».

Nazionale: L'Italia vince ai calci d'angolo E la Rai "buca" il gol di Cassano Gli azzurri passano in svantaggio, poi sugli sviluppi di due corner vanno a segno il numero 10 e Bonucci

PRANDELLI ESORDISCE CON UNA VITTORIA NELLE QUALIFICAZIONI EUROPEE

TALLIN - A fatica. E con la paura ancora addosso. L'Italia di Prandelli esordisce con una vittoria nelle qualificazioni europee. Ma il risicato 2 a 1 contro l'Estonia è stato più difficile del previsto. Merito dei padroni di casa, certo; ma soprattutto demerito della nostra nazionale, che ha confermato tutti i propri limiti. Squadra lenta, impacciata, approssimativa e con troppi black out. Era importante tornare a vincere, dopo il flop Mondiale (e una striscia di sette partite senza successi): almeno da questo punto di vista Pirlo e compagni hanno svolto il compitino. Ma è stata una prestazione con poche luci e tante ombre: Prandelli avrà parecchio da lavorare, per dare un'identità a questo gruppo di giocatori. La rivoluzione del ct è iniziata, ma i frutti non si vedono ancora.

IL MATCH - Non è stata certo una partita memorabile. A passare in vantaggio sono stati addirittura i padroni di casa. Al 31' Zenjov ribatte in rete una corta respinta di Sirigu. Gli azzurri annaspano, cercano di reagire senza riuscire però a costruire azioni pericolose. Non è un caso che le reti che ribaltano il risultano arrivino su calcio d'angolo: al 15' è Cassano a deviare di testa il cross di Pirlo. Un gol che la Rai buca clamorosamente: al momento dell'azione, infatti, era in onda la pubblicità. Quattro minuti dopo nuovo angolo di Pirlo, Fantantonio prolunga la palla di tacco e Bonucci infila di destro in rete. Non succede molto altro. A parte due invasioni di campo, un'uscita a vuoto di Sirigu a tempo scaduto e un'ammucchiata finale nell'area azzurra.

PRANDELLI - «È una forte emozione - commenta a fine gara Prandelli - nello spogliatoio i ragazzi erano sfiduciati. Secondo me stavano giocando bene, dopo il loro gol abbiamo avuto una buona reazione e abbiamo meritato la vittoria». Cosa c'è che non ha funzionato? «Abbiamo sbagliato quasi tutte le palle inattive contro, ci siamo fatti sorprendere e abbiamo subito qualche contropiede di troppo». La coppia Cassano-Pazzini? «Secondo me in questo momento sono quelli che hanno più brillantezza».

LE PROSSIME PARTITE - Gli azzurri torneranno in campo il 7 settembre a Firenze per affrontare le Isole Far Oer nella seconda gara valida per le qualificazioni agli Europei del 2012. Per Prandelli sarà il debutto da ct in Italia e sarà il Franchi, lo stadio che lo ha visto protagonista nelle ultime 5 stagioni sulla panchina della Fiorentina, a ospitare la prima partita casalinga del neo-commissario tecnico azzurro. A ottobre altri due impegni validi per le qualificazioni europee: l'8 in casa dell'Irlanda del Nord, il 12 la sfida casalinga contro la Serbia.

Calciomercato: Diego al veleno: "Tradito da Marotta"

Diego, 25 anni, è passato al Wolfsburg dopo un anno alla Juve

TORINO
Diego che attacca Marotta, Trezeguet che bacia la maglia dell'Alicante, Giovinco che si sfoga contro la Juve e Zebina che gioca al tiro al bersaglio. L'ex, si sa, ha il dente avvelenato per principio, ma dopo la chiusura del mercato sulla società bianconera si è scatenato un diluvio di rancori, accuse e gesti spiacevoli. Qualche polemica i nuovi dirigenti bianconeri l'avevano messa in preventivo, considerando il grande repulisti fatto nello spogliatoio, ma le parole di Diego dalla Germania sono quelle che hanno lasciato più sconcertati.

