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giovedì 22 maggio 2008

La verità democratica dei due relativismi, Sergio Romano - Il Corriere della Sera

La verità democratica dei due relativismi

Durante un grande convegno sulla Verità, organizzato recentemente a Lugano dalla Fondazione Balzan, un filosofo inglese, Simon Blackburn, ha raccontata la storia (vera) di un seminario che si tenne qualche tempo fa in una università britannica fra rappresentanti delle maggiori religioni mondiali.Il primo a prendere la parola fu il buddista.

Parlò del modo in cui è possibile controllare i desideri, avanzare sulla strada dell'illuminazione, acquisire le quattro nobili virtù. E tutti gli intervenuti, in coro, gli dissero entusiasticamente: «Splendido! Se va bene per te è meraviglioso».Dopo di lui un indu parlò degli insegnamenti di Krishna, descrisse i cicli della sofferenza, della nascita e della rinascita; e tutti, in coro, dissero: «Splendido! Se va bene per te è meraviglioso».Il seminario continuò così sino all'intervento di un cattolico che parlò della caduta di Adamo, del messaggio di Cristo, della salvezza promessa, della vita eterna; e tutti ancora una volta dissero: «Splendido! Se va bene per te è meraviglioso». Ma il cattolico, infuriato, batté un pugno sul tavolo e gridò: «No! Non è sufficiente che vada bene per me. Questa è la parola del Dio vivente. Se non credete in essa sarete dannati in eterno». E i suoi colleghi, in coro: «Splendido! Se va bene per te è magnifico».Non credo che Benedetto XVI avrebbe battuto un pugno sul tavolo e alzato collericamente la voce. Ma la storiella di Blackburn ha il merito di evocare efficacemente la battaglia del successore di Giovanni Paolo II contro il relativismo etico e culturale. È una vecchia battaglia, naturalmente. Ma ha acquistato una nuova dimensione sotto l'impatto di due fenomeni che stanno mutando i caratteri delle società occidentali.Il primo è la presenza, sempre più numerosa, di immigrati che hanno un'altra fede, altri principi morali, altre tradizioni liturgiche, un altro concetto dello Stato e delle sue prerogative. Il secondo è lo straordinario progresso di scienze e tecniche che permettono agli uomini e alle donne di modificare a loro piacimento alcune fra le più antiche e consolidate funzioni naturali: la procreazione, la gravidanza, la nascita, la morte.Sino a quando la grande maggioranza dei cittadini di uno Stato aveva in queste materie opinioni non troppo diverse da quelle della Chiesa dominante, i governi e i parlamenti potevano limitarsi a tener conto delle minoranze, di tanto in tanto, con qualche modesta concessione legislativa. Oggi, in un contesto quantitativamente diverso, gli Stati sono costretti a prendere partito.Debbono considerare il relativismo una minaccia per la coesione sociale, come sembra dedursi dal discorso con cui Gianfranco Fini si è insediato alla presidenza della Camera dei deputati? O debbono essere anch'essi «relativisti»?Simon Blackburn ha risolto il problema sostenendo con una battuta che il relativismo è lo «scetticismo dei democratici». È giusto, ma temo che una battuta non aiuti i governi europei a risolvere il problema.Qualche utile indicazione invece è emersa dalla mia conversazione con una studiosa francese che ha presentato al convegno una relazione sul senso e i limiti del relativismo culturale. Come il padre (Raymond Aron), Dominique Schnapper ha una formazione sociologica, ha insegnato sociologia all'Ecole pratique des hautes études en sciences sociales e ha ricevuto il premio Balzan per la sociologia nel 2002. Ma è anche membro del Conseil Constitutionnel, equivalente francese (con qualche competenza in meno) della nostra Corte costituzionale, e ha più volte trattato in questi ultimi anni il problema dell'immigrazione.Nel suo intervento a Lugano e in un articolo scritto recentemente per Commentaire (la rivista fondata dal padre 30 anni fa), la Schnapper ricorda anzitutto che la democrazia, secondo Montesquieu, deve guardarsi da due pericoli: lo spirito d'ineguaglianza e lo spirito dell'«estrema eguaglianza ». Il secondo non è meno grave del primo. Nella società dell'estrema eguaglianza ogni cittadino si ritiene autorizzato ad esercitare tutti i poteri di coloro che egli ha scelto per il governo del Paese. Nessuno conosce gerarchie, regole, principi e valori superiori. Tutti vogliono essere legislatori, giudici, esecutori.Il risultato è una società anarchica, ingovernabile, soggetta a continue reciproche prevaricazioni dove non esiste più libertà di quanta ne esista in un regime tirannico.Lo Stato deve assicurare la pacifica convivenza dei suoi cittadini e permettere a ciascuno di essi di esprimere liberamente le proprie convinzioni. Ma non può correre i rischi dell'«estrema eguaglianza» perché verrebbe travolto dall'anarchia. Deve essere relativista, ma deve pur sempre affermare che vi sono principi e valori a cui tutti debbono piegarsi.Questi principi, negli Stati democratici dell'Occidente, sono generalmente le costituzioni o, come nel caso della Gran Bretagna, un lungo sedimento di tradizioni politiche e istituzionali. Ma non tutti i problemi creati dal mutamento dell'ambiente sociale e dai progressi della scienza possono essere risolti con l'invocazione di un principio costituzionale. Vi sono nodi imprevisti che occorre sciogliere pragmaticamente. Dominique Schnapper mi ricorda che quando sorse in Francia il problema del velo islamico nelle scuole, una speciale commissione e il Parlamento lo affrontarono con una legge che fece delle aule scolastiche uno spazio neutrale, da cui ogni simbolo religioso venne egualmente bandito. Ma la soluzione della commissione Stasi non è necessariamente una formula esportabile ovunque.Ogni Paese deve trovare le proprie formule e fissare la frontiera che divide la libertà delle opinioni da quel nucleo di valori comuni a cui tutti debbono rendere omaggio.Esistono quindi, secondo Dominique Schnapper, due relativismi. Il primo è quello assoluto in cui tutti vogliono avere tutto e ogni gruppo comunitario si ritiene autorizzato a perseguire prepotentemente i propri obiettivi. Il secondo è quello relativo in cui le differenze convivono all'interno di una grande cornice comune. Le buone democrazie, anche se al di là del Tevere sembrano qualche volta dimenticarlo, sono tutte «relativiste relative ».
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