CITTA' DEL VATICANO, sabato, 14 novembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato il 12 novembre da mons. Jean-Michel di Falco Léandri, Vescovo di Cap e d’Embrun, e Presidente della Commissione episcopale europea per i media, nell'introdurre i lavori dell’Assemblea plenaria della commissione del Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa su “La cultura di Internet e la comunicazione della Chiesa”.
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«La cultura di Internet e la comunicazione della Chiesa». Sentendo questo tema, mi sono ritornati in mente i tre avvenimenti che hanno sconvolto la vita della nostra Chiesa durante lo scorso inverno. Mi riferisco all'«affare» Williamson, alla scomunica di Recife e alla dichiarazione sul preservativo nell'aereo che portava il Papa in Camerun - è così che i media hanno descritto quegli avvenimenti. Tre questioni che hanno scosso il pianeta Internet. Sono state giudicate emblematiche del modo in cui la Chiesa istituzionale comunica e in cui gli internauti - cristiani o meno - reagiscono. Hanno rivelato i punti di forza e le debolezze della comunicazione della Chiesa nel contesto di una cultura di Internet trionfante.
In seguito all'affare Williamson, il Santo Padre stesso ha riconosciuto che la Curia non aveva ben valutato la posta in gioco rappresentata da Internet. O meglio, per citare più esattamente: «Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie alle quali si può accedere tramite Internet avrebbe permesso di venire più velocemente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che, in avvenire, alla Santa Sede dovremo prestare una maggiore attenzione a questa fonte d’informazione».
Di fronte alla critica riguardante il fatto che il Papa non era stato messo al corrente delle dichiarazioni negazioniste di Mons. Williamson disponibili nella rete, il Papa si è riferito, nella sua lettera ai vescovi, ad Internet soltanto come fonte d’informazione, come biblioteca virtuale.
Ci sono però molti altri aspetti che motivano la scelta del tema di riflessione della nostra assemblea. Sono gli aspetti che andremo ad affrontare durante queste giornate, tra i quali possiamo citare l'emergere della Web generation, gli sconvolgimenti nell'organizzazione del tempo e dello spazio, nel modo di informarsi e di comunicare, le conseguenze ecclesiologiche, gli effetti sul governo stesso della Chiesa, il posto della religione nel mercato di Internet, la varie maniere di proclamarvi il Vangelo e di essere Chiesa in tale mercato.
Non facciamoci illusioni. Non facciamo lo struzzo. Internet si trasforma, trasforma la nostra società e non può non trasformare la Chiesa, non può non trasformare il nostro modo di essere e di agire come Chiesa, con il rischio di non essere più testimoni di Cristo nel mondo di oggi!
Con Internet, assistiamo a una rivoluzione copernicana che sta già producendo i suoi effetti sul nostro modo di essere nella nostra relazione con il mondo, nel nostro collocarci nel mondo, nel nostro interagire con il mondo. Qui si inserisce la presa di coscienza della Chiesa istituzionale riguardo all'importanza di Internet. Nessuno dubbio. E a maggior ragione oggi. Ma saper navigare cavalcando l'onda di Internet è tutta un’altra storia.
Internet è un rivelatore, un evidenziatore. O sapete comunicare, o non sapete farlo, o siete credibili o non lo siete, o rispondete alle attese o restate nella vostra bolla, o siete un profeta o siete l'ultimo dei Mohicani, o siete vivi o siete dei fossili, o conoscete il linguaggio di Internet o non lo conoscete e non potete comunicare. Paragono spesso la modalità di presenza della Chiesa nel mondo dei media e in Internet a ciò che viene richiesto a un missionario che si accinge a partire per terre sconosciute. Che cosa si chiede ad un missionario prima della sua partenza? Di conoscere la cultura del paese in cui si reca e di apprenderne la lingua. Non dovremmo forse avere lo stesso atteggiamento per ciò che riguarda la presenza nei media?
Nuovi linguaggi nascono su Internet, utilizzati dai giovani. Abbreviazioni, foto ed emoticon, schede audio e video la fanno da padrone. La cultura digitale si dota di una propria grammatica, di una lingua in costante e veloce evoluzione (LOL, MDR). La nostra generazione soffre di un’eccessiva tendenza a considerare come superficiale tutto ciò che è breve, istantaneo, basato sull'emozione. Sarà forse perché siamo piuttosto orientati verso lo scritto, i lunghi elaborati, la qualità dell'argomentazione da quegli spessi dossier che dobbiamo affrontare, dai libri di teologia e dalle tesi che abbiamo letto o che ancora leggiamo? Se guardiamo più da vicino, però, la Chiesa nella sua storia non ha considerato come vettori di verità soltanto i lunghi trattati di teologia. Ha saputo esprimere la sua fede in modo conciso e convincente. Basti citare la proclamazione del kerygma negli Atti degli Apostoli. Ha saputo utilizzare forme di comunicazione non verbale. Basti pensare alle icone, agli affreschi e ai mosaici delle nostre chiese, alle vetrate e alle sculture sui timpani delle nostre cattedrali. Ha saputo suscitare emozioni. Basti ascoltare i suoi canti e le sue musiche. Proclamiamo «una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio Padre di tutti», ma esistono mille modi di esprimere questa fede. L'aggiornamento chiesto da Papa Giovanni XXIII ci spinge senza tregua a riattualizzare il modo in cui proponiamo la fede alle nuove generazioni.
Viviamo in un mondo pluralistico, dove moltissimi sono coloro che, grazie ad Internet, possono avere accesso a tutto ed esprimere il loro parere su tutto. La Chiesa non può non tenerne conto. Con la secolarizzazione, la globalizzazione, la crescita di Internet, la nostra visione del mondo, della vita e della morte è considerata da alcuni come un prodotto tra i tanti nel mercato delle religioni. La Chiesa non può comunicare come se non esistessero altre concezioni e interpretazioni del mondo. Ha una Parola, un messaggio d’amore da proclamare, ma deve anche ascoltare, e Internet è una formidabile camera di risonanza della vita del mondo.
Un mio amico ha fatto una ricerca sui siti cristiani in francese più consultati. Ne è venuto fuori che i siti cattolici in Francia vengono molto dopo i siti evangelici, benché nel nostro paese gli evangelici siano una minoranza rispetto ai cattolici. Come si spiega? Per lui le ragioni sono le seguenti:
La prima è che «gli evangelici ascoltano e i cattolici parlano».
