giovedì 11 marzo 2010

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Servizio quotidiano - 11 marzo 2010

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Benedetto XVI chiede ai sacerdoti di "tornare al confessionale"
Ricevendo i partecipanti a un corso sul Foro Interno
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- "Tornare al confessionale" per far sì che i fedeli possano sperimentare il "dialogo di salvezza" e la misericordia di Dio è la proposta presentata da Benedetto XVI questo giovedì mattina ricevendo in udienza i partecipanti al Corso sul Foro Interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica e in svolgimento dall'8 marzo a questo venerdì.

Nel discorso che ha pronunciato nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Papa ha sottolineato come in un contesto culturale "segnato dalla mentalità edonistica e relativistica, che tende a cancellare Dio dall'orizzonte della vita, non favorisce l'acquisizione di un quadro chiaro di valori di riferimento e non aiuta a discernere il bene dal male e a maturare un giusto senso del peccato" sia "ancora più urgente il servizio di amministratori della Misericordia Divina".

"E' necessario tornare al confessionale, come luogo nel quale celebrare il Sacramento della Riconciliazione, ma anche come luogo in cui 'abitare' più spesso, perché il fedele possa trovare misericordia, consiglio e conforto, sentirsi amato e compreso da Dio e sperimentare la presenza della Misericordia Divina, accanto alla Presenza reale nell'Eucaristia", ha dichiarato.

Secondo il Pontefice, la "crisi" del sacramento della Penitenza di cui spesso si parla "interpella anzitutto i sacerdoti e la loro grande responsabilità di educare il Popolo di Dio alle radicali esigenze del Vangelo".

In particolare, "chiede loro di dedicarsi generosamente all'ascolto delle confessioni sacramentali" e di "guidare con coraggio il gregge, perché non si conformi alla mentalità di questo mondo, ma sappia compiere scelte anche controcorrente, evitando accomodamenti o compromessi".

Come nella celebrazione eucaristica Dio "si pone nelle mani del sacerdote per continuare ad essere presente in mezzo al suo Popolo", analogamente, nel sacramento della Riconciliazione, "Egli si affida al sacerdote perché gli uomini facciano l'esperienza dell'abbraccio con cui il padre riaccoglie il figlio prodigo, riconsegnandogli la dignità filiale e ricostituendolo pienamente erede".

Compito del presbitero è dunque "favorire quell'esperienza di 'dialogo di salvezza', che, nascendo dalla certezza di essere amati da Dio, aiuta l'uomo a riconoscere il proprio peccato e a introdursi, progressivamente, in quella stabile dinamica di conversione del cuore, che porta alla radicale rinuncia al male e ad una vita secondo Dio".

L'esempio del Curato d'Ars

Il Corso sul Foro Interno, ha sottolineato il Papa, "si colloca, provvidenzialmente, nell'Anno Sacerdotale" indetto per il 150° anniversario della morte di San Giovanni Maria Vianney, che "ha esercitato in modo eroico e fecondo il ministero della Riconciliazione".

Dal Santo Curato d'Ars, ha spiegato, "noi sacerdoti possiamo imparare non solo una inesauribile fiducia nel Sacramento della Penitenza, che ci spinga a rimetterlo al centro delle nostre preoccupazioni pastorali, ma anche il metodo del 'dialogo di salvezza' che in esso si deve svolgere".

Chiedendosi dove affondano "le radici dell'eroicità e della fecondità con cui San Giovanni Maria Vianney ha vissuto il proprio ministero di confessore", il Pontefice ha citato innanzitutto "un'intensa dimensione penitenziale personale".

"La coscienza del proprio limite ed il bisogno di ricorrere alla Misericordia Divina per chiedere perdono, per convertire il cuore e per essere sostenuti nel cammino di santità sono fondamentali nella vita del sacerdote", ha rilevato, perché "solo chi per primo ne ha sperimentato la grandezza può essere convinto annunciatore e amministratore della Misericordia di Dio".

La battaglia per le anime del mondo

Nel suo saluto al Papa all'inizio dell'udienza, il Penitenziere Maggiore, l'Arcivescovo Fortunato Baldelli, ha ricordato come la Penitenzieria Apostolica promuova ormai da 21 anni queste giornate di studio sul Sacramento della Penitenza "perché è profondamente convinta che la valorizzazione del ministero penitenziale, soprattutto quello della confessione, dipende in grande misura anche dai sacerdoti e dalla loro consapevolezza di essere depositari di un ministero prezioso ed insostituibile".

"Notiamo con viva soddisfazione che i frutti di questi incontri annuali hanno un concreto riscontro nell'attività quotidiana del nostro dicastero, il quale viene con crescente interesse interpellato e conosciuto per la sua missione fondamentale nella Chiesa che è la salus animarum", ha aggiunto, come riporta "L'Osservatore Romano".

"Siamo intimamente convinti che l'attenzione per le anime si concretizza soprattutto nell'amministrare il sacramento della riconciliazione. È nella solitudine del confessionale, infatti, che si vive la battaglia più decisiva per le anime del mondo. È nel confessionale che la grazia di Dio tocca profondamente le persone per mezzo dell'umanità del sacerdote".

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"Non ci sono scuse" per l'abuso sui minori da parte del clero
Intervento di monsignor Tomasi all'ONU

ROMA, giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- "Non ci sono scuse" per gli abusi sessuali sui minori da parte di esponenti del clero, e questo gravissimo comportamento va affrontato con decisione perché lo si possa "risolvere definitivamente".

Lo ha dichiarato l'Arcivescovo Silvano Maria Tomasi, rappresentante permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e altri organismi internazionali a Ginevra, intervenendo questo mercoledì alla 13ª sessione del Consiglio per i Diritti Umani sui diritti dei bambini.

Gli abusi sessuali sui minori costituiscono "un crimine odioso", ha affermato come riporta la "Radio Vaticana".

A una "chiarissima condanna della violenza sessuale contro i bambini ed i giovani", ha spiegato, Papa Benedetto XVI "ha aggiunto la dimensione religiosa, ribadendo che l'abuso è anche un grave peccato, che offende Dio e la dignità umana".

"L'integrità fisica e psicologica dei minori viene violata con conseguenze distruttive", ha segnalato, ricordando che vari studi hanno dimostrato che i bambini abusati sono in seguito più esposti a problemi come "gravidanze adolescenziali, vagabondaggio, tossicodipendenza ed alcolismo".

"La protezione dalle aggressioni sessuali rimane in cima alla lista delle priorità di tutte le istituzioni ecclesiastiche che lottano per porre fine a questo serio problema", e "misure concrete per assicurare la trasparenza e l'assistenza alle vittime ed ai loro familiari sono il modo per alleviare la pena, il dolore e lo smarrimento provocati dagli abusi".

Monsignor Tomasi ha quindi constatato che negli ultimi anni "sacerdoti, religiosi e operatori laici cattolici, in diversi Paesi, sono stati accusati di abusi sui minori e molti sono stati anche condannati".

"Non ci sono scuse per questo comportamento", ha commentato.

In questo contesto, "la comunità cattolica continua nei suoi sforzi per risolvere definitivamente questo problema", e "i colpevoli di tali crimini vengono immediatamente sospesi dall'esercizio delle loro funzioni e trattati secondo la normativa civile ed il diritto canonico".

Secondo monsignor Tomasi, la prevenzione è "la migliore medicina".

Per questo, sono necessari "educazione e promozione alla cultura del rispetto dei diritti umani e della dignità di ogni bambino, specialmente attraverso l'impiego di metodi efficaci per l'assunzione del personale scolastico".

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Diffuso il programma della visita di Benedetto XVI a Torino
Il 2 maggio in occasione dell'ostensione della Sindone

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- E' stato diffuso il programma della visita che Benedetto XVI compirà a Torino il 2 maggio in occasione dell'ostensione della Sindone.

Il Cardinale Severino Poletto, Arcivescovo della città, si è detto emozionato e certo che “la Visita Pastorale di Benedetto XVI alla nostra città e Diocesi segnerà una nuova pagina gloriosa della già ricca storia di fede della nostra Chiesa torinese”.

“Facciamo in modo che la nostra numerosa e calorosa presenza agli incontri previsti col Papa sia il segno dell’affetto e sincera comunione con la sua Persona ed il suo Magistero”, ha esortato.

Il porporato ha anche indicato che, “al fine di manifestare l’unità e la comunione col Santo Padre e per favorire la partecipazione dei sacerdoti e dei fedeli alla S. Messa del Papa, in contemporanea non verranno celebrate altre SS. Messe nel territorio dell’Arcidiocesi”.

Il Papa partirà dall'aeroporto di Ciampino e arriverà a Torino verso le 9.15, dirigendosi subito in Piazza San Carlo per l'incontro con le autorità e la cittadinanza. Il Pontefice riceverà il saluto del Sindaco di Torino, l'onorevole Sergio Chiamparino, e quello del Cardinal Poletto.

Alle 10.00 avrà luogo la solenne concelebrazione eucaristica, presieduta dal Papa con i Cardinali, i Vescovi e i sacerdoti. Dopo la Messa, il Pontefice guiderà la recita del Regina Caeli proponendo un'ulteriore riflessione.

Si recherà in seguito all'Arcivescovado, dove pranzerà con i Vescovi del Piemonte.

Dopo il pranzo tornerà in piazza San Carlo, dove alle 16.30 incontrerà i giovani, pronunciando un discorso dopo il saluto del Cardinal Poletto e di due ragazzi.

Alle 17.15 si recherà al Duomo. Entrando nella Cattedrale, sosterà in adorazione nella cappella del SS.Sacramento, poi, venerata la Sindone, proporrà una sua meditazione sul tema “Passio Christi, Passio hominis”. Saluterà quindi i membri del Comitato per l’Ostensione della Sindone.

Alle 18.15 Benedetto XVI si recherà alla Piccola Casa del Cottolengo, dove incontrerà gli ammalati e gli ospiti della Casa.

Riceverà il saluto di padre Aldo Sarotto, Superiore Generale della Famiglia cottolenghina, e pronuncerà un suo discorso rivolto agli ospiti, salutando poi una rappresentanza degli ammalati.

Alle 19.00 il Papa lascerà Torino per raggiungere in auto l’aeroporto di Caselle. Dopo essersi congedato dalle autorità, prenderà l'aereo per Roma, dove è previsto che arrivi verso le 20.30.



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Condoglianze del Papa per la morte di Muhammad Sayyed Tantawi
Grande Imam e Sceicco di al-Azhar
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha inviato allo Sceicco Muhammad Abd al-Aziz Wasil, wakil di al-Azhar, del Cairo (Egitto), un messaggio di cordoglio per la morte del Grande Imam e Sceicco di al-Azhar, Muhammad Sayyed Tantawi.

Il testo è firmato dal Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, che spiega come il Pontefice, dopo aver ricevuto la notizia della "morte improvvisa" dello Sceicco, gli abbia chiesto di "trasmettere alla sua comunità e alla famiglia dello Sceicco Tantawi le sue sentite condoglianze".

Il Santo Padre, aggiunge, "ricorda la figura di spicco di questo leader religioso, che per molti anni è stato un partner prezioso nel dialogo tra musulmani e cristiani".

Il Cardinal Bertone esprime quindi le proprie condoglianze e richiama "con gratitudine l'impulso che lo Sceicco defunto ha dato agli incontri tra il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e il Comitato Permanente di al-Azhar per il Dialogo", presieduto dallo Sceicco al quale è indirizzato il messaggio papale.

L'ultimo di questi incontri si è svolto al Cairo il 23 e il 24 febbraio scorsi. Lo Sceicco Tantawi aveva poi ricevuto i partecipanti, ricevendo il ringraziamento del Cardinale Tauran, presidente del dicastero vaticano, per aver condannato gli atti di violenza che hanno provocato la morte di sei cristiani e di un poliziotto musulmano a Naga Hamadi in occasione del Natale ortodosso e aver espresso solidarietà ai familiari delle vittime ribadendo l'uguaglianza dei diritti e dei doveri di tutti i cittadini, indipendentemente dalla religione professata.

In quell'occasione, lo Sceicco Tantawi ha dichiarato di aver fatto solo quello pensava fosse "il suo dovere di fronte a quegli eventi tragici", spiega il comunicato finale emesso al termine dell'incontro (cfr. ZENIT, 1° marzo 2010).

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La fraternità, segreto per superare la crisi economica
Il rappresentante vaticano all'ONU interviene a New York
ROMA, giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- La fraternità è il mezzo che può promuovere il superamento della crisi economica che attanaglia tutto il mondo, sostiene l'Arcivescovo Celestino Migliore, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite.

Il presule lo ha affermato intervenendo all'incontro organizzato questo mercoledì nella sede ONU di New York dalla Missione permanente della Santa Sede e dalla Fondazione "Path to Peace" sul tema "La globalizzazione: ci rende vicini, coglie l'uguaglianza tra uomini e donne. Può anche stabilire la fratellanza? Alla luce dell'Enciclica ‘Caritas in veritate'".