«Mi sento tradito da Marotta - ha detto il brasiliano -. Mi diceva che dovevo restare alla Juve, ma io sapevo che parlava con l'agente per trovarmi un'altra squadra. È una cosa che non ho mai capito». Diego è approdato al Wolfsburg una settimana fa dopo un solo anno in bianconero, con 47 partite giocate e 7 gol segnati, ed evidentemente sentiva la necessità di sfogarsi in una lunga intervista concessa a Sky. «Ero contento di stare alla Juve - aggiunge -, giocavo ed ero rispettato. Ho sempre lasciato decidere a loro e mi hanno venduto per 15 milioni e mezzo, perdendo 10-12 milioni in un anno. Se hanno fatto così, era perché non ero un giocatore importante in questo progetto. Che secondo me è sbagliato, anche per i soldi: ne hanno persi tanti, con grandissimi campioni».

Parole velenose che hanno fatto arrabbiare la Juve. Ufficialmente non ci sono repliche, ma negli uffici di corso Galileo Ferraris si registra «grande amarezza» e «rammarico» per una verità a senso unico, visto che è stato lo stesso giocatore a volersene andare. Quando Diego ha saputo dell'offerta del Wolfsburg negli spogliatoi di Villar Perosa, non ha detto no alla proposta e la sera stessa ha organizzato un volo privato per chiudere la trattativa. Anche perché in Germania avrebbe guadagnato di più (4,8 milioni contro 4). Che i rapporti fossero tesi tra il fantasista e la Juve lo dimostrano le parole pronunciate dopo l'addio e la pretesa di essere pagato fino al 25 agosto compreso.

Nessun sconto, nessun grazie. Il primo ad attaccare l'ex squadra era stato Tiago dall'Atletico Madrid («Io ora sono felice, loro lo saranno meno», disse a metà agosto), l'ultimo Zebina ieri. «Non mi aspettavo nulla - ha commentato il francese passato al Brescia -, soprattutto dopo aver visto il trattamento riservato a Nedved». Una sassata, mentre Giovinco da Parma aveva già offerto il suo punto di vista: «La dirigenza doveva essere più chiara con me - si sfoga la Formica Atomica -. Non sono stato trattato come mi aspettavo». Una giornata di veleni, aperta dalle foto di Trezeguet che stampa baci alla nuova maglia in Spagna, che come unica reazione ha visto l'affettuoso saluto di Del Piero al solo Camoranesi, passato allo Stoccarda senza sfoghi. «Di Trezeguet ho già parlato, tengo a salutare Mauro con cui ho condiviso otto stagioni con la maglia della Juventus e momenti straordinari anche in azzurro». Su Diego, Zebina e Giovinco il silenzio vale più di mille parole.

Nazionale calcio: In Italia sono spariti i portieri Senza big spazio ai debuttanti

Da Dino Zoff a Gigi Buffon l'Italia, Nazionale e nazione, ha sempre avuto il santo cui affidarsi quando il nemico, spesso più forte, era alla porta e si poteva solo sprangarla con i guantoni. La parata sulla linea di Zoff contro il Brasile nel leggendario 1982, i miracoli di Buffon nel cortile della Germania tracciano il confine che separa la caduta dal trionfo, la cronaca dalla storia. Tutto finito, o sospeso, almeno finché il Supereroe della decade, il Gigi bianconero, non s'aggiusterà la schiena operata: in costume azzurro lo si rivedrà solo a marzo, se la Juve l'ha messo fuori dalla lista per il girone di qualificazione dell'Europa League, che durerà fino a dicembre. Dopo di lui, il diluvio. Popolo di santi, poeti, navigatori e portieri: non più.