Con questo egli intende dire che gli evangelici escono da se stessi per mettersi come prima cosa al posto degli altri. Rispondono ai bisogni. «Che cosa vuoi?» domanda Gesù al paralitico, al cieco nato. In altre parole, «Di cosa hai bisogno? Qual è il tuo desiderio più profondo? Io posso darti una risposta». La comunicazione comincia sempre dall'ascolto. Questo lo spinge a porsi questa domanda: la Chiesa cattolica parla forse partendo da se stessa senza prendere sufficientemente in considerazione ciò che vive la gente?
La seconda ragione del maggiore successo dei siti evangelici rispetto ai siti cattolici è che «i siti cattolici sono centrati su se stessi» e sono «considerati come strumenti e non come un mondo da evangelizzare».
Con questo intende dire che i nostri siti sono delle estensioni o dei duplicati dei nostri foglietti parrocchiali, dei nostri bollettini diocesani. Sono ad uso interno. Parlano una lingua per iniziati ad uso esclusivo degli iniziati. I siti evangelici, al contrario, vogliono raggiungere gli internauti, utilizzando Internet come strumento e vettore di evangelizzazione.
Che ci troviamo d’accordo o meno con questa analisi, resta il fatto che possiamo farci carico della necessità di ascoltare il mondo per amarlo di più e parlargli.
Se i siti istituzionali, con la loro pesantezza, sono necessari, gli elettroni liberi possono esserlo altrettanto. Qualcuno come Napoleone è certamente valutato diversamente in un'assemblea come la nostra, ma permettetemi di parlare di lui per fare un paragone. Napoleone sapeva usare altrettanto bene, in una battaglia, la cavalleria pesante e i lancieri che trafiggono i fianchi dell'avversario, così come i volteggiatori che si danno da fare a stuzzicare quegli stessi fianchi come mosche cocchiere.
Un sito Internet dovrebbe poter mettere in contatto con Gesù Cristo e con una Chiesa viva, una comunità in cui si vivono l'unità e la carità. Lungi dal trovare tutto questo, gli internauti si trovano molte volte a confrontarsi con un «sistema» che offre, certo, i suoi vantaggi una volta che ne hanno superato la soglia, ma che, in un primo contatto, fa più da schermo che da cinghia di trasmissione, non avendo dalla sua parte la leggerezza dell'amore.
Questi volteggiatori del Vangelo, li vedo nei blog creati dai laici. Questo rientra nel campo proprio della loro attività, della loro vocazione e della loro missione di battezzati nella Chiesa e nel mondo.
La 44a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che avrà luogo il 23 maggio prossimo avrà per tema: «Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola». Scegliendo questo tema, il Papa colloca l'urgenza di un'evangelizzazione con il mondo digitale e del mondo digitale nella cornice dell'Anno Sacerdotale. Si tratterà di «incoraggiare i sacerdoti ad affrontare le sfide che nascono dalla nuova cultura digitale», come ha sottolineato il comunicato stampa. A mio parere, tuttavia, non si tratta di un appello a tutti i sacerdoti a creare un proprio blog. Si tratta piuttosto di un appello ai sacerdoti a circondarsi di laici competenti per l’implementazione dei loro siti parrocchiali o di movimenti, una chiamata a collaborare, una chiamata ad accompagnare i laici che si stanno lanciando, o che si sono già lanciati, nell'evangelizzazione via Internet. È una chiamata a vedere come possiamo aiutare gli internauti a distinguere i siti cattolici da quelli che si spacciano come tali ma non sempre lo sono.
I media riducono spesso la Chiesa al Papa ed ad alcuni cardinali. Ragion di più perché i vescovi e i sacerdoti lascino tutto il loro posto ai laici sulla rete. L'Azione Cattolica consisteva nell’evangelizzazione del simile da parte del simile, dell'operaio da parte l'operaio, dello studente da parte dello studente, della donna da parte della donna, del padrone da parte del padrone, ecc. Occorre ritrovare questa intuizione in ciò che riguarda la rete, e se non si riesce a evangelizzare la rete, almeno evangelizzare con la rete. Soltanto la presenza nella rete di cristiani laici competenti e illuminati, che si esprimono in quanto cristiani, potrà mostrare che non si può ridurre la Chiesa alla sua gerarchia e al Papa.
Permettetemi di articolare alcune affermazioni in questo senso:
- Nella giungla delle offerte gratuite e delle possibilità mediatiche, i cristiani devono farsi vedere con qualcosa di più. Questo «di più» non è un gadget, è il lievito assolutamente indispensabile affinché la pasta prenda forma, è la lampada nella casa, è il faro nella notte del mondo e delle nostre vite. Ma è assolutamente necessario entrare nel mercato della rete con questo «di più».
- La Chiesa non può arrivare a tutti allo stesso tempo, con gli stessi contenuti, sugli stessi media. Non può portare avanti un discorso monolitico. Le vite sono diverse, il mondo è segmentato, la Chiesa deve assolutamente diversificare la propria offerta. Chi si vuole raggiungere, dove, come, perché e per fare che cosa, per condurre verso che cosa? Tutto questo non deve forse essere pensato prima della creazione di qualunque sito?
- Prendere bene le misure prima di ogni impostazione del modo in cui questa o quella immagine, questa o quella dichiarazione potranno essere percepite, riportate, propagate, interpretate. Si può mettere le cose a posto in termini di conoscenza di causa, ma non si dovrebbe mai essere sorpresi dalle reazioni per poi precipitarsi con le smentite e le rettifiche. Se si è sorpresi da una reazione, è perché si è analizzata male la situazione prima di parlare, dunque non si è stati sufficientemente all'ascolto. Meglio riflettere prima, ed essere spontanei e reattivi malgrado tutto. Quella del web è la cultura della spontaneità.