Quello della fraternità, ha spiegato il presule al Sir, è "un principio che sempre ha caratterizzato la dottrina sociale della Chiesa".

Al giorno d'oggi, osserva, "è determinante per superare con successo l'attuale crisi economica, rifondare l'economia su basi solide e garantire una equa redistribuzione della ricchezza".

"Il concetto della fraternità, in economia, ci aiuta a superare la dicotomia quasi inscalfibile tra il ‘for-profit' e il ‘non-profit' e si esprime nella disponibilità a concepire il profitto come uno strumento per raggiungere finalità di umanizzazione del mercato e della società", ha rilevato.

Durante l'incontro, ha reso noto monsignor Migliore, "questa idea innovativa è stata illustrata con un documentario su varie iniziative avviate in questo senso nell'ambito di quell'economia civile o della comunione di cui parla la ‘Caritas in Veritate'", l'Enciclica sociale di Benedetto XVI.

Quest'ultima "viene spesso citata quando si argomenta che economia ed etica non sono disgiunte", ma il suo "aspetto innovativo" "non è semplicemente l'aver sottolineato il legame tra economia ed etica, ma anche di aver aperto nuovi orizzonti e incoraggiato l'impostazione di una economia civile o di comunione che supera la sola logica del profitto".

Secondo monsignor Migliore, "questo è un lavoro a lungo, lunghissimo termine", perché "presuppone una cultura delle relazioni umane che dobbiamo fomentare sempre di più".

"Presuppone, proprio da parte nostra, una comprensione intelligente e fattiva, anche in termini politici e giuridici, del discorso che Papa Benedetto fa sulla carità, ben lontano dai consolidati schemi di pensiero che la scambiano per puro assistenzialismo, elemosina, buona azione individuale".

"È a questo livello - conclude - che si misurerà nel tempo la ricezione dell'Enciclica".

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Il Card. Levada sull'ecumenismo: il mondo anela all'unità sinfonica
Intervenendo alla Queen's University di Kingston sulla "Anglicanorum coetibus"

KINGSTON (Canada), giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- L'obiettivo dell'ecumenismo è l'unione con la Chiesa cattolica, un'unione che trasforma la Chiesa arricchendola, afferma il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Il Cardinale William Levada lo ha spiegato sabato in un intervento alla Queen's University di Kingston, in Canada, sulla Costituzione Apostolica Anglicanorum coetibus, il documento che permette agli anglicani di entrare in piena comunione con la Chiesa cattolica. La Salt and Light Television ha fornito una trascrizione non ufficiale dell'intervento del porporato.

Il Cardinale ha sottolineato come per molti anglicani la Costituzione Apostolica sia una sorta di logico sviluppo del lavoro svolto nel dialogo ecumenico tra anglicani e cattolici dal Concilio Vaticano II.

Ha quindi ripercorso questo lavoro, svolto dalla Commissione mista internazionale anglicana-cattolica romana (ARCIC). Le conclusioni raggiunte dalla prima Commissione sono state approvate sia dalle autorità anglicane che dal Vaticano.

“Come risultato del lavoro dell'ARCIC I sono aumentate le speranze nei circoli ecumenici”, ha constatato. “Molti anglicani e cattolici hanno visto nelle dichiarazioni concordate una via verso il riconoscimento di un'espressione comune della loro fede”.

Autorità

Ad ogni modo, altri ostacoli aspettavano gli anglicani, visto che la Comunione Anglicana ha iniziato a procedere all'ordinazione di donne e di persone omosessuali.

Il nodo di questi due argomenti, ha osservato il Cardinal Levada, è la questione dell'autorità, soprattutto da due punti di vista: la rivelazione di Dio in Gesù Cristo e nella Scrittura vuole farci conoscere la volontà di Dio in un modo che richiede la nostra obbedienza? In secondo luogo, Dio, in Cristo, ha lasciato alla sua Chiesa un'autorità con cui può assicurare di poter conoscere il significato corretto della rivelazione, in mezzo a interpretazioni umane a volte mutevoli?

In questo contesto, ha spiegato il Cardinale, l'Arcivescovo di Canterbury Rowan Williams e Benedetto XVI “hanno approvato l'istituzione dell'ARCIC III, il cui mandato è portare avanti il dialogo bilaterale, sul tema 'Chiesa come Comunione – Locale e Universale', incluso il discernimento di questioni etiche su questi due livelli e sulla loro interazione”.

Ecumenismo

La seconda parte dell'intervento del Cardinal Levada si è concentrata sul vero significato dell'ecumenismo.

“L'obiettivo dell'ecumenismo è l'unione con la Chiesa cattolica”, ha dichiarato.

“Lavorare in vista dell'unione opera un cambiamento nelle Chiese e nelle comunità ecclesiali, che si impegnano nel dialogo”. In questo modo la Chiesa cattolica viene arricchita.

“Quando parlo di arricchimento, non mi riferisco ad aggiunte di elementi essenziali di santificazione e verità alla Chiesa cattolica – ha precisato –. Cristo le ha dato tutti gli elementi fondamentali. Mi riferisco all'aggiunta di modi di espressione di questi elementi essenziali, modi che aumentano l'apprezzamento da parte di ciascuno dei tesori inesauribili concessi alla Chiesa dal suo divino fondatore”.

“La novità è che alle verità e agli elementi perenni della santità che già si ritrovano nella Chiesa cattolica si dà un nuovo approccio, o una sottolineatura diversa per il modo in cui vengono vissuti da vari gruppi di fedeli chiamati da Cristo a unirsi in perfetta comunione reciproca, godendo dei legami del credo, del culto e della carità, in modi diversi che si fondono armoniosamente”.

Il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ha aggiunto che, “se si può sapere chiaramente cosa può essere detto, la piena conoscenza di ciò che significa è accresciuta dalla contemplazione da parte di molti gruppi dello stesso mistero”.

Sinfonia


Nella sua spiegazione dell'ecumenismo, il Cardinale ha usato la metafora dell'orchestra.

“L'unione visibile con la Chiesa cattolica può essere paragonata a un'orchestra”, ha infatti affermato. “Alcuni strumenti possono suonare tutte le note, come il pianoforte. Non c'è nota del piano che un violino, un'arpa, un flauto o una tuba non abbiano, ma quando tutti questi strumenti suonano le note che ha il pianoforte, queste note sono arricchite e migliorate. Il risultato è sinfonico, la piena comunione”.

“Si può forse dire che il movimento ecumenico vuole passare dalla cacofonia alla sinfonia, con tutti che eseguono le stesse note della chiarezza dottrinale, le stesse corde eufoniche o la stessa attività di santificazione, osservando il ritmo della condotta cristiana nella carità e riempiendo il mondo con il suono splendido e invitante della Parola di Dio”.

“Se gli altri strumenti possono sintonizzarsi in base al pianoforte, quando suonano in un concerto non vengono scambiati per un piano. E' la volontà di Dio che coloro ai quali è indirizzata la Sua Parola, cioè il mondo, ascoltino una gradevole melodia arricchita dal contributo di diversi strumenti”.

Il Cardinal Levada ha quindi offerto esempi concreti di questi contributi, citandone alcuni della Chiesa ortodossa, delle Chiese della Riforma e della Comunione Anglicana.

Sulla “Anglicanorum Coetibus”, ha detto che è “la prima volta che la Chiesa cattolica ha teso la mano in risposta a uomini e donne del cristianesimo occidentale che desiderano la piena comunione e ha concesso loro non un posto tra tanti, ma uno peculiare”.

“L'unità desiderata da Cristo è visibile”, ha aggiunto. “Non è inafferrabile o perfino irraggiungibile”.

“A volte non conosciamo il valore di ciò che possediamo e abbiamo bisogno degli approcci ispirati di altri per riconoscere i tesori che abbiamo a disposizione”, ha concluso.

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Notizie dal mondo


Le migrazioni rispettino l'unità familiare, chiedono i cristiani europei
Comunicato finale dell'incontro CCEE-KEK
ROMA, giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- Le pratiche migratorie non devono andare a detrimento dell'unità familiare, visto che la disgregazione della cellula fondamentale della società può portare a gravi squilibri e a conseguenze drammatiche.

Lo si legge nel comunicato finale emesso dopo l'incontro annuale del Comitato Congiunto della Conferenza delle Chiese Europee (KEK) e del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE), svoltosi a Istanbul (Turchia) dal 7 all'11 marzo su invito del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I.

L'incontro di quest'anno si è concentrato sulle migrazioni, sottolineando come le Chiese, a diverso livello, e le organizzazioni ecumeniche stanno accompagnando il fenomeno migratorio e spiegando come stanno agendo a livello nazionale, europeo e internazionale per accogliere e facilitare la partecipazione del migrante alla vita sociale del Paese che lo ospita.

Hanno accompagnato i lavori quattro esperti: Doris Peschke, segretaria generale della Commissione delle Chiese per i migranti in Europa (CCME); Johan Ketelers, Segretario Generale dell'ICMC (Commissione Internazionale Cattolica per le Migrazioni); un rappresentante del governo turco e uno di quello greco: rispettivamente, Alp Ay, Direttore per gli Affari Politici - Segretariato generale per gli Affari con l'UE, e il viceministro del Ministero degli Interni della Repubblica Ellenica, Theodora Tzakri.

Il fenomeno migratorio, spiega il comunicato finale dell'evento, diffuso questo giovedì, "è un fenomeno del nostro tempo, anche se non è nuovo nella storia dell'umanità".

Se, infatti, ogni epoca storica è stata segnata da flussi migratori più o meno consistenti, oggi "sono cambiate le proporzioni, le zone di emigrazione ed i luoghi di immigrazioni".

Le sofferenze della famiglia

I partecipanti all'incontro sottolineano nel testo finale che è l'istituzione familiare a soffrire maggiormente "di alcune norme inique che regolano il fenomeno migratorio".

Spesso il nucleo familiare è costretto a separarsi per la mancata possibilità del ricongiungimento, e in questo caso le prime vittime sono i bambini, "che crescono in un contesto sociale privo degli affetti e dell'educazione congiunta di un padre e di una madre perché affidati a nonni se non addirittura parenti lontani o vicini di casa".

Ciò provoca "gravi forme di depressione tra i membri della famiglia dove, in alcuni casi, si sono registrati anche suicidi".

"L'Europa forse non ha ancora chiaramente afferrato la portata devastante di questo fenomeno per il suo futuro", denunciano i firmatari.

"Deve essere invece chiaro che le nostre società non possono fare a meno della famiglia e dell'unità familiare, non soltanto per il bene della persona ma dell'intera società".

Migranti per vocazione

La prospettiva con cui Chiese e Stati guardano al fenomeno migratorio è "diversa". "I cristiani sono 'migranti per vocazione' in quanto si autocomprendono come persone in cammino. La giustizia e la carità sono le linee direttrici di tutto il comportamento dei cristiani".

Le realtà ecclesiali ribadiscono con forza la dignità umana di ogni persona, inclusa quella dei migranti irregolari e dei richiedenti d'asilo, chiedendo che sia riconosciuta ovunque.

Le migrazioni, si osserva, sono "un invito pressante" a un "cambiamento a livello strutturale, culturale e di mentalità" e pongono delle sfide su cui è necessario intervenire, come "la garanzia dei diritti dell'uomo di fronte alla diversità di status a cui corrispondono certi diritti, a volte, internazionalmente riconosciuti".

"Alle Chiese, inoltre, è chiesto di accogliere e di promuovere il bene integrale di tutti, anche quello spirituale, come garanzia di piena integrazione".

Tra le altre questioni che sono state affrontate durante i lavori dell'incontro figura l'azione svolta in passato nel campo delle relazioni con i musulmani in Europa. CCEE e KEK intendono "proseguire in questo dialogo a livello locale e continentale, con incontri bilaterali fra una Chiesa e un'associazione o un gruppo musulmano oppure attraverso progetti ed iniziative promossi congiuntamente tra KEK e CCEE".

L'incontro del Comitato Congiunto CCEE-KEK 2011 si svolgerà a Belgrado (Serbia) dal 17 al 20 febbraio su invito dell'Arcivescovo cattolico, monsignor Stanislav Hocevar, membro del Comitato Congiunto.

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L'ingiustizia genera tensione sociale, avvertono i Vescovi messicani
Spiegano che la Santa Sede si pronuncerà sui Legionari di Cristo

di Sergio Estrada

CITTA' DEL MESSICO, giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- Il Messico deve far frontare a una profonda mancanza di giustizia, pace e rispetto della dignità, soprattutto nei confronti delle donne e dei gruppi vulnerabili, e se ciò non avverrà ci saranno maggiori tensioni nel tessuto sociale del Paese.

E' quanto hanno affermato monsignor Víctor Rene Rodríguez, Vescovo ausiliare di Texcoco e Segretario Generale della Conferenza dell'Episcopato Messicano (CEM), e monsignor Rogelio Cabrera López, Arcivescovo di Tuxtla Gutiérrez (Chiapas) e Vicepresidente dello stesso organismo.