Qualcuno con talento spunta, o sta emergendo, ma se neppure Cesare Prandelli sa scegliere significa che nessun fenomeno s'avvista: fossero due l'indecisione sarebbe giustificata, ma la statistica rende l'evento altamente improbabile. Indeciso il ct lo era alla vigilia dell'esordio, idem ora, sulla soglia della prima partita che conta, stasera a Tallinn, contro l'Estonia. Parola sua: «Ho un solo dubbio - diceva a Coverciano, subito dopo l'ultimo allenamento - quello tra i due portieri. Tutti e due sono pronti e carichi, una di quelle situazioni in cui c'è una rivalità che tiene sulla corda: ed è un bene per tutti». Più o meno la diagnosi che aveva fatto quindici giorni prima: «Per il portiere deciderò all'ultimo momento, perché meriterebbero». I due sono Salvatore Sirigu, da Palermo, ed Emiliano Viviano, da Bologna. E già la provenienza dalle periferie della classifica, o comunque non da Beverly Hills, suggerisce come siano cambiati i tempi: quando le grandi fornivano anche il numero uno. Levato Buffon, casa Juve, le altre hanno preferito l'export (Julio Cesar all'Inter e Julio Sergio la Roma), o l'avevano privilegiato (Dida al Milan). Ci sarebbe anche Federico Marchetti, inghiottito però da una trama che farebbe gola a Poe o Grisham. Le mani del futuro parevano le sue, ma tra acciacchi e bisticci con il club, s'è ritrovato quarto portiere del Cagliari. Pensare che per settimane è stato anche un articolo di lusso del mercato, commerciato, dal Milan alla Juve, sui quindici milioni. Prandelli lo chiamò, poi fu costretto a rispedirlo a casa, per diagnosi medica (acciacco muscolare) e imbarazzi diplomatici, visto che nell'ultima partita del Cagliari figurò infortunato.

Tocca ai giovani allora, Sirigu e Viviano, anche se poi l'età mica è una discriminante: basti l'improvviso esordio di Buffon in mezzo alla neve di Mosca. Si narra che non si fabbrichino più difensori, dai centrali ai terzini, per unanime motivo spiegato da gente del ramo, Claudio Gentile e Fabio Cannavaro: «Nessuno è più abituato a giocare a uomo, ad avere un avversario». Dev'essere così anche per i portieri, per distinte ragioni, non ultima quella che sempre più spesso le società pescano all'estero. La Roma che si presenta in Supercoppa con l'antico Lobont è una visibile spia accesa. Sirigu fu l'ultima scoperta di Marcello Lippi, e del campionato, Viviano la novità. Piaceva tanto già a Mourinho, che nel riscaldamento della sua Inter a Bologna, un anno fa, si piazzò dietro la porta rossoblù. Sta spiando il nemico, chiesero i microfoni a José, e lui: «No, lo osservo perché è nostro». Avrebbe voluto riportarlo alla base. Se il futuro fosse nei numeri, o nella sfrontatezza del sceglierli, non ci sarebbero dubbi: Sirigu s'è preso il 23, Viviano l'uno. Sembra che il rossoblù piaccia anche a Prandelli, e il partitone di lunedì contro l'Inter lo mette in pole, ma forse Sirigu offre briciole d'esperienza in più. A chiunque tocchi, dovrà crescere in fretta: l'Italia senza un gran portiere sarebbe un maniero con la porta da saloon, un bel libro senza copertina. Oltre a un grosso rischio, da stasera.

Calciomercato: Roma. La Sensi raddoppia "E ora Ranieri"

Dopo il colpo Borriello la presidente della Roma annuncia: "Con il tecnico non ci saranno problemi per il rinnovo. Lo saprete a tempo debito, basterà una stretta di mano". Poi sottolinea: "L'arrivo del milanista stimolerà anche Adriano a far meglio"


ROMA - "E adesso penso al rinnovo con Ranieri". Rosella Sensi non lascia, anzi raddoppia. Dopo aver toccato picchi di notorità mai raggiunti, grazie all'inatteso colpo-Borriello, la presidente della Roma ha già in mente il prossimo passo. E per ora non le importa sapere che da un momento all'altro potrebbe essere costretta da Unicredit a lasciare il testimone a qualcun altro: "Prolungare il rapporto con Ranieri non sarà un problema. Succederà senza che voi ve ne accorgerete, con una stretta di mano che vale come un contratto. Quando sarà il momento lo diremo", annuncia ai microfoni di Centro Suono Sport.