- Oltre 25 anni fa dicevo che le cattedrali del XXI secolo sarebbero state mediatiche. Oggi queste nuove cattedrali vanno costruite nella rete. Nella storia della Chiesa, nello stesso tempo in cui la carità diventava inventiva per rispondere ai nuovi bisogni, le vecchie strutture rimanevano. Anche per noi, pur assicurando la vita delle nostre parrocchie e delle nostre diocesi, dobbiamo avere la sollecitudine di continuare ad essere presenti là dov’è la gente, dove il mondo cambia, dunque ad andare su You Tube, My Space, Facebook, ecc. La questione non è certo trascurabile: quale forma di legame sociale si tesse tra le persone “connesse”? Queste reti pongono la questione dei confini dell'intimità. Mi limiterò a menzionare le questioni che girano intorno al rapporto con la verità e l'identità, il tempo e lo spazio, il rapporto con la cultura, come ho già detto, ma dobbiamo proprio essere assenti?
- Non sono i giovani che non si avvicinano più alla Chiesa, è la Chiesa che è lontana dal loro mondo. Navigando in rete, entrando in un qualsiasi sito di incontro come Facebook, ci si rende subito conto del bisogno di comunicare, della necessità di un incontro e di un dialogo autentici. L'autenticità per loro è segno di verità. Dobbiamo promuovere una presenza cristiana sul web fatta dunque di operatori, sacerdoti inclusi, che certo conoscano bene le tecniche di comunicazione, ma che sappiano offrire anche degli spazi per la ricerca, l'incontro, il dialogo, la preghiera.
Riflettere sul branding con il fine di lavorare sulla notorietà e sull'immagine. Papa Giovanni Paolo II sapeva compiere dei gesti simbolicamente carichi di senso. Soltanto l'ascolto del mondo, da una parte, e l'ascolto del Dio del Vangelo dall’altra, ci possono permettere di posizionarci dove non si aspettano di trovarci, di sorprendere, di far cadere le false idee sulla Chiesa.
Queste diverse piste non devono far pensare che si possano risolvere i problemi di comunicazione della Chiesa con semplici misure di comunicazione, con il rischio di essere come quei «cembali risonanti» denunciati da San Paolo, quegli strumenti che suonano vuoti. Dobbiamo essere, come prima cosa e prima di tutto il resto, ‘abitati’. «La forma è il fondo che risale alla superficie» diceva lo scrittore Victor Hugo. «L’agire segue l'essere», diceva San Tommaso d’Aquino, e prima di lui Aristotele. Agiamo secondo ciò che siamo. Diamo a vedere ciò che siamo.
Alcuni credono che Internet sia solamente qualcosa di virtuale o di superfluo. Tutti conosciamo dei sacerdoti o dei vescovi per i quali Internet è l'ultima delle loro preoccupazioni, che continuano la loro pastorale come se Internet non esistesse. Ora Internet fa sempre più parte integrante della vita quotidiana. Non esservi presenti equivale a tagliare fuori una buona parte della vita delle persone. E quando ci si è all’interno, ciò che si dà a vedere è inseparabile da ciò che si è. Del resto, secondo la modalità naturale, a meno di essere completamente paranoici, si prende ciò che si percepisce per la realtà; e, a meno di essere un perfetto manipolatore, si dà a percepire ciò che si è. Non ci può essere una dicotomia completa tra essere e apparire nella mente delle persone, e io sono convinto che i nostri siti e i nostri blog dicono molto di più su di noi di quanto non immaginiamo.
Questo mi porta ad affrontare la questione della testimonianza, della testimonianza cristiana, della testimonianza del cristiano, di colui che si è lasciato abitare dallo Spirito di Cristo.
Ecco cosa dice Nietzsche dei martiri nella sua opera L'Anticristo: «Il tono con cui un martire getta in faccia al mondo ciò che egli "considera vero" esprime già un livello così basso di probità intellettuale, una tale ottusa indifferenza nei confronti del problema della verità, che non è mai necessario confutare un martire. […] Si può essere sicuri che su questo punto la modestia, la moderazione aumenta in funzione del grado di coscienza che si applica alle cose dello spirito. […] I martiri hanno fatto torto alla verità… Ancora adesso, è sufficiente una persecuzione un po’ dura per conferire una fama di rispettabilità al più banale dei settarismi». Per Nietzsche, il martirio non è altro che l'espressione di un fanatismo. Ma se non differenzia il fanatico dal vero martire, è proprio perché i veri martiri sono rari. Nietzsche denuncia «Il tono con cui un martire getta in faccia al mondo ciò che egli "considera vero"». Facciamo dunque un’analisi dei siti Internet che si dichiarano «cristiani». Quali possono non dare adito a una simile accusa? Quanti sono dei veri testimoni di Cristo? Quanti possono dirsi esenti da verità sbattute in faccia, esenti da autocompiacimento, dogmatismo, politichese, scorciatoie, accecamenti, e persino da mancanza d’amore, di speranza, della stessa fede?
Il Concilio Vaticano II, quando tratta il tema dell'ateismo, ci invita a fare il nostro esame di coscienza su questo argomento: «Senza dubbio coloro che volontariamente cercano di tenere lontano Dio dal proprio cuore e di evitare i problemi religiosi, non seguendo l'imperativo della loro coscienza, non sono esenti da colpa; tuttavia in questo campo anche i credenti spesso hanno una certa responsabilità» (Gaudium et spes, 19).
Un sito Internet cristiano deve occuparsi del mondo e non tagliarsi fuori dal mondo. Deve evitare il politichese, evitare di essere esso stesso un ideologo che cerca di imporre la propria verità. Un sito deve essere aperto al dialogo e al dibattito, pur mostrando che non transigerà su certi principi che sono accettati da tutti e dovunque. Deve accontentarsi di proporre la verità di Cristo, in maniera ferma, morbida, umile. E se si tratta di rendere conto della speranza che è in noi a quelli che ce ne chiedono ragione (cf. 1 Pt 3, 15), che questo venga fatto «con dolcezza e rispetto», dice San Pietro.
Il falso testimone di Cristo cerca di esasperare, cerca la provocazione. Il vero testimone di Cristo esaspera senza volerlo. Il sito cristiano deve dunque esasperare senza provocare. Se arriva a essere fastidioso, deve esserlo come lo si può essere in noi stessi quando la nostra coscienza ci provoca a tendere al bene ed ad evitare il male. Il sito cristiano ha il dovere di risvegliare le coscienze, puntando sull'attrazione di ogni uomo per la bontà, la verità, la bellezza.