Il 9 marzo, durante una conferenza stampa, i presuli messicani hanno constatato “l'aumento della violenza, di assalti, sequestri, corruzione, estorsione e omicidi che giorno dopo giorno addolorano le famiglie”.

Queste circostanze “stanno diventato quotidiane nella nostra società”, avvertono, sottolineando che “dall'altro lato ci sono l'impotenza di fronte alla povertà, la disuguaglianza, l'inequità nella distribuzione della ricchezza, la mancanza di opportunità di studio, impegno e sviluppo”.

In questo contesto, hanno chiesto di lavorare per uno Stato di Diritto che garantisca i diritti individuali e collettivi e la difesa e la sicurezza per il bene dei cittadini.

Legionari di Cristo

I rappresentanti ecclesiastici si sono anche pronunciati sul caso della Congregazione dei Legionari di Cristo in risposta alle numerose domande dei giornalisti circa le rivelazioni sulla vita del fondatore, padre Marcial Maciel, e la visita apostolica compiuta a nome della Santa Sede da cinque Vescovi.

“Trattandosi di un'istituzione di diritto pontificio, la Santa Sede, attraverso la Congregazione per la Vita Consacrata, ha tutta l'autorità di definire il futuro dei Legionari di Cristo, e noi Vescovi accetteremo la decisione del Vaticano”, hanno dichiarato.

Nelle strutture della Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Messicana, il Vescovo ausiliare di Texcoco e l'Arcivescovo di Tuxtla Gutiérrez hanno espresso chiaramente il proprio sostegno alle vittime della pederastia – definita un crimine grave – e hanno invitato queste persone “a denunciare tali atti, perché non si può comprare un silenzio che non beneficia nessuno”.

“Non si può mai chiudere la porta alla giustizia – hanno aggiunto –. Tutte le vittime hanno il dovere e il diritto di denunciare qualsiasi azione che abbia compromesso la propria vita o quella dei loro familiari, e nessun Vescovo deve essere un ostacolo all'applicazione della legge. Non si devono coprire in alcun modo situazioni che vanno contro il bene delle persone”.

Allo stesso modo, hanno sottolineato che “non si deve risolvere nulla 'di nascosto', ma bisogna procedere in base al Diritto, perché la pederastia è un crimine abominevole e deve essere punito, e se qualche Vescovo si opponesse agirebbe in modo errato rispetto alle normative stabilite dalla Chiesa”.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]



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Il sindaco compostelano invita tutti al Cammino di Santiago
Santiago de Compostela si prepara a ricevere Benedetto XVI

di Carmen Elena Villa

ROMA, giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- E' con “enorme speranza” che gli abitanti di Santiago de Compostela si preparano a ricevere Papa Benedetto XVI, che una settimana fa ha annunciato la sua visita a questa città e a Barcellona agli inizi di novembre.

Xosé Sánchez Bugallo, sindaco di Santiago de Compostela, si è recato a Roma per far sì che più pellegrini visitino il Santuario dell'apostolo Giacomo durante l'Anno Giubilare, o “Anno Giacobeo”.

In alcune dichiarazioni a ZENIT, Sánchez Bugallo ha affermato che il Municipio ha ricevuto la notizia della visita del Pontefice come “un grande impulso e sostegno per quest'Anno”.

La Cattedrale di Santiago de Compostela, dove secondo la tradizione riposano i resti di San Giacomo, celebra l'Anno Giubilare ogni volta che il 25 luglio, giorno della festa del santo, cade di domenica, come avviene quest'anno. L'Anno successivo si celebrerà nel 2021. Questa tradizione è seguita dal 1122.

“Il Giubileo è già iniziato, abbiamo aperto la Porta Santa della nostra Cattedrale il 31 dicembre, ma sappiamo che l'alta stagione inizierà nella Settimana Santa”, ha detto il sindaco. “L'Anno Giubilare porta sempre una maggiore affluenza di pellegrini”.

Per questo motivo, ha sottolineato, è stata creata una commissione che coordina gli sforzi e le attività culturali e religiose con l'Arcivescovado.

Secoli di storia

Tra il X e l'XI secolo sono iniziati i pellegrinaggi a Santiago de Compostela per varie vie: la più conosciuta è quella francese, che arriva in Spagna attraverso i cammini di Roncisvalle e Jaca e poi passa per Navarra, Aragona, La Rioja, Castiglia e León per attraversare la Galizia e giungere a Santiago.

Lungo il tragitto sono stati costruiti ostelli per i pellegrini. Il Cammino di Santiago è così servito come mezzo per diffondere varie correnti artistiche, economiche e culturali, come gli stili romanico e gotico in architettura. I monaci di vari Ordini hanno promosso la diffusione di quest'opera.

Oltre al cammino francese, esiste anche quello del Nort, che attraversa i Paesi Baschi, la Cantabria e le Asturie fino a Santiago. Un altro ancora è il cammino portoghese, e un altro parte da Siviglia e attraversa la Spagna da sud a nord.

“A Santiago de Compostela si considera ufficialmente pellegrino chi rispetta una serie di requisiti, tra cui un minimo di 100 chilometri a piedi”, ha spiegato il sindaco.

Nel XVI secolo il numero dei pellegrini ha iniziato a diminuire notevolmente. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, alcuni sacerdoti e laici sono tornati a promuovere questo pellegrinaggio, e negli anni Settanta e Ottanta il numero dei pellegrini ha iniziato ad aumentare di nuovo.

Nel 1982 Papa Giovanni Paolo II ha visitato Santiago, e questo fatto ha dato un nuovo impulso al Cammino. Nel 1989 la città ha ospitato la Giornata Mondiale della Gioventù, e in quell'occasione il Cammino è stato dichiarato il primo itinerario culturale europeo, ricorda il sindaco Sánchez.

Nel 1993 c'è stato un boom di pellegrini con una novità importante: “è stata coinvolta molta gente di altre confessioni: evangelici, e anche buddisti e persone che non hanno una confessione definita ma comprendono che il Cammino è un'opportunità per riconciliarsi e riflettere”, ha aggiunto.

Sánchez Bugallo riferisce che nel XVI secolo alcuni Paesi europei davano ai prigionieri la possibilità di scontare la propria condanna percorrendo il Cammino di Santiago. Quando la pena era per un delitto grave, avrebbero dovuto compierlo due o anche quattro volte. In Belgio, ha indicato, esiste ancora quest'opportunità.

“Il Cammino di Santiago si è legato al concetto di perdono, di cammino della pace in cui il pellegrino è soggetto a mille avventure e poi arriva a una meta finale”.

“Non ho conosciuto nessuno che dopo aver compiuto il Cammino si senta deluso”, ha confessato il sindaco di Santiago. “Ho invece conosciuto migliaia di persone che l'hanno definito un'esperienza indimenticabile”.

Sánchez Bugallo si è anche riferito alle varie attrazioni che ha la città: “i nostri edifici e le nostre strade sembrano intagliati nella pietra viva, sono di puro granito. Ci sono 2.600 edifici, tutti di pietra”.

“Esorto a compiere una parte del Cammino o comunque a venire, passare per la Porta Santa e godere di una città spettacolare”, ha concluso.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]



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Dottrina Sociale e Bene Comune


Educare gli uomini retti alla speranza

di mons. Angelo Casile*

ROMA, giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- La creazione di una scuola della dottrina sociale rientra pienamente nell’impegno educativo che ogni Chiesa ha nei confronti del proprio territorio, o meglio degli uomini ad essa affidati.

La scuola deve quindi sviluppare l’ottica di servizio e di attenzione alle persone privilegiando quella grammatica dell’essere in primo luogo quegli “uomini retti” di cui parla l’enciclica (cfr CV 71), e in secondo luogo, impegnarsi ad educare, formare e accompagnare quegli “uomini retti” di cui ha urgente bisogno il bene di “noi-tutti” (cfr CV 7) ovvero le nostre città, la nostra società.

In questo compito educativo vivo sono sempre più necessari proposte di nuovi stili di vita caratterizzati dalla sobrietà, dalla solidarietà, dalla fraternità, dalla gratuità, dal dono, ricordandoci che solo uomini nuovi sono capaci di nuovi stili di vita. È dalla rettitudine del cuore che scaturiscono autentiche opere rette.

Educhiamo ed educhiamoci presentando le figure più rappresentative di cristiani autentici che hanno vissuto nel nostro territorio, pensiamo ad esempio, a livello nazionale, alla figura di san Francesco, che sceglie Cristo al di sopra di tutto, e a causa di questa scelta si mette “nudo” (ma vero) di fronte a Dio, di fronte ai fratelli, di fronte alla società, di fronte al creato. San Francesco si spoglia delle sue vesti, ma si aggrappa nella fede a Gesù.

Poi, crea la comunità nella fraternità, vive nella sobrietà di un dare e ricevere che è scambio di doni, opera per una politica di pace nel dialogo con tutti e con il sultano, loda il Signore per le opere del creato. Nella vita di san Francesco, caratterizzata da scelte essenziali e opere precise, possiamo cogliere un valido modello per il nostro impegno sociale:

Non smettiamo di educarci al lavoro, valorizzando alcune prospettive ricordandoci che: lavoriamo “per qualcuno” con professionalità e competenza per noi stessi, la famiglia, la società, la Chiesa, il nostro Dio; lavoriamo “con qualcuno”, stiamo accanto a ogni persona, agli operai, ai disabili, agli immigrati condividendo i problemi ma soprattutto le soluzioni e le risorse, donando noi stessi agli altri nella fede dell’unico Padre che ci rende figli; lavoriamo “con gratuità e amore”, vivendo il nostro lavoro come dono di noi stessi mettendo a frutto i nostri talenti nella fiducia e nella gratuità, nella fedeltà alle persone, alle città, alla Chiesa, a Dio.

Impegniamoci «in favore del lavoro decente… un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna… permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione… consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli… lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale… assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa» (CV 63).

Mi piace qui ricordare l’impegno sostenuto assieme a Mons. Mario Operti, negli anni 1999-2000, per organizzare quel Giubileo dei Lavoratori che il Papa ricorda nella sua enciclica e che ha visto le nostre Associazioni tutte riunite a celebrare l’Eucaristia, ad ascoltare le parole del Papa e a gioire nella festa.

Viviamo con forza l’unione tra etica della vita ed etica sociale, nella consapevolezza che non può «avere solide basi una società – che mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace – si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata» (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, 101: CV 15). Come cattolici non possiamo essere divisi tra difensori dell’etica della vita della persona e difensori dei diritti sociali delle persone.

Il vero sviluppo non può separare il rispetto per la vita dalla giustizia sociale, «se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono» (CV 28).

Concludo richiamando la vostra attenzione su un’ultima affermazione di Benedetto XVI: «solo se pensiamo di essere chiamati in quanto singoli e in quanto comunità a far parte della famiglia di Dio come suoi figli, saremo anche capaci di produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie a servizio di un vero umanesimo integrale» (CV 78).

Siamo chiamati a promuovere un nuovo umanesimo, a vivere la fraternità, ad assumere la virtù della speranza come compito quotidiano secondo quanto auspicato dai nostri vescovi:

«Consapevoli dei segni di speranza presenti nel nostro tempo, rafforziamo il senso di responsabilità e la volontà di operare per lo sviluppo di tutti gli uomini e di tutto l’uomo, per le generazioni future, senza trascurare nessuna delle energie che possono contribuire a farci crescere insieme. La speranza cristiana comporta il dovere di abbattere muri, sciogliere catene, aprire strade nuove, anche mediante la promozione e la tutela dei diritti fondamentali di ogni persona, incluso lo straniero…

È parimenti necessario evidenziare la centralità della persona nelle scelte economiche e il senso di responsabilità nei confronti del lavoro, far sì che si dispieghi fattivamente il ruolo sociale della famiglia, contrastare il dilagare dell’illegalità, farsi carico delle future generazioni con una doverosa cura del creato, superare i divari interni al Paese, aiutandolo ad aprirsi agli orizzonti della pace e dello sviluppo mondiale, sfruttando le opportunità positive della globalizzazione e promuovendo un ordine più giusto tra gli Stati…

Questo è il nostro programma: vivere fino in fondo la Pasqua di Gesù. Da essa deriva una forza profetica dalla quale noi per primi dobbiamo continuamente lasciarci plasmare. Il nostro unico interesse è infatti metterci a servizio dell’uomo perché l’amore di Dio possa manifestarsi in tutto il suo splendore».[1]

Impegniamoci a far rifiorire la speranza nei nostri cuori, puntando sull’educazione e sulla formazione dell’uomo a partire dalla conoscenza della dottrina sociale della Chiesa, che non è un’appendice del magistero della Chiesa, ma un prezioso patrimonio per una nuova evangelizzazione alla luce della teologia di Gesù Cristo, redentore di ogni l’uomo.

Viviamo il nostro impegno quotidiano seguendo lo stile del nostro Maestro, che ci invita a imparare da lui, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), e ci manda nel mondo «come pecore in mezzo a lupi» (Mt 10,16) nella consapevolezza che «finché saremo agnelli, vinceremo e, anche se saremo circondati da numerosi lupi, riusciremo a superarli. Ma se diventeremo lupi, saremo sconfitti, perché saremo privi dell’aiuto del pastore. Egli non pasce lupi, ma agnelli.

