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martedì 22 marzo 2011

Gino Strada/Libia: L’intervento militare “è frutto di cervelli malati”

gino-strada - la guerra è frutto di cervelli malati - libia invasione Roma – L’intervento militare in Libia “è frutto di cervelli malati”. Lo ha sostenuto il fondatore di Emergency, Gino Strada, dal palco del teatro Ambra Jovinelli a Roma commentando quanto sta accadendo al di là del Mediterraneo. Strada, che lunedì sera ha presentato il nuovo mensile di Emergency ‘E’, non ha voluto entrare nella polemica politica ma ha sottolineato che i cervelli dei politici e dei militari sono “tra i più sottosviluppati del pianeta”.

La guerra, ha aggiunto, ci viene presentata “come umanitaria, necessaria, indispensabile, ma che la guerra sia umanitaria è la più grande bestemmia mai sentita”. L’ intento del fondatore di Emergency è di ”riuscire a costringere la maggior parte delle persone ad assorbire ”pensieri alti” e non le ”cretinate del presidente del consiglio”.

Per il fondatore di Emergency “l’abolizione della guerra si ha con il disarmo nucleare, ma la battaglia deve attraversare le coscienze dei cittadini, non sarà certo un regalo della classe politica” Alla serata ha partecipato anche il presidente di ‘Libera’, don Luigi Ciotti, che ha confessato di aver provato ”tanta rabbia in questi giorni: è una sofferenza, una ferita profonda. In 40 giorni si è passati da chi non voleva ‘disturbare Gheddafi’ all’intervento di questa notte”.

Per garantire i diritti si è  “perso tempo, si doveva intervenire prima e senza armi”. Sul palco anche Fiorella Mannoia che ha sottolineato come “con i dittatori non si dovrebbe scendere a patti”. Da parte sua, lo scrittore Erri De Luca ha raccontato alcuni suoi desideri: “Vorrei che l’Italia fosse rappresentata dagli sforzi di accoglienza e non da respingimenti, dalla buona volontà dei suoi volontari di pace e non da piste da cui decollano bombardieri”.

domenica 20 marzo 2011

Libia/Guerra: Il generale Mini: “La no fly-zone porterà a un’invasione di terra” = Occupazione!

Fabio Mini, già comandante della forza internazionale di pace in Kosovo e Capo di Stato Maggiore NATO in Sud Europ, analizza un possibile intervento delle forze occidentali contro Gheddafi