Tendiamo talvolta, nella Chiesa, a separare la Chiesa e il mondo, il sacro e il profano. Questo significa dimenticare che Gesù non compie una tale distinzione, o piuttosto, la distinzione è un’altra, passa dal confine del nostro cuore. «Chi non è contro di noi è per noi», dice ai discepoli che si stupiscono che ci siano dei miracoli fatti da altri (Mc 9, 40). Questo ci invita ad allargare lo spazio della nostra tenda. Sant’Agostino diceva già a proposito della Chiesa: «molti di quelli che sembrano all'esterno sono all’interno e molti che sembrano all’interno sono all'esterno» (De bapt. V, 27), e Padre François Varillon fa ricorso a questa formula lapidaria: «La Chiesa è il mondo nella misura in cui accoglie il dono di Dio».
Se si eccede nella distinzione tra media profani da un lato e media intra-ecclesiali dall'altro, si corre il rischio della ghettizzazione, della vittimizzazione, senza ascoltare ciò che il mondo ha da dire della Chiesa, ciò che quest’ultima ne comprende, come lo recepisce, senza cercare neanche di sapere come può essere presente in tutti i media.
Fortunatamente, però, ora più che mai, Internet ridistribuisce le carte, ci fa scendere dal nostro piedistallo, dalla nostra cattedra magistrale, ci fa uscire dai nostri ghetti, dalle nostre sagrestie. Papa, cardinali, vescovi, sacerdoti, fedeli laici, noi tutti formiamo con Internet un’agora, uno spazio libero e spontaneo dove si dice tutto su tutto, dove tutti possono discutere di tutto, un’agora virtuale in cui gli internauti si fanno un'idea su questo o quell’argomento mentre procedono nella loro peregrinazione, nella loro ricerca, ovvero nel loro zapping. L'internauta cattolico non fa eccezione a questa regola. Pur aderendo liberamente alla fede della Chiesa, vuole farsi un'opinione propria, essere il solo giudice di là dove si trova il suo bene. Naviga dunque in rete in funzione dei propri centri d’interesse, del punto a cui è arrivato nella sua ricerca, ed esercita il suo giudizio in funzione del punto a cui è arrivato nella sua fede e nelle sue conoscenze.
Che un fedele, o che ogni uomo, si faccia la sua opinione per conto proprio può far paura a dei pastori come noi. Ci piacerebbe proteggere i più deboli e i più vulnerabili. Ma occorre trovare delle soluzioni diverse dalla censura e dal divieto per tutto questo. La censura è sempre una cattiva risposta, anche quando si fa bella delle migliori intenzioni del mondo. Appare sempre come erratica ed arbitraria, dunque, in fin dei conti, come totalitaria. Orbene, la verità non ha bisogno di noi per imporsi. Il Concilio Vaticano II lo ricorda: «la verità non si impone che per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore» (Dignitatis humanae, 1). Un atto di fede che non fosse un atto libero non avrebbe alcun valore. «La dignità dell'uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere, mosso cioè e determinato da convinzioni personali, e non per un cieco impulso istintivo o per mera coazione esterna» (Gaudium et spes, 17).
Papa Benedetto XVI, nella sua ultima enciclica, ci invitava a legare «verità» e «amore» nella nostra vita. Non può esserci verità senza amore né amore senza verità. La verità senza amore è fredda e l'amore senza verità è cieco. Prevenire senza censurare, avvisare senza vietare, spiegare piuttosto che imporre, questa deve essere la nostra sollecitudine pastorale per ciò che riguarda ogni sito o blog che si dichiara cattolico o gestito da cattolici. Saremo credibili solamente se manifestiamo la verità nell'amore, la verità dell'amore, l'amore nella verità.
Il mondo s’interessa poco al fatto che la Chiesa sia custode della fede o della propria fede - quale religione non ha la sua istanza regolatrice e non cerca di proteggersi dalle possibili devianze nel suo seno? Il mondo si aspetta dalla Chiesa che viva di una fede rinnovata, si aspetta di vedere l'impatto di una tale fede nella condotta del mondo.
Internet è uno strumento, e in quanto tale non è portatore di morale, ma è utilizzato dagli uomini portatori di morale, capaci di usarne nel bene così come nel male. Come ogni strumento che moltiplica le capacità umane, è portatore tanto di minacce quanto di potenzialità. Tutto dipende dall'uso che se ne fa. La moralizzazione di Internet non si farà senza la moralizzazione degli uomini, e in primo luogo di noi stessi. Quale Cristo facciamo vedere sui nostri siti?
Ciò che diceva Paolo VI in Evangelii nuntiandi trentaquattro anni fa può essere ben applicato ad Internet: «Per la Chiesa non si tratta soltanto di predicare il Vangelo in fasce geografiche sempre più vaste o a popolazioni sempre più estese, ma anche di raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell'umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza» (Evangelii nuntiandi, 19).
Prima di concludere vorrei sottolineare un punto di attenzione tutto particolare, quello dei più poveri; cito: «Una delle (preoccupazioni) più importanti (…) si riferisce a ciò che si chiama oggi il divario digitale», una forma di discriminazione che divide i ricchi dai poveri sulla base dell'accesso, o della mancanza d’accesso, alle nuove tecnologie dell’informazione.
Gli individui, i gruppi e le nazioni devono avere accesso alle nuove tecnologie per prendere parte ai vantaggi promessi dallo sviluppo e per non restare ancora più indietro. È imperativo, e cito adesso Papa Giovanni Paolo II, «è imperativo che il baratro che allontana i beneficiari dai nuovi mezzi d’informazione e di espressione da coloro che non vi hanno ancora accesso non diventi una causa insormontabile di ingiustizia e di discriminazione».
Così come la croce ha il suo asse verticale e il suo asse orizzontale, così deve essere la nostra evangelizzazione nella rete: orizzontale per la sua estensione, verticale per la sua profondità e la sua qualità.
Per concludere, permettetemi di citare uno scrittore francese, Jules Renard: «Alcune gocce di rugiada su una ragnatela, ed ecco un fiume di diamanti». Possano le poche gocce di rugiada che depositiamo sull'immensa rete di Internet trasfigurarla agli occhi di tutti in un fiume di diamanti!
Grazie per la vostra presenza e la vostra attenzione.