Per questo se ne andrà e ti lascerà solo, perché gli impedisci di manifestare la sua potenza» (San Giovanni Crisostomo Omelie sul vangelo di Matteo, 33,1.2). Il Signore Gesù aiuti tutti noi, insieme, a realizzare la Sua opera: vivere bene la nostra fede ogni giorno perché i tempi siano migliori e donare Dio al mondo nella carità e nella verità.

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*Mons. Angelo Casile è Direttore dell'Ufficio Nazionale per la Pastorale Sociale e del Lavoro della Conferenza Episcopale Italiana.

1) CEI, Rigenerati per una speranza viva, 19.

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Italia


Il regista Paolo Virzì: la vita vale fino all'ultimo istante
Parla del suo ultimo film "La prima cosa bella"
di Silvia Gattas
 

ROMA, giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- È il primo film italiano a trattare un tema così delicato che racconta come vengono alleviate le sofferenze dei malati terminali e l’assistenza nell’hospice, in un periodo in cui la Camera ha approvato la legge che regolamenta l'accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore.

Si intitola ‘La prima cosa bella’ del regista toscano Paolo Virzì che, dice, ha “preso spunto dall’esempio dell’istituto di cure palliative di Livorno” per ispirarsi alla storia.

Un film commovente che tratta argomenti delicati, dove emozioni e sentimenti si intrecciano con il dolore, la sofferenza, la morte, ma anche con la vita, l’amore, la gioia della sorpresa di ogni piccola cosa.

“La bellezza di ogni istante della vita – ha raccontato Virzì, che il 4 marzo a Roma ha partecipato a un dibattito sul tema organizzato dall'associazione Antea – è affrontare con la gioia sul volto anche il dolore e il momento ultimo della vita, cioè la morte. E ancora il sapersi emozionare per un ballo, per uno zucchero filato, per una passeggiata tra i negozi”.

Sul perché di questo film sul fine vita, il regista toscano ha rivelato ai presenti: “Una delle cose che mi aveva colpito era stata l’esperienza della Onlus sulle cure palliative di Livorno. Avevo sentito storie, esperienze di pazienti in fase avanzata di malattia che sapevano ancora gioire per la vita”.

“C’era stato anche il caso di un matrimonio nell’hospice a cui mi sono ispirato – ha continuato –. Mi aveva colpito la dolcezza e la gioia, anche se nella fase della morte, di quel momento così importante come il matrimonio, da vivere ugualmente”.

“Così come la nascita è un fatto di dolore, anche la morte lo è – ha osservato –. Ma affrontarla con la gioia è una cosa bella e questo film vuole mettere al centro la persona, e l’attenzione che occorre darle. L’idea della madre Anna (interpretata da Stefania Sandrelli, ndr), con quella gioia di vivere, di sbagliare, di amare, fino all’estremo cioè di vivere anche la morte con gioia, mi sembrava un caso affascinante”.

“Bisogna guardare senza paura al dolore, anche quello è un pezzetto di vita – ha commentato poi –. Noi invece spesso abbiamo paura dell’ombra della vita. Ma la vita va vissuta fino al suo ultimo istante”.

Dal canto suo, parlando della sua esperienza legata a questo film, l'attore Valerio Mastandrea ha affermato: “Il nostro lavoro è un paradosso vivente. Devi far finta, devi recitare, ma credendoci fino in fondo. Ti devi immedesimare al massimo. Ho imparato anche il livornese…In tutto il periodo che abbiamo girato, non ho mai pensato alla scena finale, alla morte. Ho più pensato a cosa ti insegna la morte”.

Mentre Giuseppe Casale, coordinatore scientifico e sanitario di Antea, ha aggiunto: “Il principio che sta prima di ogni cosa e che ben traspare dal film, è che la persona viene prima di tutto. Anche noi, tantissime volte, vediamo la sofferenza comune, il dolore, la morte. Ma ho visto anche quanta vita c’è fino all’ultimo secondo. E questo anche grazie alle cure palliative”.

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Interviste


Il libro nero della cristianofobia
Intervista all'autore Renè Guitton

di Antonio Gaspari


ROMA, giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- Sono passati ben 1977 anni da quando un uomo che si diceva essere il figlio di Dio fu crocifisso a Gerusalemme.

Nel corso della storia i suoi seguaci, i cristiani, sono stati spesso perseguitati e massacrati.

Si pensava che l’avanzare della civiltà avrebbe cancellato i fenomeni di persecuzione religiosa, invece in questo inizio di terzo millennio sono ancora tantissimi i luoghi dove la cristianofobia offende, discrimina, uccide.

In Nigeria, domenica scorsa, tra i 200 e i 500 cristiani sarebbero stati massacrati a colpi di machete da estremisti musulmani.

In Medio Oriente, le crescenti persecuzioni spingono i cristiani a fuggire dalle terre dove il cristianesimo è nato.

Nel Maghreb, nell’Africa subsahariana e perfino in Estremo Oriente sono ridotti al silenzio e assassinati a migliaia.

Il saccheggio di chiese e abitazioni e la profanazione di cimiteri sono all’ordine del giorno, così come crocifissioni, roghi di persone vive, mutilazioni, decapitazioni a colpi di accetta.

Poco lontano dai confini dell’Europa contro i cristiani vengono proclamate fatāwā e condanne inesorabili.

Tutto ciò accade nel silenzio della comunità internazionale, dimentica del fatto che “la libertà di pensiero, di coscienza e di religione” è sancita dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo.

René Guitton, un infaticabile viaggiatore tra Oriente e Occidente, che si batte da sempre per il dialogo tra le culture e le civiltà, contro il razzismo e l’antisemitismo, basandosi su fonti di assoluta attendibilità, su una meticolosa ricerca condotta in loco e sulle testimonianze dirette dei protagonisti – leader politici e religiosi, missionari, operatori umanitari, ma pure gente comune conosciuta nei suoi innumerevoli viaggi –, ha scritto il libro “Cristianofobia. La nuova persecuzione”, pubblicato in Italia da Lindau.

Nel volume, Renè Guitton scrive: “Anche gli ebrei e i musulmani sono perseguitati, ma il riconoscimento delle loro sofferenze non può avvenire al prezzo della negazione di quelle dei cristiani. Vi sono forse vittime buone e vittime cattive, vittime di cui si deve parlare e altre riguardo alle quali si deve tacere?”.

“Il nostro silenzio – sottolinea Guitton – ricorda altri silenzi di sinistra memoria, e nel giro di due o tre decenni provocherà forse nuovi imbarazzati appelli al pentimento e dichiarazioni di rimpianto per non aver voluto far affiorare una verità che doveva essere resa nota a tutti”.

L’autore francese ha scritto e pubblicato diversi volumi, tra i quali: “Il principe di Dio. Sulle tracce di Abramo” (edito in Italia nel 2009), “Abraham, le messager d’Haran e Si nous nous taisons…” e “Le martyre des moines de Tibhirine”. Vincitore di numerosi premi, è membro del Comitato di esperti dell’Alleanza delle civiltà delle Nazioni Unite.

ZENIT lo ha intervistato.

Anche se questo terzo millennio si presenta come l'inizio dell'era dei diritti umani, è evidente che i cristiani del mondo sono ancora pesantemente perseguitati. Può dirci in quale paese succede e perché?

Guitton: Bisogna distinguere tra paesi in cui vi è la persecuzione senza violenza fisica, e paesi dove si verificano omicidi e stragi.

In Turchia, ad esempio, la menzione della religione sulla carta d'identità è obbligatoria (come anche in Indonesia o in Egitto). Ma la professione di fede cristiana in questi paesi a maggioranza musulmana, crea moltissimi problemi di discriminazione, compresa l'occupazione, cosicché i cristiani di fatto sono considerati come cittadini di seconda classe.

La situazione dei cristiani è pessima anche nei Territori palestinesi, dove i cristiani indigeni, nativi della terra dove è nato Gesù, rischiano di scomparire.

In questa parte del mondo i cristiani sono oggetto di pressioni, d'intimidazioni e di minacce, al punto che alcuni fondamentalisti ormai credono che l'Oriente debba essere musulmano e l'Occidente cristiano. I cristiani della Palestina sono costretti ad abbandonare la terra di Cristo, a rifugiarsi in Occidente.

In Egitto, la persecuzione è ancora più violenta. Il paese ospita i Fratelli Musulmani, che sono l’organizzazione fondamentalista precedente ad Al Qaeda. I Fratelli Musulmani sono gli estremisti islamici d’Egitto. le loro posizioni e i loro atti di violenza sono stati ampiamente dimostrarti da Gamal Abdel Nasser negli anni Cinquanta. 

Sono loro che stanno dietro all'assassinio del presidente Anwar El Sadat, e in questi ultimi anni hanno raggiunto un peso significativo in politica attraverso le elezioni. Per questo motivo il governo egiziano ha difficoltà ad affrontare le frange estremiste. Questo atteggiamento compiacente del governo rischia di incoraggiare le persone a compiere atti violenti contro i cristiani egiziani.

Sta di fatto che gli atti di violenza contro i cristiani egiziani sono frequenti. La polizia che è composta da musulmani non interviene adeguatamente e il governo non prende misure reali per interrompere il processo di discriminazione dei cristiani. 

Accade così che i cristiani sono perseguitati e uccisi, le donne cristiane devono indossare il velo islamico per stare tranquille, quando non sono costrette a sposare i musulmani, ecc.

In Iraq, i cristiani iracheni che godevano di una certa protezione sono ora massacrati ogni giorno, con le forze di sicurezza che non intervengono. 

Questo paese è in piena emergenza, ma la difesa dei cristiani del Nord è considerato un problema secondario. I cristiani vengono perseguitati, rapiti, uccisi. Il progetto è chiaro, vogliono cacciarli dall’Oriente, in quanto rappresentano agli occhi degli estremisti, gli alleati dell’America cristiana che ha fatto la "crociata" in Iraq. 

Lo scenario degli estremisti è sempre lo stesso, un Oriente musulmano e un Occidente cristiano. 

Analogamente, in Pakistan, dove una recente legge contro la "blasfemia", autorizza ogni violazione dei diritti umani.

In Algeria le motivazioni dei fondamentalisti sono simili a quelle dell’Egitto. Il governo si rivolge agli estremisti islamici nel contesto della politica di riconciliazione nazionale dopo la guerra civile che ha colpito il paese dal 1993 al 2000.

E pur di blandire i partiti islamici il governo non reagisce alle persecuzioni anti-cristiane, e va anche oltre.

Nel 2006 è stata emanata una legge contro il proselitismo, che consente ai tribunali di praticare ogni eccesso di ingiustiza. Anche se in questo paese le stragi di cristiani sono per il momento cessate.

Nell'Africa sub-sahariana la Nigeria è costantemente in prima pagina per i massacri contro i cristiani. Ci sono state chiese bruciate mentre i fedeli erano riuniti per la messa. 

Anche nel Sudan meridionale avvengono crimini contro i cristiani.

Lo scopo del mio libro non è quello di permettere l’emergere dell’islamofobia, ma difendere i diritti umani contro il terrorismo di qualsiasi origine. 

In India i cristiani sono perseguitati dagli induisti fondamentalisti.

Centinaia di cristiani sono stati uccisi nello Stato indiano di Orissa, e l’intervento delle autorità è stato debole e inadeguato. In Sri Lanka, i buddisti stanno massacrando i cristiani.

E’ un dato di fatto che dall’11 settembre 2001, vi è stato un aumento di atti anti-cristiani nel mondo. Gli estremisti, fondamentalisti di tutte le provenienze, sono stati incoraggiati da quello che hanno vissuto come una vittoria contro l'Occidente, e per questo si sono sentiti liberi di far pressioni sui loro governi affinché non intervengano e lascino che il massacro e la persecuzione delle minoranze cristiane continuino.

I paesi a maggioranza musulmana, gli ex regimi comunisti, il fondamentalismo di altre religioni, i nuovi regimi autoritari … tutti perseguitano i cristiani. Perchè?

Guitton: Naturalmente gli assassinii e i massacri contro i cristiani sono eventi inaccettabili. Le motivazioni degli anti-cristiani sono un terreno fertile dove si diffondono idee false e pericolose, soprattutto quella di creare un Oriente musulmano e un Occidente cristiano. Si dimentica infatti che il cristianesimo è nato in Oriente e i cristiani d'Oriente sono nativi di quei paesi in cui il cristianesimo ha preceduto l'Islam di ben sette secoli. 

La cristianofobia nasce da pregiudizi basati sull’ignoranza e porta a persecuzioni e massacri. Per contrastare queste tendenze estreme bisogna alimentare l'educazione e il dialogo, e utilizzare la pressione economica per porre fine alla violenza e alla discriminazione.

E’ paradossale, ma c'è una forma di cristianofobia anche nei paesi dove si è sviluppata la civiltà cristiana. Potrebbe farci alcuni esempi e spiegarci perché questo accade?