SAREBBE FELICE ANCHE MIO PADRE - Borriello potrebbe rappresentare l'ultimo acquisto di 17 anni di gestione Sensi. La presidente preferisce per un attimo guardare al passato piuttosto che al futuro: "L'acquisto di Borriello avrebbe fatto gioire anche mio padre che, per me, è stato anche un grande maestro. Mi ha insegnato che con la tenacia si può ottenere tanto. Ho vissuto tutto con mio padre dal '93, non vorrei parlare solo degli ultimi 2 anni. Adesso è cambiato tutto ma in me resteranno sempre bellissimi ricordi".

ADRIANO COSI' POTRA' FARE MEGLIO - La presidente torna ancora su come ha convinto l'attaccante rossonero ad approdare nella Capitale ("L'ho massacrato di informazioni e passione sulla Roma, gli ho parlato dei tifosi, dei giocatori e della società. Ho fatto leva sulla passione che possiede Marco")
ma poi tiene a non dimenticare Adriano, l'Imperatore fortemente voluto in estate per dare ulteriore peso all'attacco. "Adriano è un valore aggiunto. L'arrivo di Borriello non gli creerà problemi, anzi. Se ha meno occhi puntati può lavorare meglio", dice.

E' NATO LO STILE ROMA - La Sensi chiude svelando i retroscena del mancato arrivo di Berhami ("Fino a martedì eravamo sul giocatore, vediamo cosa succede nella prossima sessione di calciomercato") ma anche dell'importanza del ritorno di Burdisso."E' stato confermato che due grandi campioni hanno creduto nello stile Roma, al progetto Roma. La Roma è diventata convincente. Cosa farei se dovessimo vincere lo scudetto? Festeggerei anche da non presidente, perché quando si è tifosi della Roma si è tifosi e basta". (03 settembre 2010)

Scienza: Hawking: «Dio non è necessario a spiegare la creazione dell'Universo»

Lo scienziato: «Si è trattato semplicemente di una conseguenza inevitabile delle leggi della fisica»
Il time pubblica alcuni stralci del suo nuovo libro. «tutto può essere nato dal nulla»


LONDRA - La creazione dell'universo si può spiegare anche senza l'intervento di Dio, poiché le ultime scoperte scientifiche hanno dimostrato che esistono alternative all'idea che esso sia nato dalla mano divina. Lo sostiene lo scienziato britannico Stephen Hawking nel suo ultimo libro «The Grand Design» (Il progetto grandioso), di cui il Times pubblica alcuni brani.

LEGGI DELLA FISICA - La creazione dell'universo, scrive Hawking, è stata semplicemente una conseguenza inevitabile delle leggi della fisica. «Poiché esistono leggi come quella della gravità - sostiene il matematico nel libro di cui è coautore il fisico americano Leonard Mlodinow - l'universo può essere stato creato dal nulla». Considerando che è altamente probabile che esistano non solo altri pianeti simili alla Terra ma addirittura altri universi, Hawking sostiene che se Dio avesse voluto creare l'universo allo scopo di creare l'uomo, non avrebbe avuto senso aggiungere tutto il resto.

LA RAGIONE UMANA - In questo modo Hawking rivede la teoria espressa in precedenza in «Una breve storia del tempo», in cui aveva sostenuto che non vi fosse incompatibilità tra un Dio creatore e la comprensione scientifica dell'universo. «Se arrivassimo a scoprire una teoria completa sarebbe il trionfo definitivo della ragione umana perché conosceremmo la mente di Dio», aveva scritto nel 1998.

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