Il generale Fabio Mini

“E’ probabile che la no-fly zone sulla Libia porti a un’invasione di terra. Di più, la no-fly zone non è un atto militarmente determinante. Può essere imposta per anni su un Paese, senza toccare davvero la sua forza militare”. Il generale Fabio Mini, già comandante della forza internazionale di pace in Kosovo e Capo di Stato Maggiore NATO in Sud Europa, vede pesanti nubi di guerra addensarsi sulla Libia. La no-fly zone, spiega, potrebbe essere l’inizio “di una escalation militare dagli esiti imprevedibili e potenzialmente distruttivi”.
Iniziamo dalla risoluzione 1973 votata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. Che cosa prevede, esattamente? Solo il controllo dello spazio aereo della Libia, o qualcosa di più?
Ci sono due aspetti da considerare. Il primo è che per applicare la no-fly zone bisogna essere comunque in grado di colpire gli obiettivi a terra che sostengono la forza aerea. E quindi le basi aeree, le basi missilistiche, le artiglierie contraeree, i radar, tutta la strumentazione che deve essere messa fuori uso prima di controllare lo spazio aereo. C’è poi il secondo aspetto, quello della risoluzione 1973 votata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU ieri, che non istituisce semplicemente la no-fly zone, ma che dà alla comunità internazionale il diritto di usare tutti i mezzi possibili per proteggere la popolazione civile.
Quindi qualcosa di più della semplice no-fly zone?
Esattamente. La risoluzione dà alla comunità internazionale non soltanto il diritto di presidiare lo spazio aereo, ma anche quello di intervenire ogni volta che la sicurezza dei civili sia messa in pericolo. Questo significa che se le truppe di Gheddafi decidessero di bombardare Bengasi, o qualsiasi altra città, gli eserciti stranieri avrebbero comunque il diritto di bombardare. Con i rischi per i civili che possiamo immaginare. Cosa faremo nel caso Gheddafi e i suoi mercenari decidessero di condurre operazioni militari contro i ribelli e le loro famiglie nelle città riconquistate? Bombarderemo? E le nostre bombe chi colpiranno? In Kosovo abbiamo tranquillamente bombardato obiettivi civili, pensando che fossero militari.
Una no-fly zone ha comunque la possibilità di rivelarsi determinante per fermare le truppe di Gheddafi e bloccare la carneficina?
Assolutamente no. Saddam Hussein ebbe due no-fly zone per ben 12 anni. Per reprimere gli sciiti e i curdi, gli bastò strisciare, non ebbe bisogno dello spazio aereo. Per assurdo, il divieto di volare può aumentare la disposizione di un tiranno sanguinario di fare a terra quello che non può fare dall’aria. E’ successo con Saddam, ma è successo anche con l’operazione Deny Flight in Bosnia-Erzegovina, con il divieto di volo ai serbi. Ciò che non impedì che ci fosse Srebrenica e gli altri massacri.
Da un punto di vista militare, di cosa ha bisogno l’imposizione di una no-fly zone?
Di una marea di cose. Di aerei intercettori che effettuino il pattugliamento, di sorveglianza radar, di aerei per il rifornimento in volo, di AWACS per le operazioni di identificazione degli obiettivi, di un sostegno logistico enorme, di basi avanzate, come quelle di Sigonella, Gioia del Colle, Trapani, e di altre più arretrate, come Aviano. C’è bisogno, nel caso della Libia, di una copertura anche navale. Con i radar delle navi si può controllare il territorio, con i missili delle navi, soprattutto quelli superficie-aria, si può fiaccare la resistenza dell’esercito libico. Ma c’è bisogno soprattutto di una straordinaria coesione politica e diplomatica. Tutti i Paesi intorno alla Libia devono essere coinvolti. La Mauritania, il Ciad, gli altri stati africani che hanno tradizionalmente legami stretti con Gheddafi, e verso cui il rais potrebbe spostare parte della sua forza militare.
Un’ultima domanda, generale Mini. Quale può essere l’esito finale della no-fly zone?
L’occupazione militare. Data l’esperienza passata, non esiste un solo esperimento di no-fly zone che si sia concluso senza ricorrere all’intervento delle truppe di terra. E’ ovvio che sia così. Di solito il Paese cui viene imposta la zona di esclusione aerea continua a massacrare i suoi nemici, a reprimere i civili, a produrre fenomeni migratori. Le forze straniere sono costrette a intensificare gli attacchi. Il passo successivo è la guerra totale, con l’invasione da parte delle truppe di terra. Boots on the ground, scarponi sul terreno, come si dice in gergo. E’ successo in Bosnia, è successo in Kosovo, è successo in Iraq. Ci sarà bisogno di un’ulteriore risoluzione ONU, ma è questo l’esito più probabile.

Il fattoquotidiano

Guerra in Libia: L’Occidente attacca Tripoli, colpiti obiettivi strategici

L'occidente attacca la libia - guerraLancio dei missili cruise dalle navi militari americane

Notte di guerra sotto i bombardamenti per la Libia. Attacchi dal cielo e dal mare, piogge di missili sulle coste per costringere Gheddafi a cessare il fuoco.

L’operazione militare denominata ‘Odissea all’alba’ entra nel vivo con un bilancio, secondo il governo libico, di circa 50 morti.

Tripoli è stata bombardata prima dell’alba innescando la reazione della contraerea libica.

Il Pentagono precisa che i raid aerei avrebbero colpito almeno 20 obiettivi strategici del rais specie attorno a Misurata.

Stando alle prime informazioni, i caccia francesi avrebbero colpito prevalentemente la parte orientale del Paese. Gli Stati Uniti hanno lanciato 110 missili cruise da navi e sommergibili. La Raf britannica avrebbe colpito la costa occindetale con missili Stormshadow da alcuni Tornado GR4.