Guitton: Quella che viene conosciuta come "cristianofobia" nei paesi di civiltà cristiana è condizionata dal concetto di laicismo occidentale. 

La laicità rettamente intesa non è la negazione della religione, al contrario, è la legittimazione della pratica di tutte le religioni nel totale distacco di un qualsiasi coinvolgimento nel funzionamento dello Stato. 

La perversione e il fraintendimento di questo concetto di laicità ha prodotto il ‘laicismo fondamentalista’ che genera fenomeni di cristianofobia o forme simili di non rispetto delle pratiche religiose.

Al laicismo si aggiunge il senso di colpa di alcuni paesi occidentali ex colonizzatori come Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Gran Bretagna e Paesi Bassi.

In questo contesto c'è anche la pressione da parte di alcuni Stati africani che chiedono il pentimento e il risarcimento dei paesi colonizzatori. L'Algeria, per esempio, intende denunciare al tribunale penale internazionale dell'Aia, gli ex colonizzatori, per "crimini contro l'umanità”. Queste accuse insieme ai sensi di colpa sono le ragioni che rendono silenzioso l’Occidente cristiano.

Che cosa possiamo fare per difendere il diritto alla libertà religiosa e come la comunità internazionale deve mobilitarsi per proteggere le vittime e prevenire la diffusione di forme di fondamentalismo e di altre forme di intolleranza religiosa?

Guitton: La soluzione giusta è difficile da trovare. Pressioni politiche ed economiche possono essere esercitate da parte dell'Unione europea. Ad esempio, la Turchia vuole entrare in Europa, quindi l'UE nell’ambito dell'armonizzazione delle leggi, può chiedere che venga rimosso l'obbligo giuridico della Turchia di menzionare l’appartenenza religiosa sui documenti di identità.

Attraverso l’UNESCO, si potrà intervenire nei campi dell'istruzione e dell'assistenza soprattutto per paesi poveri come la Palestina, per esempio.

Bisognerà intervenire anche con aiuti economici, come sta accadendo con il nuovo governo iracheno, o con i leader di Hamas a Gaza che hanno un bisogno urgente di fondi per la ricostruzione.  

Le Organizzazioni Non Governative (ONG) possono agire discretamente e, naturalmente, la Santa Sede. Uno dei primi obiettivi è quello di dare i ‘visti’ ai cristiani iracheni che si rifugiano in Europa. Diversi paesi dell'Unione Europea lo hanno fatto, ma i leader cristiani che vivono ancora in Iraq sostengono che la concessione dei visti è nelle mani di coloro che vogliono vedere i cristiani indigeni lasciare il Medio Oriente. 

"Aiutateci a rimanere, non a partire", gridano disperati i cristiani iracheni. E 'importante prendere in considerazione questo appello urgente, altrimenti accade come per i cristiani libanesi che non abbiamo ascoltato abbastanza durante le due guerre in Libano. Bisogna agire e agire rapidamente.

Quali sono i motivi per cui ha scritto questo libro e quali gli obiettivi che spera di ottenere?

Guitton: Ho scritto questo libro perchè sconvolto dalle testimonianze che ho raccolto. Per il mio lavoro di incontri interreligiosi, seminari, ecc. viaggio regolarmente in Africa, Medio Oriente ed Estremo Oriente ed ho trovato nel corso degli anni una situazione di crescente preoccupazione per i cristiani perseguitati. 

La situazione di discriminazione e persecuzione è resa più odiosa dal silenzio dell'Occidente.

Troppo spesso vengono messi a tacere i mezzi di comunicazione che denunciano queste ingiustizie, perché non è di moda parlare male di quelli che rappresentano la maggioranza. Noi preferiamo ricordare gli atti contro le minoranze nel nostro paese. 

E’ vero che nessun atto di islamofobia o giudeofobia è accettabile, ma è inaccettabile discriminare le vittime. Non possono esserci vittime di cui parlare male e vittime che devono tacere. 

Io mi ribello quindi contro ogni azione di discriminazione e in particolare contro gli atti anti-cristiani.

Il silenzio può essere colpevole come altre volte è stato osservato in Europa, soprattutto dopo la conferenza di Monaco del 1938.

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Quando la lettura orante della Parola dà frutto
Intervista a padre Bruno Secondin, animatore di incontri di lectio divina

di Mirko Testa

ROMA, giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- L’ascolto serio e obbediente della Parola, preparato con cura ma anche con creatività, può riuscire a coinvolgere molti fedeli e a divenire fonte di discernimento in grado di rinnovare il cammino di fede e la stessa vita quotidiana.

Lo rivela a ZENIT il padre carmelitano Bruno Secondin, docente di Teologia spirituale e Spiritualità moderna alla Pontificia Università Gregoriana di Roma.

Nella cornice della Chiesa di Santa Maria in Traspontina (www.lectiodivina.it), in via della Conciliazione (a pochi passi dal Vaticano), padre Secondin guida dal 1996 degli incontri di lectio divina che si tengono due volte al mese (2° e 4° venerdì: ore 18,30-19,45) e che hanno dato come frutto la collana “Rotem – Ascolto orante della Parola” (Edizioni Messaggero Padova).

Gli incontri sono gratuiti e aperti a tutti. All’ascolto orante e dialogante della Parola, si affiancano un ritornello meditativo (la cui musica viene composta volta per volta), delle pause di silenzio, dei gesti simbolici, ma anche l'utilizzo di icone e di visualizzazioni pedagogiche. La lectio divina, preparata normalmente su una delle Letture della domenica successiva, si tiene in chiesa anche per sottolineare il legame tra Parola ed Eucaristia.

A guidare il prossimo appuntamento di lectio divina, il 12 marzo, sarà padre Marko Ivan Rupnik, direttore dell’Atelier dell’arte spirituale del Centro Aletti. Il gesuita sloveno, che ha lavorato al mosaico della Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico ed è autore tra gli altri dei mosaici nella facciata del Santuario di Lourdes e nella nuova Basilica di San Pio a S. Giovanni Rotondo, ha scritto una ventina di libri di commento biblico e di temi di vita spirituale.

Quali frutti state raccogliendo dall’esperienza della lectio divina?

Padre B. Secondin: Abbiamo cominciato questi incontri con la gente nel 1996, e finora ne abbiamo tenuti 172, contando quello di venerdì prossimo. Un lungo percorso, una preziosa esperienza che ci ha costretto non solo ad una continua vigilanza personale (parlo di me e del gruppo dei collaboratori) per non “profanare” la Parola, ma anche a trovare modalità adatte alla varietà dei partecipanti, al numero alto e quindi che ostacolava la partecipazione diretta, calda, coinvolgente. Abbiamo una media di circa 200 persone, provenienti di tutta Roma e anche da fuori. Perciò abbiamo cercato un ritmo che riuscisse a movimentare tanta gente, a renderli partecipi per quanto possibile. Il grande poster a colori, i sussidi con le scenette dei dieci momenti della dinamica, i ritornelli meditativi da noi preparati, una ventina di libri già pubblicati, il sito dedicato ad accompagnare l’esperienza e a documentare con canti e icone il lavoro e il cammino, sono tutte cose che ci hanno aiutato. La partecipazione poi di alcuni grandi maestri, dal card. Joseph Ratzinger (ora Benedetto XVI) a Carlo M. Martini, a Enzo Bianchi, a Gianfranco Ravasi, a Bruno Forte, a Carlos Mesters e tanti altri, ci hanno mostrato una varietà di approcci e una ricchezza di stili, che tutti hanno apprezzato.

Ma la gente riesce a gustare la Parola, a pregarla, a tradurla nella vita?

Padre B. Secondin: Non possiamo sapere troppe cose su questo punto. Ma il fatto che tanta gente vi partecipi, ritorni e cerchi di informarsi sul testo biblico e faccia anche uso dei canti che usiamo, soprattutto del “ritornello meditativo”, è in un certo modo un segnale. I quasi centomila contatti col nostro sito in quattro anni e mezzo che esiste, la buona diffusione dei libri, del poster e dei vari sussidi; anche l’interesse di molti parroci e comunità religiose per il nostro metodo oltre alle traduzioni in altre lingue dei nostri testi, possono segnalare qualche cosa. Noi personalmente come animatori riteniamo di aver avuto una grande Grazia in questo cammino con la gente e la Parola: abbiamo imparato ad amare e conoscere la Parola con serietà, a trasmettere il suo fuoco di verità e la sua dolcezza; inoltre la simpatia che spesso ci viene manifestata è segno che la “mano del Signore” ci accompagna. La frequente esortazione del Papa, con parole ed esempi, alla lectio divina ci fa capire che siamo sulla buona strada. Noi seminiamo, poi il Signore farà germogliare e crescere, come lui vuole. Noi siamo suoi “servitori”, e siamo lieti di esserlo, proprio a partire dalla Parola.

Ad oltre sedici mesi dalla conclusione del Sinodo sulla Parola di Dio (ottobre 2008), si sa qualcosa sulla Esortazione apostolica postsinodale che, come di tradizione, è a firma del Papa e raccoglie i frutti del cammino sinodale e ne rilancia in maniera organica contenuti e linee pastorali?

Padre B. Secondin: L’ultimo comunicato ufficiale sulla preparazione di questa “esortazione apostolica postsinodale” risale al giugno scorso: è il comunicato della Segreteria Permanente del Sinodo, a conclusione della terza riunione del XII Consiglio ordinario della Segreteria. In esso si  segnalava che ormai stavano per consegnare al Papa la loro proposta di “sintesi” in vista della pubblicazione di tale esortazione. Il lavoro era stato svolto per favorire, tra l’altro – diceva il comunicato diffuso dalla  Sala Stampa - “l’ascolto e la lettura orante della Bibbia e la sua applicazione nella vita personale, familiare, ecclesiale e sociale”. Questo richiamo all’importanza della “lettura orante” (tecnicamente la lectio divina) corrisponde anche alla impressione che si ha dai molti segnali, che al Papa stia particolarmente a cuore proprio la prassi della lectio divina. Infatti egli raccomanda, quando capita l’occasione, questa esperienza e personalmente se ne fa maestro, come per esempio nella visita al Seminario romano (12 febbraio) e nell’incontro con il clero romano (18 febbraio). Gli stessi esercizi spirituali svolti di recente in Vaticano, sono stati fatti secondo la dinamica della lectio divina. Sappiamo per certo che la Segreteria permanente del Sinodo ha consegnato a giugno 2009 il suo dossier alla Segreteria di Stato di Sua Santità: questo è l’organismo che ora deve condurre a termine il lavoro e le traduzioni e preparare la pubblicazione. Ma da lì per ora non è venuto nessun segnale. Tutti aspettavamo la pubblicazione a Natale, però nulla.  

Questo ritardo nella pubblicazione dell’Esortazione postsinodale potrebbe indicare che ci sono delle difficoltà nella redazione o che ci sono questioni delicate da chiarire?

Padre B. Secondin: Dalle informazioni che possiedo, e da varie fonti autorevoli, si sa che sta molto a cuore al Papa la chiarificazione del rapporto fra esegesi scientifica e lavoro teologico, e il legame fra studio esegetico e animazione pastorale. Di questo si fa spesso lui stesso modello efficace. Dentro il Sinodo è rimasto famoso il suo intervento proprio su questo tema il 14 ottobre 2008. Da quell’intervento sono state ricavate (praticamente alla lettera) ben 4 proposizioni finali (nn. 25-28). E l’argomento è stato ripreso dal Papa più volte, fra cui forse il più pubblicizzato è il discorso rivolto ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Commissione Biblica il 23 aprile 2009. Ma si tratta anche in generale di un tema, quello della Parola, che certamente implica molteplici relazioni anche con le altre Chiese e comunità cristiane, con gli Ebrei, con il mondo della comunicazione; nonché con tutte le variegate esperienze sull’uso pastorale della Parola. Quindi il testo ha bisogno di una stesura accurata, calibrata, molto precisa. E allo stesso tempo incoraggiante, aperta al nuovo delle esperienze che ci sono. Le stesse Proposizioni e anche il Messaggio finale segnalavano questa complessità.

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Documenti


Benedetto XVI ai partecipanti al Corso su come amministrare la penitenza
Promosso per i giovani sacerdoti dalla Penitenzieria Apostolica
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo giovedì in udienza i partecipanti al Corso sul Foro Interno, promosso dalla Penitenzieria Apostolica, e in corso fino al 12 marzo sulla corretta amministrazione del Sacramento della penitenza.

 



* * *

Cari amici,

sono lieto di incontrarvi e di rivolgere a ciascuno di voi il mio benvenuto, in occasione dell’annuale Corso sul Foro Interno, organizzato dalla Penitenzieria Apostolica. Saluto cordialmente Mons. Fortunato Baldelli, che, per la prima volta, come Penitenziere Maggiore, ha guidato le vostre sessioni di studio e lo ringrazio per le parole che mi ha indirizzato. Con lui saluto Mons. Gianfranco Girotti, Reggente, il personale della Penitenzieria e tutti voi che, con la partecipazione a questa iniziativa, manifestate la forte esigenza di approfondire una tematica essenziale per il ministero e la vita dei presbiteri.