CITTA' DEL VATICANO, sabato, 14 novembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la
Lectio Magistralis svolta l'11 novembre da monsignor Zygmunt Zimowski, Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, all'Istituto Internazionale di Teologia Pastorale Sanitaria “Camillianum” per l’apertura del nuovo anno accademico.
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L’invito a tenere questa Lectio Magistralis all’inizio dell’Anno accademico del Camillianum sul tema, Teologia della vita: il valore della vita umana, tutta e per tutti, mi è molto gradito e mi onora anche come nuovo Presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute.
Il Vostro invito, caro Padre Superiore Generale e Reverendo Padre Preside, mi fa maggiormente piacere perché il tema del valore della vita umana è anche uno dei problemi più complessi degli ultimi decenni e in modo particolare, degli ultimi anni.
Una prova indiscutibile di ciò è uno studio recentissimo (Marzo 2009) elaborato dal Gruppo Interdisciplinare di Bioetica (GIB) dell’Istituto Borja di Bioetica (IBB), sui problemi biologici, etici e giuridici dell’embrione e sull’inizio della vita umana.
Trovo interessante sottolineare il punto di partenza di questo documento perché è molto significativo ai fini della sua conclusione. Viviamo in una società pluralista e non più in una società guidata da un codice etico unico; quindi, a questi problemi si possono dare non solo risposte differenziate, ma anche e persino risposte opposte.
Pertanto, non deve sorprendere che, in un contesto sociale e culturale così diverso, non ci sia più una unanimità, neppure nelle risposte ai problemi fondamentali sull’inizio, il fine ed i limiti del diritto alla vita1.
Questo relativismo etico è ormai talmente accettato, che la stessa diversità delle risposte vale anche per l’aborto, ovvero il tema dell’autonomia riproduttiva della donna. Insomma, queste sono le sfide della nostra società contemporanea, e non si può imporre un’etica massimalista per tutti; anzi, si deve piuttosto cercare di ottenere dei minimi etici condivisibili, che poi garantiscono la convivenza2.
Partendo da questo presupposto, dividerò la mia Lectio in tre punti:
1. le sfide odierne;
2. le risposte della Chiesa;
3. il servizio ecclesiale alla vita dall’inizio fino alla fine naturale.
1. Le sfide odierne
Per quanto riguarda la vita umana, il venerabile Papa Giovanni Paolo II scrisse, nel 1995: “Con le nuove prospettive aperte dal progresso scientifico e tecnologico nascono nuove forme di attentati alla dignità dell’essere umano, mentre si delinea e consolida una nuova situazione culturale, che dà, ai delitti contro la vita, un aspetto inedito e - se possibile – ancora più iniquo suscitando ulteriori gravi preoccupazioni”3. Gli attacchi più recenti provengono dalla biomedicina, con le sfide che riguardano l’embrione. Sembra, infatti, che l’accordo sulla definizione dell’embrione in quanto essere umano, allo stadio di zigote, morula o blastula, sia ancora molto discutibile. Poiché ci troviamo allo stadio pre-embrionale, la biomedicina attuale determina una serie di stadi progressivi nello sviluppo dell’embrione umano distinti e separati: fecondazione, zigote, morula e blastula. Se ciò fosse vero, e per la biomedicina lo è, non si potrebbe parlare di aborto fino all’impianto del pre-embrione nell’utero, e poiché la gestazione vera e propria non sarebbe ancora iniziata non ci sarebbe quindi una interruzione della gravidanza4.
La prima grande sfida riguarda così l’inizio dell’embrione come essere umano!
La seconda riguarda l’embrione umano ed il suo essere già una persona. Per “essere una persona umana”, la biomedicina attuale esige non solo che l’embrione umano disponga di informazioni sufficienti per avere una autonomia biologica e una individuazione, ma anche che si verifichino varie e precise condizioni5. Pertanto, secondo la biomedicina attuale si potrebbe già parlare di una vita umana embrionale dopo la blastula cioè dopo l’impianto, ma non ancora di una vita umana autonoma e quindi, si potrebbe concludere che, l’inizio del carattere autonomo dell’embrione umano non avviene prima dell’impianto completo cioè 15 giorni dopo la fecondazione. La pretesa che la genetica possa dimostrare il carattere autonomo dell’embrione umano dal momento della fecondazione non è inoltre corretta. Il problema dell’embrione riguarda, infatti e soprattutto, il suo valore ontologico, ossia la sua condizione di persona 6. Al Gruppo Interdisciplinare di Bioetica (GIB) interessa dunque rilevare che, anche se in questa controversia la scienza non ha l’ultima parola, le sue osservazioni possano però, portare chiarimenti al dibattito etico. Ed eccoci alla seconda grande sfida dell’embrione umano: l’essere persona!
Per alcuni, l’embrione è già persona dal momento della fecondazione, poiché si tratta di un suo processo continuo fino alla nascita. Questo criterio della continuità e finalità interna (télos) esige, almeno il rispetto del processo embrionale e fetale come una persona “in fieri”. Questo valore ontologico dell’embrione-persona si basa sul carattere sacro della vita umana, che possiede il genoma umano completo in ogni momento del suo sviluppo. Annoto che questa precisazione è anche la posizione ufficiale della Chiesa come vedremo in seguito più in profondità.
Altri sostengono, in base al criterio biologico, che si possano distinguere tre stadi nel processo embrionale e fetale, quindi noi possiamo anche distinguere tre gradi etici. Poiché, al primo stadio, il processo embrionale è ancora una massa di cellule senza una chiara individualità ed autonomia biologica, anche se già si tratta di vita umana, non sembra ragionevole attribuirgli il carattere autonomo, poiché diventa persona solamente al momento della sua autonomia e individualizzazione. Da quel momento gli obblighi morali sono maggiori.
Per altri invece, si può parlare di obblighi morali quando lo sviluppo cerebrale ha una minima e sufficiente costituzione genetica, morfologica, fisiologica e individuale. Siamo già alla sesta, o settima settimana dopo la fecondazione7. Ormai è chiaro come la grande sfida della vita umana riguarda anzitutto e soprattutto il suo inizio.
Se la vita umana iniziasse soltanto dopo l’impianto, ciò significherebbe un pieno nulla osta etico per l’aborto, poiché si impiegano circa 15 giorni dal momento della fecondazione dell’ovulo fino al momento all’impianto nell’utero materno.
