mercoledì 3 marzo 2010

ZI100303

ZENIT

Il mondo visto da Roma

Servizio quotidiano - 03 marzo 2010

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La Chiesa è resa "più luminosa" dalla sua testimonianza di vita
All'Udienza generale il Papa parla di san Bonaventura da Bagnoregio

ROMA, mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- I cattolici non si possono limitare solo a seguire i precetti evangelici ma devono dare anche testimonianza con “uno stile di vita povero, casto e obbediente”. Lo ha detto Benedetto XVI nell’udienza generale di mercoledì in Aula Paolo VI, davanti ad ottomila fedeli, dedicando la sua catechesi a San Bonaventura di Bagnoregio (1217-1274), dottore della Chiesa.

Nel suo discorso il Papa ha confessato di provare “una certa nostalgia” nel ripensare alle ricerche da lui condotte da giovane studioso su questo pensatore, che lo condussero nel 1957 a discutere la tesi per l’abilitazione all’insegnamento proprio su “La teologia della storia in San Bonaventura”.

“La sua conoscenza ha inciso non poco nella mia formazione”, ha riconosciuto il Papa che ha tratteggiato la figura di San Bonaventura da Bagnoregio come quella di un “uomo buono, affabile, pio e misericordioso, colmo di virtù, amato da Dio e dagli uomini”; un “uomo di azione e contemplazione”, che seppe ben armonizzare fede e cultura.

Benedetto XVI ha quindi raccontato che l'esperienza che segnò San Bonaventura fu quando ormai in fin di vita a causa di una grave malattia riuscì a guarire grazie all'intercessione di San Francesco d’Assisi. Fu allora che si interrogò sulla sua vita e “affascinato dalla testimonianza di fervore e radicalità evangelica dei Frati Minori”, decise di entrare a fare parte nel 1243 dei discepoli di Francesco.

Pur essendo nato a Bagnoregio, nell’Italia Centrale, Bonaventura di fatto crebbe e studiò a Parigi, diventando in seguito “uno dei teologi più importanti della storia della Chiesa”. In quegli anni, ha ricordato, si contestava ai francescani e ai domenicani di insegnare nell’università, mettendo “in dubbio persino l’autenticità della loro vita consacrata”.

In realtà, ha spiegato il Papa, i cambiamenti introdotti dagli Ordini Mendicanti “nel modo di intendere la vita religiosa” erano “talmente innovativi che non tutti riuscivano a comprenderli”.

Si aggiungevano poi come a volte accade, “anche tra persone sinceramente religiose, motivi di debolezza umana come l’invidia e la gelosia”.

Bonaventura si occupò della questione nell’opera “La perfezione evangelica” in cui dimostrò che gli Ordini Mendicanti, “praticando i voti di povertà, di castità e di obbedienza, seguivano i consigli del Vangelo stesso”.

A questo proposito, richiamando l'attualità di questo messaggio, il Papa ha detto che “la Chiesa è resa più luminosa e bella dalla fedeltà alla vocazione di quei suoi figli e di quelle sue figlie che non solo mettono in pratica i precetti evangelici ma, per la grazia di Dio, sono chiamati ad osservarne i consigli e testimoniano così, con il loro stile di vita povero, casto e obbediente, che il Vangelo è sorgente di gioia e di perfezione”.

Nel 1257 Bonaventura da Bagnoregio, in occasione del Capitolo generale svoltosi presso il Convento dell’Aracoeli a Roma, venne eletto Ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, un incarico questo che ricoprirà con “saggezza e dedizione” per 17 anni, intervenendo “talvolta con una certa severità per eliminare gli abusi”.

Bonaventura, ha quindi ricordato il Pontefice, volle sempre presentare “l’autentico carisma di Francesco, la sua vita ed il suo insegnamento”. Per questo ascoltò con attenzione i ricordi di coloro che avevano conosciuto direttamente Francesco, mettendo poi mano a una biografia del Santo di Assisi.

“Francesco è un alter Christus – ha detto il Papa – , un uomo che ha cercato appassionatamente Cristo. Nell’amore che spinge all’imitazione, egli si è conformato interamente a Lui. Bonaventura additava questo ideale vivo a tutti i seguaci di Francesco. Questo ideale, valido per ogni cristiano, ieri, oggi, sempre, è stato indicato come programma anche per la Chiesa del Terzo Millennio dal mio Venerabile Predecessore Giovanni Paolo II”.

Un programma, ha concluso, che si incentra in Cristo stesso “da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste”.

Al termine dell'udienza il Papa ha benedetto le due nuove corone per l'immagine della Madonna Nera di Częstochowa, in cui sono stati incastonati frammenti di pietre della Luna e di alcuni pianeti oltre che di Gerusalemme e Nazareth, e la lampada votiva per le celebrazioni dei cinquecento anni dell'apparizione della Madonna a Motta di Livenza.

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Appello del Papa a un maggiore impegno verso gli zingari
Nell'Udienza generale del mercoledì
ROMA, mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- Questo mercoledì, in occasione dell'Udienza generale, Benedetto XVI ha rivolto un appello alle Chiese locali affinché si impegnino maggiormente a favore degli zingari.

Al termine del tradizionale incontro nell'Aula Paolo VI del Vaticano, il Papa ha rivolto un saluto particolare ai partecipanti all'Incontro dei Direttori Nazionali della Pastorale degli Zingari in Europa, in corso in Vaticano dal 2 al 4 marzo sul tema "Sollecitudine della Chiesa verso gli Zingari: situazione e prospettive".