Il vostro Corso si colloca, provvidenzialmente, nell’Anno Sacerdotale, che ho indetto per il 150° anniversario della nascita al Cielo di san Giovanni Maria Vianney, il quale ha esercitato in modo eroico e fecondo il ministero della Riconciliazione. Come ho affermato nella Lettera d’indizione: "Tutti noi sacerdoti dovremmo sentire che ci riguardano personalmente quelle parole che egli, [il Curato d’Ars], metteva in bocca a Cristo: «Incaricherò i miei ministri di annunciare ai peccatori che sono sempre pronto a riceverli, che la mia Misericordia è infinita». Dal Santo Curato d’Ars, noi sacerdoti possiamo imparare non solo una inesauribile fiducia nel Sacramento della Penitenza, che ci spinga a rimetterlo al centro delle nostre preoccupazioni pastorali, ma anche il metodo del «dialogo di salvezza» che in esso si deve svolgere". Dove affondano le radici dell’eroicità e della fecondità, con cui San Giovanni Maria Vianney ha vissuto il proprio ministero di confessore? Anzitutto in un’intensa dimensione penitenziale personale. La coscienza del proprio limite ed il bisogno di ricorrere alla Misericordia Divina per chiedere perdono, per convertire il cuore e per essere sostenuti nel cammino di santità, sono fondamentali nella vita del sacerdote: solo chi per primo ne ha sperimentato la grandezza può essere convinto annunciatore e amministratore della Misericordia di Dio. Ogni sacerdote diviene ministro della Penitenza per la configurazione ontologica a Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, che riconcilia l’umanità con il Padre; tuttavia, la fedeltà nell’amministrare il Sacramento della Riconciliazione è affidata alla responsabilità del presbitero.

Viviamo in un contesto culturale segnato dalla mentalità edonistica e relativistica, che tende a cancellare Dio dall’orizzonte della vita, non favorisce l’acquisizione di un quadro chiaro di valori di riferimento e non aiuta a discernere il bene dal male e a maturare un giusto senso del peccato. Questa situazione rende ancora più urgente il servizio di amministratori della Misericordia Divina. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che c’è una sorta di circolo vizioso tra l’offuscamento dell’esperienza di Dio e la perdita del senso del peccato. Tuttavia, se guardiamo al contesto culturale in cui visse san Giovanni Maria Vianney, vediamo che, per vari aspetti, non era così dissimile dal nostro. Anche al suo tempo, infatti, esisteva una mentalità ostile alla fede, espressa da forze che cercavano addirittura di impedire l’esercizio del ministero. In tali circostanze, il Santo Curato d’Ars fece "della chiesa la sua casa", per condurre gli uomini a Dio. Egli visse con radicalità lo spirito di orazione, il rapporto personale ed intimo con Cristo, la celebrazione della S. Messa, l’Adorazione eucaristica e la povertà evangelica, apparendo ai suoi contemporanei un segno così evidente della presenza di Dio, da spingere tanti penitenti ad accostarsi al suo confessionale. Nelle condizioni di libertà in cui oggi è possibile esercitare il ministero sacerdotale, è necessario che i presbiteri vivano in "modo alto" la propria risposta alla vocazione, perché soltanto chi diventa ogni giorno presenza viva e chiara del Signore può suscitare nei fedeli il senso del peccato, dare coraggio e far nascere il desiderio del perdono di Dio.

Cari confratelli, è necessario tornare al confessionale, come luogo nel quale celebrare il Sacramento della Riconciliazione, ma anche come luogo in cui "abitare" più spesso, perché il fedele possa trovare misericordia, consiglio e conforto, sentirsi amato e compreso da Dio e sperimentare la presenza della Misericordia Divina, accanto alla Presenza reale nell’Eucaristia. La "crisi" del Sacramento della Penitenza, di cui spesso si parla, interpella anzitutto i sacerdoti e la loro grande responsabilità di educare il Popolo di Dio alle radicali esigenze del Vangelo. In particolare, chiede loro di dedicarsi generosamente all’ascolto delle confessioni sacramentali; di guidare con coraggio il gregge, perché non si conformi alla mentalità di questo mondo (cfr. Rm 12,2), ma sappia compiere scelte anche controcorrente, evitando accomodamenti o compromessi. Per questo è importante che il sacerdote abbia una permanente tensione ascetica, nutrita dalla comunione con Dio, e si dedichi ad un costante aggiornamento nello studio della teologia morale e delle scienze umane.

San Giovanni Maria Vianney sapeva instaurare con i penitenti un vero e proprio "dialogo di salvezza", mostrando la bellezza e la grandezza della bontà del Signore e suscitando quel desiderio di Dio e del Cielo, di cui i santi sono i primi portatori. Egli affermava: "Il Buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l’Amore del nostro Dio, che si spinge fino a dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di perdonarci" (Monnin A., Il Curato d’Ars. Vita di Gian-Battista-Maria Vianney, vol. I, Torino 1870, p. 130). E’ compito del sacerdote favorire quell’esperienza di "dialogo di salvezza", che, nascendo dalla certezza di essere amati da Dio, aiuta l’uomo a riconoscere il proprio peccato e a introdursi, progressivamente, in quella stabile dinamica di conversione del cuore, che porta alla radicale rinuncia al male e ad una vita secondo Dio (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1431).

Cari sacerdoti, quale straordinario ministero il Signore ci ha affidato! Come nella Celebrazione Eucaristica Egli si pone nelle mani del sacerdote per continuare ad essere presente in mezzo al suo Popolo, analogamente, nel Sacramento della Riconciliazione Egli si affida al sacerdote perché gli uomini facciano l’esperienza dell’abbraccio con cui il padre riaccoglie il figlio prodigo, riconsegnandogli la dignità filiale e ricostituendolo pienamente erede (cfr Lc 15,11-32). La Vergine Maria e il Santo Curato d’Ars ci aiutino a sperimentare nella nostra vita l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’Amore di Dio (cfr Ef 3,18-19), per esserne fedeli e generosi amministratori. Vi ringrazio tutti di cuore e volentieri vi imparto la mia Benedizione.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]

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Il sacerdote e le recenti mutazioni antropologiche
Intervento del prof. Massimo Introvigne, Direttore del CESNUR
ROMA, giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l'intervento pronunciato dal prof. Massimo Introvigne, Direttore del CESNUR (Centro studi sulle nuove religioni), in occasione del Convegno teologico internazionale organizzato dalla Congregazione per il Clero l'11 e il 12 marzo presso la Pontificia Università Lateranense sul tema “Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”.



* * *

L’analisi di alcuni mutazioni antropologiche che sembrano di particolare rilievo per un accostamento sociologico ai problemi che il sacerdozio cattolico incontra oggi è condotta in questo contributo secondo i principi della teoria sociologica detta dell’economia religiosa. I fondatori di questa teoria sono i sociologi statunitensi Rodney Stark, Roger Finke e Laurence R. Iannaccone, e il punto di partenza del loro metodo è l’idea che alla sociologia delle religioni sia possibile applicare con frutto modelli che derivano dagli studi sull’economia. Il “campo religioso” è studiato anchecome una forma di “mercato” in cui organizzazioni in concorrenza fra loro si contendono la fedeltà di “consumatori religiosi”. La teoria può sembrare brutale e perfino “scandalosa” in alcune sue formulazioni: va interpretata con un certo beneficio d’inventario, non senza affiancarle altri modelli interpretativi. Quella del “mercato religioso” non può che essere una metafora, un utensilemetodologico, se non si vuole correre il rischio di ridurre la religione a un prodotto fra altri. Con queste precisazioni, la teoria si è rivelata però spesso utile come strumento sia d’interpretazione ex postsia di previsione ex ante.

Occorre, del resto, sgomberare il terreno da un equivoco frequente in tema di teorie dell’economia religiosa. Potrebbe sembrare che queste teorie s’interessino solo di come è “venduto” ciascun “prodotto” religioso, trascurando le dottrine. È precisamente il contrario. Proprio se si applicano modelli mutuati dalla scienza economica non ha senso ignorare le dottrine, perché sono le dottrine il “prodotto” che le “aziende religiose” offrono. Sarebbe come occuparsi del mercato delle automobili ignorando le automobili. Scrivono Stark e Finke che “nella pratica i comportamenti religiosi e la teologia sono collegati. Contrariamente alle proteste dei nostri critici meno attenti secondo cui il nostro accostamento riduce semplicemente la religione al marketing, abbiamo sempre sostenuto che l’incapacità di alcune denominazioni, quelle ‘progressiste,’ di ‘vendersi’ con successo trova le sue radici nelle loro dottrine – solo vivide concezioni di un soprannaturale attivo e provvidente possono generare un’atmosfera religiosa vigorosa” (Stark e Finke 2000a, 257-258).

Le teorie dell’economia religiosa si sono occupate anche del sacerdozio e della vita consacrata cattolica. Corre quest’anno il decennale di uno studio molto famoso e anche discusso – che vorrei particolarmente analizzare in questo intervento – pubblicato nel numero di dicembre del 2000 della Review of Religious Research, organo della Religious Research Association, dagli stessi Stark e Finke, con il titolo Catholic Religious Vocation: Decline and Revival, “La vocazione religiosa cattolica: declino e risveglio” (Stark e Finke 2000b). A giusto titolo, questa ricerca è stata considerata un esempio tipico e paradigmatico di come “funziona” in concreto il metodo dell’economia religiosa. Potrà essere il punto di partenza anche per le nostre considerazioni.

I due sociologi prendono in esame la caduta libera delle vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa maschile e femminile cattolica in sei Paesi – Stati Uniti d’America, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna e Olanda – nei trent’anni successivi al Concilio Ecumenico Vaticano II e ne indagano le cause. Dal punto di vista quantitativo, la caduta è stata indubbiamente spettacolare soprattutto fra i candidati al sacerdozio – da -81% in Olanda a -54% in Gran Bretagna –, quindi fra le vocazioni religiose maschili, da -82% in Gran Bretagna a -68% in Francia, nonché, in misura minore, fra quelle femminili: da -51% in Olanda a -43% in Gran Bretagna (ibid., 125-126). Per una serie di ragioni metodologiche – prima fra tutte la popolarità dei gender studies nella sociologia delle religioni di lingua inglese – la maggior parte degli studi si sono concentrati, più che sui sacerdoti, sulle suore, e sono stati dominati dai lavori dalla sociologa dell’Università di Houston Helen Rose Ebaugh (a partire da Ebaugh 1977; Ebaugh 1993) e dei suoi allievi. Secondo la Ebaugh, il numero delle suore è diminuito a causa delle maggiori possibilità offerte alle donne cattoliche — cui la scelta della vita religiosa offriva in precedenza opportunità uniche di mobilità verso l’alto — nei campi dell’educazione e del lavoro secolari.

Stark e Finke nella ricerca citata contestano questa conclusione della sociologa di Houston. Pur riconoscendola come “elegante” e bene argomentata (Stark e Finke 2000b, 126), i due teorici dell’economia religiosa sospettando che la tesi della Ebaugh abbia qualcosa a che fare con la sua stessa biografia di ex-suora (dell’ordine della Divina Provvidenza) sposata e non sia completamente confermata dai dati empirici. E questo per diverse ragioni, di cui tre decisive. Anzitutto, perché negli stessi anni insieme al numero di vocazioni religiose femminili è diminuito anche quello delle vocazioni maschili sia religiose sia sacerdotali – anzi, quest’ultimo in misura maggiore –, che non dovrebbe avere relazioni dirette con le opportunità di realizzarsi nella vita secolare offerte alle donne. Tra l’altro le mutazioni sono “recenti” fra virgolette – come nel titolo che gli organizzatori hanno assegnato a questa comunicazione – perché la ricerca di Stark e Finke mostra come la caduta davvero impressionante negli Stati Uniti delle vocazioni maschili inizi alla fine degli anni 1960 e abbia i suoi tassi più significativi in un’epoca precedente agli episodi di pedofilia attribuiti a sacerdoti, i quali dunque – per quanto possano avere contribuito alla crisi vocazionale – non ne sono la causa principale.

In secondo luogo la tesi della Ebaugh non appare convincente perché applicando gli “indici” costruiti dalla sociologa del Texas per misurare le “possibilità secolari” offerte alle donne, si conclude che queste “possibilità” aumentano in modo continuo almeno a partire dal 1948. Ma, dal 1948 al 1965, pur crescendo le possibilità di educazione e carriera secolari offerte alle donne negli Stati Uniti, cresce anche il numero di suore. Dal 1965 in poi, le “possibilità secolari” continuano a crescere, ma il numero di suore invece diminuisce.