Ritornano alla base i caccia francesi e britannici dopo la notte di bombardamenti. ‘Odissea all’alba’ è la più grande operazione militare internazionale contro un Paese arabo dall’invasione dell’Iraq nel 2003.

La missione di bombardamento più a ampio raggio dai tempi della guerra delle Falkland nel 1982 per i militari britannici.

sabato 19 marzo 2011

Libia/Guerra: Caccia francesi sul cielo di Bengasi; guerra in qualunque momento!

Caccia bombardieri francesi Rafale sono sui cieli di Bengasi per ostacolare i movimenti delle truppe del Colonnello Muammar Gheddafi. Lo riferisce la tv francese Bfm e lo confermano fonti militari di Parigi.

Secondo la stessa fonte, i Rafale sono al momento impegnati in una missione di ricognizione "sull'intero territorio libico". Il tipo di missione non e' vincolante. I Rafale, della Dassault, sono caccia bombardieri armati di ultima generazione, cui basta il via libera del comando per passare all'azione e iniziare i bombardamenti.

Libia/Guerra: Flop al vertice di Parigi; Decisioni senza l’Unione africana, ma è GUERRA!

guerra in libia Hilary Clinton et Nicolas Sarkozy samedi sur le perron de l'Elysée guerraHillary Clinton e Nikolas Sarkozy durante il vertice di Parigi | Photo: P. VERDY/AFP

“Quando chi sta in alto parla di pace la gente comune sa che ci sarà la guerra. Quando chi sta in alto maledice la guerra le cartoline precetto sono già compilate.” Così Bertolt Brecht parlando della guerra, il male assoluto che colpisce soprattutto i più deboli a vantaggio dei poteri forti.

L’intervento militare dell’Occidente in Libia è questione di ore, di minuti forse anche di secondi. Tutto è preparato e a considerare la velocità di ogni movimento, si può anche desumere che tutto era già preparato. Parigi ha voluto un vertice per sancire l’ora d’inizio dei bombardamenti, e con molte probabilità del dispiego di uomini in terre libiche, ma per il “piacere” di molti africani ed arabi – contrari ad un intervento del genere -, nessun paese africano si è presentato.

In politica internazionale non esistono coincidenze, per cui questa assenza può essere interpretata come un dissenso della comunità politica africana in relazione all’intervento militare in Libia. Questa assenza è un segnale forte, del quale si denota una certa paura circa la possibilità che la situazione possa sfuggire di mano per via dell’intervento diretto dell’Occidente in una questione che si può risolvere diplomaticamente. Il fallimento dell’intervento potrebbe portare la Libia a diventare una nuova Somalia, uno Stato non Stato in preda ai poteri tribali e le milizie islamiche.

Per giustificare l’assenza della delegazione africana al vertice di Parigi sulla Libia, gli organizzatori hanno riferito che l’Unione Africana si è riunita a Noukachott, capitale della Mauritania, per cercare una soluzione diplomatica. Infatti il presidente sudafricano è stato incaricato ieri insieme ai presidenti di Mauritania, Repubblica democratica del Congo, Mali e Uganda di creare una missione di mediazione dell'Unione Africana per far fronte alla crisi libica. In ogni modo, il Presidente  dell’Unione Africana Jean Ping doveva essere presente al vertice, ma anche lui non si è presentato.

Mentre chiudo questo pezzo, aprendo dalle agenzie che gli attacchi alle forze di Gheddafi potrebbero cominciare appena finito il summit di Parigi. I primi a colpire potrebbero essere francesi, britannici e canadesi, seguiti da statunitensi e arabi, precisano. Come si evince da queste notizie, i paesi africani, nonostante condizionati dalle varie organizzazioni post-coloniali (i francofoni – sotto influenza di Parigi, gli anglofono, sotto l’influenza di Londra) non parteciperanno alle azioni militari contro la Libia.

Karl Kraus diceva che le guerre cominciano perché i diplomatici raccontano bugie ai giornalisti e poi credono a quello che leggono, e questa sembra essere la realtà di questa crisi.

Stiamo a vedere!

Kingamba Mwenho

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