Ed è quanto il GIB (Gruppo Interdisciplinare di Bioetica) sostiene8.
2. Le risposte della Chiesa .
Quanto sono state profetiche le parole del venerabile Papa Giovanni Paolo II, scritte nella sua Lettera apostolica Novo millennio ineunte (2001): “ Un impegno speciale deve riguardare alcuni aspetti della radicalità evangelica che sono spesso meno compresi, fino a rendere impopolare l’intervento della Chiesa, ma che non possono per questo essere meno presenti nell’agenda ecclesiale della carità. Mi riferisco al dovere di impegnarsi per il rispetto di ciascun essere umano dal concepimento fino al suo naturale tramonto. Allo stesso modo, il servizio all’uomo ci impone di gridare, opportunamente e importunamente, che quanti s’avvalgono delle nuove potenzialità della scienza, specie sul terreno della biotecnologia, non possono mai disattendere le esigenze fondamentali dell’etica, appellandosi magari ad una discutibile solidarietà che finisce per discriminare tra vita e vita, in spregio della dignità propria di ogni essere umano”9.
Mi permetto di dire che queste parole così autorevoli confermano non solo l’opportunità della scelta del tema, ma ci impegnano a dare risposte sempre più corrispondenti alla dignità di tutta ed ogni vita umana. Papa Wojtyla non solo ci conferma la tematica, ma ci indica anche la giusta metodologia da seguire, Ecco le sue parole: “Per l’efficacia della testimonianza cristiana, specie in questi ambiti delicati e controversi, è importante fare un grande sforzo per spiegare adeguatamente i motivi della posizione della Chiesa, sottolineando soprattutto che non si tratta di imporre ai non credenti una prospettiva di fede, ma di interpretare e difendere i valori radicati nella natura stessa dell’essere umano. La carità sarà allora necessariamente al servizio della cultura, della politica, dell’economia, della famiglia, perché dappertutto vengano rispettati i principi fondamentali dai quali dipende il destino dell’essere umano ed il futuro della civiltà”10.
2.1. Il Vangelo della vita
Chi vuole comprendere l’interpretazione e la difesa da parte della Chiesa dei valori radicati nella natura stessa dell’essere umano, deve partire dal Vangelo dell’Amore di Dio per l’uomo. Poiché il Vangelo della Vita umana e della dignità della persona sono Vangelo unico ed indivisibile11.
“Di tutte le creature visibili, soltanto l’uomo è ‘capace di conoscere e amare il proprio Creatore’;” è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stesso; soltanto l’uomo è chiamato a condividere, nella conoscenza e nell’amore, la vita di Dio. A questo fine è stato creato ed è questa la ragione fondamentale della sua dignità”12.
Nel suo quarto dialogo, Santa Caterina da Siena scrive: “Quale fu la ragione che tu ponessi l’uomo in tanta dignità? Certo l’amore inestimabile con il quale hai guardato in te medesimo la tua creatura e ti sei innamorato di lei; per amore infatti tu l’hai creata, per amore tu le hai dato un essere capace di gustare il tuo Bene eterno”13. Per rilevare ancora di più questo primato ontologico della natura umana e la sua superiorità come creatura visibile, ascoltiamo cosa dice San Giovanni Crisostomo in una delle sue prediche: “Qual è dunque l’essere che deve venire all’esistenza circondato di una tale considerazione? Ė l’Uomo, grande e meravigliosa figura vivente, più prezioso agli occhi di Dio che tutta la creazione: è l’Uomo, è per lui che esistono il cielo e la terra e il mare e la totalità della creazione, ed è alla sua salvezza che Dio ha dato tanta importanza da non risparmiare, per lui, neppure il suo Figlio Unigenito. Dio infatti non ha mai cessato di tutto mettere in atto per far salire l’Uomo fino a sé e farlo sedere alla sua destra”14. Ecco perché la vita dell’uomo sta al cuore del messaggio di Cristo. Accolto dalla Chiesa ogni giorno con amore, esso va annunciato con coraggiosa fedeltà come buona novella agli uomini di ogni epoca e cultura. L’uomo è chiamato a una pienezza di vita che va ben oltre le dimensioni storiche - il tempo e lo spazio - della sua esistenza terrena. La sua vita consiste nella partecipazione alla vita stessa di Dio 15. Nel piano di Dio-Creatore, tutto è stato creato per l’uomo, ma l’uomo è stato creato per servire Dio e per offrirgli tutta la creazione.
Una prima risposta alle sfide sulla vita umana è, dunque, che non si tratta solo di un essere umano, ma anche della dignità di una persona.
Ora cerchiamo di approfondirla di più, considerando l’unità ontologica dell’uomo come immagine di Dio.
2.2 La vita umana, tutta e per tutti, ad immagine di Dio
Il CCC insegna, “La dignità della persona umana si radica nella creazione ad immagine di Dio” 16; questa immagine divina “è presente in ogni uomo.”17. Il racconto biblico esprime questa realtà con un linguaggio simbolico, quando dice che “Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita, e l’uomo divenne un essere vivente” (Gn 2,7). Da questo racconto biblico possiamo dedurre che l’essere dell’uomo nella sua totalità, cioè corpo e anima, è voluto da Dio a sua immagine ”18. Quindi, ed è importantissimo, che anche il corpo dell’uomo partecipi alla dignità di “immagine di Dio”. Il corpo, è un corpo umano proprio perché è animato dall’anima spirituale. E questa unità dell’anima e del corpo è così profonda che si deve considerare quest’ultima come la “forma” del corpo; ciò significa che, grazie all’anima spirituale, il corpo composto di materia è un corpo umano e vivente; lo spirito e la materia, nell’uomo, non sono due nature disgiunte, ma la loro unione forma un’unica natura 19.
A questo punto preciso ancora: “essendo ad immagine di Dio, l’individuo umano ha la dignità di persona: non è soltanto qualche cosa, ma qualcuno. Ė capace di conoscersi, di possedersi, di donarsi liberamente e di entrare in comunione con altre persone, è chiamato, per grazia, ad un’alleanza con il suo Creatore, a dargli una risposta di fede e di amore che nessun altro può dare in sua sostituzione”20.