Infine, mentre il processo di crescita delle “possibilità secolari” – anche per i cattolici americani di sesso maschile, le cui comunità hanno conosciuto una notevole mobilità sociale verso l’alto – è graduale e continuo, la caduta del numero delle vocazioni è repentina e discontinua, e avviene principalmente nel quadriennio 1966-1969, con successiva stabilizzazione verso il basso fino almeno alla fine del XX secolo. Finke e Stark ne concludono che si deve cercare come causa principale del declino delle vocazioni un avvenimento, o una serie di avvenimenti, che si è verificato nella seconda metà degli anni 1960 in modo improvviso e che ha coinvolto sia gli uomini sia le donne cattoliche. Questo avvenimento, secondo i due sociologi americani, può essere solo l’insieme di fattori che derivano dalla crisi successiva al Concilio Ecumenico Vaticano II, come è noto particolarmente grave negli Stati Uniti. Applicando il modello dell’economia religiosa, Stark e Finke affermano che, con questi avvenimenti, i costi della scelta sacerdotale e religiosa cattolica sono diminuiti in modo marginale – forse la disciplina si è rilassata, ma la struttura fondamentale improntata a rinuncia al matrimonio, povertà e obbedienza è rimasta ben presente – mentre i benefici sono diminuiti in modo repentino e drammatico. La crisi postconciliare ha reso meno viva sia la communitasall’interno dei presbiteri e dei conventi, sia la stima unica di cui le figure sacerdotali e religiose godevano all’interno del mondo cattolico in generale, anche in forza della loro “separatezza” segnata da particolari caratteristiche distintive.

Giacché la teoria dell’economia religiosa postula che le scelte vocazionali non si sottraggono alla normale dinamica di una stima implicita del rapporto costi-benefici, Finke e Stark concludono che questo rapporto è stato improvvisamente e drammaticamente alterato negli anni tumultuosi del postconcilio statunitense, evidentemente sia per gli uomini sia per le donne. Lo stesso Benedetto XVI ha notato che “in un mondo in cui la visione comune della vita comprende sempre meno il sacro, al posto del quale, la ‘funzionalità’ diviene l’unica decisiva categoria”, “la concezione cattolica del sacerdozio” ha rischiato “di perdere la sua naturale considerazione, talora anche all’interno della coscienza ecclesiale” (Benedetto XVI 2009a). La visione esclusivamente funzionalistica del sacerdozio, che ne attenua l’unicità e la visibilità – mentre per Benedetto XVI la concezione “sacramentale-ontologica” e quella “sociale-funzionale” non devono essere “contrapposte, e la tensione che pur esiste tra di esse va risolta dall’interno” (ibid.) – deriva certamente da condizioni esterne alla Chiesa, ma ha pure cause interne: “anche all’interno della coscienza ecclesiale”, afferma il Papa.

È possibile una controprova empirica. Se si paragona la situazione dei sei Paesi studiati da Stark e Finke con quella del Portogallo, della Spagna e dell’Italia – trascuriamo la Polonia, la Lituania o Malta, dove giocano fattori nazionali identitari che rendono il paragone con gli Stati Uniti o il Nord Europa meno omogeneo – ci si accorge che dopo il 1965 in questi Paesi il numero di vocazioni, se diminuisce, non lo fa con lo stesso ritmo drammatico. Qui il declino delle vocazioni sembra essere stato frenato anzitutto da ragioni di tipo culturale: le figure sacerdotali e religiose continuano a godere di autorevolezza e stima confermata da numerose indagini statistiche e anche dalla cultura popolare. Pensiamo a come nei film e negli sceneggiati televisivi in Italia i sacerdoti e le suore siano rappresentati in modo in genere più favorevole rispetto ai prodotti di Hollywood. Ma è anche vero che in Italia o nella penisola iberica la crisi e il dissenso postconciliari, pure non assenti, non hanno raggiunto quel grado di virulenza bene illustrato per gli Stati Uniti da un piccolo libro giustamente famoso e influente del grande filosofo e romanziere cattolico recentemente scomparso Ralph McInerny (1929-2010), What Went Wrong With Vatican II (McInerny 1998).

Non si deve naturalmente esagerare la tenuta dei dati quantitativi relativi alla Chiesa Cattolica in Paesi come l’Italia. Sappiamo che anche qui ci sono problemi, non solo in tema di sacerdoti ma anche di fedeli. Tra l’altro i dati sulla partecipazione alla Messa, che non è l’unico indice dello stato di salute sociologico di una Chiesa ma è considerato da molti il più significativo, devono tenere conto del cosiddetto over-reporting, cioè della discrepanza fra quanti affermano di andare a Messa tutte le domeniche nelle survey condotte per telefono o via questionari e quanti di fatto sono contati alle porte delle chiese in un week-end tipo. Sono in grado di anticipare i risultati di una ricerca, non ancora pubblicata, da me diretta nel 2009 nella diocesi siciliana di Piazza Armerina, che comprende oltre al capoluogo alcuni grossi centri come Enna e Gela. Questa ricerca ha cercato di superare obiezioni metodologiche rivolte a precedenti studi analoghi e ha combinato una survey telefonica (metodo CATI) con una rilevazione molto minuta dei presenti a tutte le Messe in un week-end considerato tipico, considerando anche le celebrazioni di piccoli gruppi e movimenti e perfino le comunioni portate a casa ai malati. Ebbene nell’area della ricerca dichiara di andare a Messa almeno una volta la settimana il 30,1% della popolazione (il 33,6% afferma di partecipare alla Messa o ad altri riti religiosi ma si deve considerare un 3,5% di fedeli di confessioni religiose non cattoliche, in un’area che ha una forte presenza di protestanti pentecostali). La rilevazione alle porte delle chiese ha attestato una frequenza del 18,3%.

Leggendo questi dati occorre evitare la tentazione di considerare la rilevazione come lo strumento che ci permette di scoprire i praticanti “veri”, nella specie il 18,3%, contrapposti a ipotetici praticanti “falsi”, il 30,1%. Al dato statistico non va fatto dire più di quello che effettivamente dice. Anche il risultato della survey telefonica è a suo modo importante, oltre che in linea con surveyitaliane precedenti, e non è “smentito” dalla rilevazione. Indica un’intenzione e un’aspirazione a partecipare alla Messa che è di assoluto rilievo per ogni discorso sull’identità e l’identificazione dei cattolici della zona. Ci sono poi, emerse dalla stessa ricerca, le cerchie più vaste dei praticanti occasionali (51,4%) e dei cattolici che dichiarano di sentirsi parte della Chiesa (92,2%), dato quest’ultimo a sua volta inferiore al numero dei battezzati, il quale comprende pure persone che dopo il Battesimo hanno aderito ad altra religione o che si dichiarano non credenti. Una situazione, come si vede, complessa. Ma che mostra come anche in Italia i “numeri della crisi” meritino qualche riflessione.

Un’altra controprova delle tesi di Stark e Finke, sulla cui pista metteva precisamente già la loro ricerca del 2000, consiste nel fatto che dove è promossa, in particolare a partire dagli anni 1990, una vita religiosa e sacerdotale più immune dalla contestazione, più vivace e calorosa e più fedele alle indicazioni del Magistero della Chiesa, lì le vocazioni riprendono ad aumentare. Questo si verifica in comunità e ordini religiosi considerati – almeno nel linguaggio giornalistico – “conservatori” e anche in alcune diocesi statunitensi. In base a certi parametri, già Stark e Finke costruivano nella loro ricerca due elenchi, uno delle diocesi statunitensi considerate – almeno dalla stampa – più “ortodosse” e l’altro di quelle più toccate dal dissenso e dalla contestazione del Magistero. Esaminavano poi i dati relativi alle ordinazioni e ai seminaristi negli anni 1990 per concludere che il loro numero in percentuale sul numero dei cattolici diocesani era tre volte superiore nelle diocesi “ortodosse” rispetto a quelle dove più forte era il dissenso.

Stark e Finke – che non sono cattolici, anche se Stark ha recentemente annunciato, proprio sulla base di una riflessione sociologica sulla storia, il suo ritorno al cristianesimo, che non è però maturato nell’adesione a una specifica comunità o Chiesa – ribadivano nel loro studio di non volere affatto sostenere “che la Chiesa cattolica deve adottare una soluzione conservatrice per risolvere i suoi problemi di vocazioni” (Stark e Finke 2000b, 136). Evidentemente fornire indicazioni di questo genere non spetta alle scienze umane. Dal loro punto di vista, meramente tecnico, Stark e Finke osservavano che la Chiesa Cattolica avrebbe potuto risolvere la crisi vocazionale in due modi: diminuendo i costi o “restaurando i benefici tradizionali” (ibid., 137). Come emergeva in quello studio (ibid.), e ancor più nelle discussioni che ha generato, “diminuire i costi” è una formula che è stata perseguita, per esempio, da diverse branche della Comunione Anglicana: “paghe alte” – soprattutto negli Stati Uniti, buoni stipendi da manager per i vescovi – e “virtualmente nessuna restrizione”; porte aperte ai divorziati, agli omosessuali praticanti, e così via. I risultati anglicani, come è noto, non sono stati brillantissimi. “Restaurare i benefici tradizionali” sembrerebbe dunque più promettente che “diminuire i costi”.

Tutta la discussione sulla ricerca di Stark e Finke va inquadrata in un contesto sociologico più generale. Da molti anni la sociologia delle religioni nota che – contrariamente alla vulgatasecondo cui il cristianesimo perde colpi perché non è in sintonia con il mondo moderno e mantiene posizioni anacronistiche e premoderne, soprattutto in tema di morale sessuale – di fatto, nel mondo protestante avanzano le denominazioni evangelical e pentecostali, la cui morale sessuale è spesso rigorosa, e il cui antagonismo verso la modernità è notevole. Perdono invece membri le comunitàliberal, che pure ricevono l’applauso di certi media per le loro posizioni tolleranti in materia di aborto, eutanasia o omosessualità. Questo non avviene perché i cristiani siano irragionevoli e masochisti ma, al contrario, perché quelli che la teoria che ho illustrato chiama “consumatori religiosi” sono a loro modo eminentemente ragionevoli e, come tutti i consumatori, non considerano né i soli costi, né i soli benefici, ma il rapporto costi-benefici, che nelle religioni è spesso più favorevole là dove i costi sono più alti.

Questi fenomeni sono stati spiegati applicando alle organizzazioni religiose la teoria del free rider (cfr. Iannaccone 1992, 1994; Iannaccone, Olson e Stark, 1995). La formulazione classica di questa teoria si deve a Mancur Olson (1932-1998). Il free rider, il viaggiatore “che non paga il biglietto”, è colui che partecipa a una qualunque forma di organizzazione sociale cercando di ottenerne i benefici senza pagare i costi. Chi sale a bordo di un autobus senza pagare corrisponde perfettamente alla definizione: riesce a “viaggiare gratis”, ma solo nel senso che in realtà sono gli altri a pagare per lui. Secondo Olson la strategia del free rider può avere successo solo se il numero degli stessi free rider è limitato. Se alcuni non pagano il biglietto, l’autobus continuerà a viaggiare – al massimo, ai viaggiatori onesti sarà chiesto di pagare di più. Ma se quasi nessuno paga il biglietto la linea di autobus sarà costretta a chiudere, e nemmeno il free rider potrà più viaggiare gratuitamente. Lo stesso vale per organizzazioni assai più complesse di una linea di autobus, comprese le parrocchie: possono tollerare un certo numero di free rider, ma se il numero cresce, si trovano di fronte a problemi sempre più difficili da risolvere e infine cessano di funzionare. Anche nelle organizzazioni religiose o tra chi frequenta i sacerdoti e va a Messa molti vogliono solo “assistere”, non “partecipare” o contribuire. Sono tipici free rider. Il problema, però, è che i beni simbolici offerti dalle organizzazioni religiose sono non soltanto fruiti, ma anche prodotti collettivamente.

Le organizzazioni, le congregazioni e le parrocchie più rigorose e “ortodosse” chiedono di più, e quindi diminuiscono il numero di free rider. Si potrebbe ritenere che chiedendo di più – in linguaggio economico, aumentando i costi – sia i fedeli sia le vocazioni diminuiscano. In realtà spesso avviene il contrario. Le teorie economiche infatti c’insegnano che i consumatori cercano di minimizzare i costi e massimizzare i benefici. Non cercano soltanto di limitare i costi, a qualunque condizione, ma si sforzano di arrivare a un ragionevole equilibrio fra costi e benefici. Chi acquista un’automobile non cerca semplicemente di spendere il meno possibile: anzi, sa che spendendo troppo poco sarà verosimilmente ingannato dal proverbiale venditore disonesto di auto usate. Anche i “consumatori religiosi” sono disposti a pagare di più – entro certi limiti – se pensano di ottenere di più. Nel loro caso non si tratta principalmente di costi economici, ma di costi simbolici. Chiedendo di rispettare norme che creano tensione con la maggioranza sociale in settori come la morale sessuale o il rapporto con la verità in una cultura dominata dal relativismo, le organizzazioni religiose creano barriere di entrata e riducono il numero di potenziali free rider che potrebbero entrare.