E questo è fondamentale per comprendere la posizione della Chiesa per quanto riguarda la vita umana di ognuno e di tutti: “unità di anima e di corpo, l’uomo sintetizza in sé, per la sua stessa condizione corporale, gli elementi del mondo materiale, così che questi attraverso di lui toccano il loro vertice prendono voce per lodare in libertà il Creatore. Allora, non è lecito all’uomo disprezzare la vita corporale; egli anzi è tenuto a considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell’ultimo giorno”21.
Questa unità ontologica della natura umana è fondamentale nella risposta della Chiesa alle sfide della biomedicina, soprattutto, per quanto riguarda le varie fasi nel processo della vita umana “in fieri”. L’unità degli elementi costitutivi della natura umana è talmente importante da essere un articolo del nostro Credo cristiano. Il CCC recita, infatti: “Il Credo cristiano - professione della nostra fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, e nella sua azione creatrice, salvifica e santificatrice - culmina nella proclamazione della risurrezione dei morti alla fine dei tempi, e nella vita eterna”22. Questo Credo nella risurrezione della carne significa che, dopo la morte, non ci sarà soltanto la vita dell’anima immortale, anche i nostri ”corpi mortali” (Rm 8,11) riprenderanno vita.
San Paolo non ha dubbi, “Come possono dire tra voi alcuni che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neppure Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede… Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti”( 1 Cor. 15, 12-14.20). Allora, se nella proclamazione della risurrezione dei morti alla fine dei tempi, e nella vita eterna, culmina il Credo cristiano, cioè se l’unità ontologica della natura umana è così essenziale per comprendere la posizione della Chiesa, come alcuni possono affermare che la scienza segue un percorso diverso?
Anche la Chiesa non ha dubbi quando propone che il naturale continuum ontologico del processo genetico di ogni vita umana e la sua dignità di persona, radicata nel suo essere creato a immagine di Dio, rende illecito ogni artificiale discontinuum biologico. Per questo, la Chiesa proclama che ogni vita umana, dal suo concepimento fino alla morte naturale, è sacra.
In altre parole, e più teologiche: ciò che Dio ha unito, persino dopo la morte, nessuno, né l’uomo né lo Stato separi; pertanto no assoluto, sia all’aborto diretto che all’eutanasia diretta, positiva e negativa. Chi vuol conoscere ancora più a fondo questa proposta può leggere i vari documenti ed Istituzioni della Chiesa a servizio della vita umana.
3. Il servizio ecclesiale alla vita dall’inizio fino alla fine naturale
Il grande servitore della vita umana, Papa Giovanni Paolo II professa il valore della vita umana, tutta e di tutti, in questi termini inequivocabili: “Pur tra difficoltà e incertezze, ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene, con la luce della ragione e non senza il segreto influsso della grazia, può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore (cf. Rm 2, 14-15) il valore sacro della vita umano dal primo inizio fino al suo termine, e ad affermare il diritto di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene primario. Sul riconoscimento di tale diritto si fonda l’umana convivenza e la stessa comunità politica”23.
Precisando ulteriormente la teologia della vita umana, rileva l’evento di salvezza della incarnazione del Figlio di Dio, cioè della sua unione, in certo senso, ad ogni uomo. Poiché in questo evento salvifico si rivela all’umanità non solo l’amore sconfinato di Dio che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16), ma anche il valore incomparabile di ogni persona umana “24. Ecco perché la Chiesa si sente chiamata ad annunciare agli uomini di tutti i tempi questo “Vangelo”, fonte di speranza invincibile e di gioia vera per ogni epoca della storia”25.
Conforme a questa chiamata della Chiesa, Giovanni Paolo II istituì, l’11 Febbraio 1994, tramite il Motu Proprio “Vitae Mysterium”, La Pontificia Accademia Pro Vita (P.A.V.). Accennando all’attività della P.A.V. devo ricordare due grandi personalità: Sua Eminenza il Cardinale Fiorenzo Angelini, primo Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, ed il Professor Jerôme Lejeune, primo Presidente dell’Accademia Pro Vita. Dalla collaborazione del Professor Lejeune e del Cardinale Angelini con il Santo Padre venne l’idea, la missione e la struttura di questo organismo della Chiesa a servizio della vita umana. Il Compito statutario della Accademia è quella di intervenire su questioni divenute cruciali in questi ultimi anni nell’ambito della bioetica e, in generale, promuovere e difendere le vita umana. La prospettiva globale in cui si inserisce l’attività dell’Accademia è quella della costruzione di una nuova cultura della vita umana 26. Non si tratta, quindi, di un lavoro esclusivamente scientifico, neutro e distante dalle esistenze profonde della vita umana. L’adempimento di tale compito è un servizio urgente e necessario per aiutare l’uomo contemporaneo a costruire un mondo che riconosca la gioia della vita e sia animato dalla speranza: una civilizzazione dell’amore.
Per avere un’idea del servizio alla vita umana, cito soltanto alcune delle 14 pubblicazioni delle Assemblee Generali Annuali. “Identità e statuto dell’embrione umano” (1997), “Genoma umano, persona umana e la società del futuro” (1998), “La dignità del morente” (1999), “Natura e dignità della persona umana, a fondamento del diritto alla vita” (2002), “La dignità della persona umana” (2004), “L’embrione umano nelle fase di reimpianto” (2006), “ La coscienza cristiana a sostegno del diritto alla vita” (2008), “Le nuove frontiere della Genetica e il rischio dell’eugenetica” (2009).
In un discorso all’Assemblea Generale della P.A.V., il Santo Padre Benedetto XVI diceva: “Mi è caro esprimere un apprezzamento ed un ringraziamento alla Pontificia Accademia per la Vita per il suo prezioso lavoro di “studio, formazione e informazione” di cui si avvantaggiano i Dicasteri della Santa Sede, le Chiese locali e gli studiosi attenti a quanto la Chiesa propone sul terreno della ricerca scientifica e intorno alla vita umana nel suo rapporto con l’etica e il diritto. Per l’urgenza e l’importanza di questi problemi, ritengo provvidenziale l’istituzione da parte del mio venerato predecessore Giovanni Paolo II di questo Organismo27.
Desidero anche fare accenno alla Carta per gli Operatori Sanitari, tradotta in 15 lingue, alle tante celebrazioni della Giornata Mondiale del Malato e, soprattutto, alle Conferenze Internazionali annuali del Pontificio Consiglio per la Salute. Siamo alla vigilia della 24a Conferenza Internazionale che si terrà dal 19 al 21 novembre prossimo a Roma, che ha come tema “Effata! La Persona sorda nella vita della Chiesa”.
In conclusione, vorrei terminare questa mia Lectio inaugurale con due documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF).
Il primo intitolato: “Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione” (22 Febraio 1987), conosciuto come Donum vitae, ed il secondo intitolato “Dignitas Personae” – Su alcuni questioni di bioetica” ( 12 Dicembre 2008).
La Premessa del primo documento e l’Introduzione del secondo sono molto significative. “La CDF è stata interpellata da diverse Congregazioni Episcopali o da singoli Vescovi, da teologi, medici e uomini di scienza, in merito alla conformità con i principi della morale cattolica delle tecniche biomediche che consentono di intervenire nella fase iniziale della vita dell’essere umano e nei processi stessi della procreazione (… ). I termini di “zigote”, “pre-embrione” “embrione e “feto” possono indicare nel vocabolario della biologia stadi successivi dello sviluppo di un essere umano. La presente Istituzione usa liberamente questi termini, attribuendo ad essi un’identica rilevanza etica, per designare il frutto, visibile o non, della generazione umana, dal primo momento della sua esistenza fino alla nascita. La ragione di questo uso viene chiarito dal testo”28. Questa identica rilevanza etica della generazione umana, è precisata nell’introduzione del secondo documento, ed esige che “ ad ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale, va riconosciuta la dignità della persona “29. Questo principio della dignità è talmente fondamentale che si deve esprimere un grande “Si” alla vita umana. E pertanto, “deve essere posto al centro della riflessione etica sulla ricerca biomedica che riveste un’importanza sempre maggiore nel mondo di oggi”30 . Ciò è tanto più necessario, come abbiamo cercato di dimostrare, perché le scienze mediche hanno sviluppato in modo considerevole le loro conoscenze sulla vita umana negli stadi iniziali della sua esistenza. Esse sono giunte a conoscere meglio le strutture biologiche dell’uomo ed il processo della sua generazione. Questi sviluppi sono certamente positivi e meritano di essere sostenuti, quando servono a superare o a correggere patologie e concorrono a ristabilire il normale svolgimento dei processi generativi. Ma, ed è quanto va detto con ogni chiarezza, essi sono invece negativi, e pertanto non si possono condividere quando implicano la soppressione di esseri umani o usano mezzi che ledono la dignità della persona oppure sono adottati per finalità contrarie al bene integrale dell’uomo. Il corpo di un essere umano, fin dai suoi primi stadi di esistenza, non è mai riducibile all’insieme delle sue cellule. Il corpo embrionale si sviluppa progressivamente secondo un “programma” ben definito e con un proprio fine che si manifesta con la nascita di ogni bambino”31. Una nascita nel tempo e nello spazio, per rinascere nel sacramento del Battesimo e partecipare, per sempre, anima e corpo, alla vita del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Reverendissimo Padre Preside, egregi Professori e carissimi allievi del Camillianum, non mi resta che augurarvi, sotto la protezione della Madre Vergine della Vita, ogni bene e un fruttuoso nuovo Anno Accademico 2009-2010.
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1 Cfr. Consideraciones sobre el embriόn humano. in Bioètica $ debat, vol. 15, n. 57, monografico 2009, Introduzione, : p.2; in seguito citerò, Consideraciones, p.
2 Cfr, ibidem
3 Giovanni Paolo II, Lett. Enciclica Evangelium vitae, Introduzione, n. 4.
4 Cfr. Consideraciones, p. 3, e.
5 Cfr. Consideracones, II, p. 5.
6 Cfr. Consideraciones, p.4.. Da notare che qui si appellano al pensiero greco ( Aristotile, Hippocrate) , al pensiero biblico (Ex. 21,22), al pensiero antico e mediovale cristiano ( Sant?Agostino e San Tommaso) e a quello contemporaneo ( K. Rahner e B.Häring).. Questi autori considerano un aborto in fase prematura un evento da rifiutare, però, non si tratta di un omicidio. Preciso soltanto con Bonifacio Honings che studiò a fondo questo argomento. Si tratta del problema , se l’uomo che fece abortire la moglie dell’uomo, con cui litigava, era reo di un omicidio o meno e, quindi, punibile o meno come omicida. Ora,egli era un omicida , se il feto era già un ishon ( un homunculus), ma non era omicida se il feto non era ancora un ishon (non ancora un homunuclus). Pertantonon er sempre un omicida, ma ed è quanto conta , dal punto di vista morale, era sempre colpevole di un peccato grave. (cfr. Bonifacio Honings, Iter Fidei et Rationis, Trilogia, Teologica, Moralia, Iura, Ed. PUL, 2004 ).
7 Cfr. Consideraciones, p. 5.
8 Cfr. Considerciones, fase preimplantoria, p. 8.
9 Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, Lettera apostolica al termine del Grande Giubileo dell’anno 2000, Città del Vaticano, 3. edizione, 2001, n. 51, p. 68-69.
10 Novo millennio ineunte, n. 51, p.69.
11 Cfr. Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, Introduzione, n. 2.
12 Catechismo della Chiesa Cattolica, (CCC), n. 355.
13 Santa Catarina da Siena, Dialoghi, 4,13, citato CCC, n. 356.
14 San Giovanni Crisostomo, Sermones in Genersim, 2,1: PG 54, 587D-588°, citato in CCC, n. 358.
15 Cfr. Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, 1995, introduzione, 1-2, in seguito citerò, EV, n.
16 CCC, n. 1700.
17 CCC, n. 1702.
18 CCC, n. 362.
19 Cfr. CCC, n. 365
20 CCC, n. 357.
21 Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, n. 14.
22 CCC, n. 988.
23 EV, Introduzione, n.2-
24 Ibidem; il corsivo è del Papa..
25 Ibidem.
26 Cfr. EV, 68.
27 Benedetto XVI, Discorso all’Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita, 27 febbraio 2006.
28 CDF, Donum vitae, Premessa.
29 Dignitas Personae, Introduzione, 1.
30 Ibidem.
31 Dignitas Personae, prima parte, n. 4.