Naturalmente perché una congregazione cattolica sia viva, non sia composta in maggioranza di free rider, abbia un buon rapporto con i suoi sacerdoti e generi anche vocazioni sacerdotali e religiose non basta una sociologia dell’efficienza. Occorre che ciascuno si senta partecipe e non solo spettatore, e prima di dare il suo contributo si senta “preso in cura” personalmente dal sacerdote. Da questo punto di vista se si vuole ridurre il numero di free rider occorre assicurarsi che il contatto personale e autorevole fra sacerdote – particolarmente, parroco – e fedeli sia sempre garantito. E ci si può chiedere se sia proprio così quando si passa dalle parrocchie alle unità pastorali, con la conseguenza di “allungare” le relazioni mentre sono proprio quelle che la sociologia chiama “relazioni corte”, più personali e dirette, a garantire contro la proliferazione dei free rider: i quali, si potrebbe dire, non sono sempre free rider per colpa loro.

Ancora una volta, da sociologo, vorrei insistere sul fatto che la sociologia di per sé non risolve nessun problema pastorale e può dare contributi utili solo se si presenta con la necessaria umiltà metodologica. L’accostamento alla religione in termini di mercato, consumatori, costi e benefici potrà perfino scandalizzare chi ha meno familiarità con le teorie della religious economy. E sarebbe giusto che fosse così se queste non fossero – insisto sul punto, a costo di ripetermi – soltanto metafore, elementi metodologici da considerare come semplici – e umili – strumenti. Ultimamente, vale anche per i sociologi il richiamo di Benedetto XVI nel discorso all’udienza generale del 1° luglio 2009, dedicata all’Anno Sacerdotale: “A fronte di tante incertezze e stanchezze anche nell’esercizio del ministero sacerdotale, è urgente il recupero di un giudizio chiaro ed inequivocabile sul primato assoluto della grazia divina, ricordando quanto scrive san Tommaso d’Aquino [1225-1274]: ‘Il più piccolo dono della grazia supera il bene naturale di tutto l’universo’ (Summa Theologiae, I-II, q. 113, a. 9, ad 2)” (Benedetto XVI 2009b).

Riferimenti

Benedetto XVI. 2009a. Udienza Generale, 24 giugno 2009, Anno Sacerdotale.

Benedetto XVI. 2009 b. Udienza Generale, 1° luglio 2009, Anno Sacerdotale (2).

Ebaugh, Helen Rose. 1977. Out of the Cloister. A Study of Organizational Dilemma. University of Texas Press, Austin (Texas).

Ebaugh, Helen Rose, 1993. Women in the Vanishing Cloister. Organizational Decline in Catholic Religious Orders in the United States. Rutgers University Press, New Brunswick (New Jersey).

Iannaccone, Laurence R. 1992. “Sacrifice and Stigma: Reducing Free-Riding in Cults, Communes, and Other Collectives”. Journal of Political Economy, vol. 100, n. 2, aprile 1992, pp. 271-292.

Iannaccone, Laurence R. 1994. “Why Strict Churches are Strong”. American Journal of Sociology, vol. 99, n. 5, marzo 1994, pp. 1180-1211.

Iannaccone, Laurence R. - Daniel V. A. Olson - Rodney Stark. 1995. “Religious Resources and Church Growth”. Social Forces, vol. 75, n. 2, dicembre 1995, pp. 705-731.

McInerny, Ralph M.. 1998. What Went Wrong With Vatican II. The Catholic Crisis Explained. Sophia Institute Press, Manchester (New Hampshire) (trad. it. Vaticano II. Che cosa è andato storto?, Fede & Cultura, Verona 2009).

Olson, Mancur. 1965. The Logic of Collective Action. Harvard University Press, Cambridge (Massachusetts) (trad. it. La logica dell’azione collettiva, Feltrinelli, Milano 1983).

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Sacerdoti e laici: il giusto rapporto
Guzmán Carriquiry, Sotto-Segretario del Pontificio Consiglio per i Laici

ROMA, giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la relazione del prof. Guzmán Carriquiry, Sotto-Segretario del Pontificio Consiglio per i Laici, al Convegno teologico internazionale organizzato dalla Congregazione per il Clero e che si tiene l'11 e il 12 marzo presso la Pontificia Università Lateranense sul tema “Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”.




* * *

 L’Anno Sacerdotale è una buona occasione per ricapitolare alcune delle questioni più rilevanti nei rapporti tra clero e laicato. È ben noto quanto l’autocoscienza della Chiesa come mistero di comunione, dono dello Spirito nell’evento e negli insegnamenti del Concilio Vaticano II, ripresa e approfondita nel magistero dei successivi pontefici e nell’iter sinodale della Chiesa, sia stata semina feconda per impostare e per attuare in modo sempre più corretto i rapporti tra il clero e i fedeli laici. Infatti, riprendendo una grande corrente storica di “promozione del laicato”, il Concilio Vaticano II illuminò la vocazione e la dignità battesimale dei fedeli laici e la loro piena appartenenza alla Chiesa, mistero di comunione missionaria, ponendo in risalto la partecipazione di tutto il popolo di Dio al dono sacerdotale di Cristo, impiantando il sacramento dell’ordine, gerarchico e ministeriale allo stesso tempo, nel contesto del sacerdozio universale dei fedeli.    

     Oggi si può considerare superata, in linea di massima, quella visione tradizionale che recludeva i fedeli laici in una condizione di minorità – come se si trattasse d’una massa di destinatari e clienti dell’azione pastorale – favorita da quelle forme storiche e culturali di “clericalismo” che avevano impregnato la prassi e il volto della Chiesa cattolica, soprattutto nella fase del tardo-tridentino, in reazione alle istanze critiche della “riforma protestante” e dell’“Illuminismo”. La risposta reattiva di definire i laici in opposizione al clero e ai religiosi, accentuando la loro specificità e autonomia, portò, nella prima fase del dopo-concilio, a concepire e attuare il loro protagonismo come ricerca e ridistribuzione di spazi, diritti e poteri, dando luogo a non poche tensioni, contestazioni e conflitti in seno alla compagine ecclesiale. Non furono una buona traduzione degli insegnamenti conciliari né della loro fedele attuazioni neanche le tendenze che hanno portato a una “secolarizzazione dei clerici” e ad una “clericalizzazione dei laici”. Infine, fu anche fuorviante, lontana dalla realtà, anche l’idea di una “promozione del laicato” che riducesse l’importanza del sacerdozio ministeriale e che portasse a considerare maggiormente la responsabilità dei laici nel colmare le lacune causate dalla scarsità di sacerdoti, come se si trattasse di un mero scambio di funzioni.

   È fondamentale, dunque, che sullo sfondo della comune appartenenza battesimale di tutti i christifideles, in cui “comune è la dignità dei membri (…), comune la grazia dei figli, comune la vocazione alla perfezione, una sola salvezza, una sola speranza, e indivisa la carità”, si mantenga con chiarezza, sia a livello teologico che nella prassi pastorale, la differenza tra sacerdozio universale dei fedeli e sacerdozio ministeriale, entrambi radicati nell’unico sacerdozio della nuova ed eterna Alleanza, cioè nel sacerdozio di Cristo, ma come modalità essenzialmente diverse. Essi sono “ordinati l’uno all’altro” (Lumen Gentium, 10) nella comunità organica e gerarchica che è la Chiesa, che si fonda, e sempre si rinnova, sui doni sacramentali e carismatici che le sono coessenziali, arricchita da diversi ministeri, stati di vita e compiti. Il sacerdozio ministeriale è essenzialmente riferito e ordinato al sacerdozio comune, come servizio per far crescere la consapevolezza e la responsabilità battesimale di tutti i fedeli. Essi, infatti, non sono soltanto destinatari della Parola, della celebrazione dei sacramenti, dell’educazione alla fede e del servizio della carità, giacché l’impegno profuso dal sacerdote è reso affinché diventino soggetti consapevoli della loro vocazione cristiana e responsabili della missione della Chiesa a tutti i livelli dell’esistenza umana. Il sacerdozio comune, invece, è ordinato a quello ministeriale perché ne ha bisogno per poter diventare offerta di tutta la vita al Signore.

       È molto importante coltivare ed educare il sensus fidei e il sensus ecclesiae dei fedeli laici in rapporto al dono del sacerdozio ordinato per il disegno di salvezza, per l’essere e la missione della Chiesa, per la vita cristiana dei battezzati. Si tratta di una importante questione per la catechesi, ma che non si risolve con la semplice ripetizione della dottrina; ha bisogno, invece, per essere veramente educativa, della testimonianza che, tramite la loro vita e il loro ministero, gli sacerdoti rendono del Cristo che rappresentano di fronte alla comunità dei fedeli.  Infatti, i fedeli laici hanno bisogno che i sacerdoti condividano con loro, a mani piene e col cuore colmo di riconoscenza e di zelo per le anime, i doni della Parola di Dio e dei Sacramenti, nella consapevolezza della comune appartenenza al mistero della Chiesa come fatto primordiale della loro vita. I fedeli laici hanno bisogno di essere aiutati a riscoprire la bellezza, la gioia, il senso di gratitudine e la responsabilità dell’essere cristiani. Essi devono sapersi riscoprire peccatori, mendicanti della misericordia divina, per riavvicinarsi con frequenza al sacramento della penitenza, trovando i preti nell’attesa disponibile e fiduciosa nel confessionale. Essi hanno bisogno di essere richiamati alla grazia del matrimonio, per vivere con maggiore pienezza questo mistero grande di unità, di fedeltà e di fecondità. Hanno bisogno di sacerdoti che siano autentici educatori alla fede e nella fede, che li sostengano nella loro crescita come christifideles. Hanno bisogno di essere accompagnati nell’itinerario di un’autentica esistenza cristiana, che abbia l’eucaristia come fonte e culmine. Hanno bisogno di sentire vicino il sacerdote nei momenti cruciali della loro esistenza. Essi hanno bisogno, dunque, del sacerdote per la loro salvezza!

     I fedeli laici sentono vivamente il bisogno di santi sacerdoti.

     Su questo sfondo di riflessioni, il testo che ho preparato affronta in modo speciale cinque campi tematici che ora soltanto menziono. Il primo è quello della “pluralità di ministeri” nell’edificazione della comunità cristiana, apprezzando e valorizzando il contributo prezioso dei fedeli laici nell’esercizio di diversi “ministeri non ordinati” in uno spirito di vera comunione, di gratuità e di servizio e mettendo in guardia, invece, contro ogni pericolosa tendenza alla loro “clericalizzazione”. Il secondo si riferisce al compito sacerdotale di saper scoprire, discernere, valorizzare e fomentare i multiformi carismi dei laici e, in modo particolare, quelli tramite cui non pochi sono attratti a una più alta vita spirituale, specialmente mediante la loro partecipazione in diverse associazioni di fedeli. I sacerdoti sono chiamati a condividere la gioia e la gratitudine che hanno manifestato S.S. Giovanni Paolo II e S.S. Benedetto XVI, in un abbondante e ricco magistero, nel riconoscere i movimenti ecclesiali e le nuove comunità come “provvidenziali”, un bene e una viva speranza per la Chiesa universale, per la sua missione. Vale anche per loro ciò che il Papa Benedetto XVI raccomandava ai Vescovi: “andate incontro ai movimenti con molto amore”. La terza questione approfondita è quella della partecipazione del sacerdote nei movimenti e nuove comunità, un fatto che, in genere, rinnova la propria vocazione e arricchisce il proprio ministero grazie alla carica carismatica, educativa e missionaria di queste realtà, destinate ad essere per ciascuno il sostegno per i propri compiti oggettivi nella Chiesa, luce e calore che li rendono - e questo è segno e verifica importante! - ancora più capaci di fedeltà al proprio Vescovo, più legati alla fraternità nel presbiterio, più attenti alle incombenze della pastorale e della disciplina ecclesiastica, più disponibili al servizio di tutti. Il quarto tema  specificamente sviluppato è la conversione del sacerdote per mettersi in vero stato di missione, oltre la “pastorale di conservazione”, che non si limiti ad attendere i fedeli in chiesa né a rinchiudersi nel ghetto dei “buoni cattolici” né a rifugiarsi in discorsi astratti, ma inviato ad gentes,andando incontro alla vita, ai bisogni e alle attese delle persone, delle famiglie e delle comunità nella loro realtà quotidiana, dovunque essi si trovino, mettendo ogni cosa a confronto con l’annuncio della presenza di Cristo, pieno di com-passione e di misericordia. Il quinto tema approfondito è la necessità che hanno i fedeli laici impegnati nei diversi ambiti della vita pubblica di contare sulla presenza di sacerdoti vicini e competenti che li richiamino al significato e alle esigenze cristiane dei loro stessi impegni e li aiutino a vivere coerentemente.

     Infine, tre annotazioni. Prima, il bisogno che hanno il sacerdoti dei fedeli laici, delle famiglie cristiane, delle comunità, delle associazioni e dei movimenti, come compagnia e sostegno cristiano per la loro vita, spesso logorante. Seconda, la corresponsabilità dei laici in una formazione dei sacerdoti tesa ad abbracciare tutta la realtà con grande amore, alla luce di un giudizio cristiano. Terza: una maggiore responsabilità dei fedeli laici riguardo all’incremento delle vocazioni sacerdotali.

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