“Auspico che le Chiese locali sappiano operare insieme per un impegno sempre più efficace in favore degli Zingari”, ha detto il Papa parlando in italiano.

Secondo quanto rivelato da “L'Osservatore Romano”, i responsabili della pastorale degli zingari hanno presentato al Pontefice le loro esperienze di frontiera e un dato significativo: sono centoventi oggi nel mondo gli zingari che hanno abbracciato la vita religiosa e settanta di loro sono stati ordinati sacerdoti.

“È una pastorale che ha due regole d'oro suggerite dagli zingari stessi: ascoltarli e vivere con loro, aiutandoli ma senza assistenzialismo”, ha spiegato il quotidiano della Santa Sede.

Si tratta “di mettere insieme evangelizzazione e promozione umana”, ha detto Paolo Ciani della comunità di Sant'Egidio, “testimoniando il Vangelo nelle situazioni svantaggiate in cui vivono le etnie zingare”.

A dare voce alle attese di questo popolo ha contribuito anche l'orchestra ungherese Rajkó, composta solo da zingari. “Il Vaticano è il 110° Paese che ci ospita”, ha detto il direttore István Gerendási, sottolineando “il messaggio positivo che viene dall'arte e dalla diffusione delle tradizioni popolari zingare”.

Durante l'incontro l'Arcivescovo Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, ha denunciato che nonostante vi siano numerose Organizzazioni internazionali e nazionali, zingare e non, che operano per la loro promozione umana, sociale, culturale e religiosa, troppo spesso gli zingari sono oggetto di discriminazione razziale e xenofobia.

Mons. Vegliò ha formulato l'auspicio che le trasformazioni in atto possano contribuire ad arrestare fenomeni e atti di antiziganismo, e che si possa creare una nuova ‘coscienza europea’ che consentirà a Rom, Sinti e altri gruppi viaggianti, di riaffermare la propria identità e diversità culturale, nell'ottica di un inserimento civile nei rispettivi Paesi.

Dal canto suo l'Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio, ha reso omaggio nel convegno ai pionieri di questo apostolato e ha sottolieato che la maggioranza degli zingari vive in condizioni di grande povertà, non avendo accesso a fondamentali risorse quali l’acqua potabile, il nutrimento, l’alloggio e l’assistenza sanitaria.

La povertà e la discriminazione a loro volta concorrono all'esclusione degli Zingari dagli ambiti del lavoro e della politica, dai sistemi educativi e dai processi decisionali per ciò che li riguarda, ha spiegato monsignor Marchetto.

Tale situazione, aggravata anche dalla tensione e dall'ostilità nei loro confronti, interpella la Chiesa che deve adoperarsi per la difesa della loro dignità e dei loro diritti, rammentando nel contempo agli Zingari i loro doveri di cittadini, ha concluso Marchetto.


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A novembre il Papa sarà a Santiago de Compostela e a Barcellona
Confermano gli Arcivescovi delle due diocesi in conferenza stampa

BARCELLONA/SANTIAGO DE COMPOSTELA, mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- Benedetto XVI si recherà a Santiago de Compostela il 6 novembre, in occasione dell'Anno Giacobeo 2010, e il giorno dopo consacrerà il tempio della Sagrada Familia di Barcellona.

Lo hanno annunciato questo mercoledì mattina gli Arcivescovi di Barcellona e di Santiago de Compostela, i monsignori Lluís Martínez Sistach e Julián Barrio, nel corso di conferenze stampa tenutesi presso le loro sedi episcopali.

L'Arcivescovo Barrio ha confermato sorridendo la visita del Papa davanti a molti giornalisti, dopo aver informato il presidente della Xunta, il sindaco di Santiago, il delegato del Governo, i Vescovi delle diocesi galiziane, il vicario generale della Diocesi e il capitolo metropolitano.

Il presule ha spiegato che Benedetto XVI ha espresso il desiderio di andare a Santiago “come pellegrino della fede”.

L'annuncio della visita a Santiago de Compostela è avvenuto due giorni dopo l'udienza privata in Vaticano con il Papa del presidente della Xunta della Galizia, Alberto Núñez Feijóo, e dell'Arcivescovo di Santiago.

Nell'incotro di questo lunedì, il presidente della Comunità autonoma ha spiegato al Papa l'importanza per la Galizia e per tutta la Spagna dell'Anno Santo Compostelano, che non si ripeterà fino al 2021, ed ha sottolineato il significato di questo evento per la rivalutazione delle radici cristiane dell'Europa.

Quella di novembre sarà la seconda visita di Benedetto XVI in Spagna, dopo quella realizzata nel 2006 a Valencia per presiedere l'Incontro Mondiale delle Famiglie e prima di quella programmata per l'agosto 2011 a Madrid per presiedere la Giornata Mondiale della Gioventù.

Finora, l'unico pellegrinaggio di un Papa a Santiago de Compostela in un Anno Giubilare è stato quella di Giovanni Paolo II nell'Anno Santo 1982, anche se nel 1989 tornò per presiedere la Giornata Mondiale della Gioventù.

L'ultima visita di un Papa a Barcellona risale al 1982, quando Papa Wojtyła, nel suo primo viaggio in Spagna, celebrò una Messa a Montserrat, visitò la Sagrada Familia e si rivolse a migliaia di persone nel Camp Nou.

La consacrazione da parte del Papa del tempio ideato da Antoni Gaudí avverrà nello stesso anno in cui terminerà la copertura della navata.

Nella navata centrale della Sagrada Familia, Benedetto XVI celebrerà una Messa per circa 10.000 persone.

Il 17 febbraio scorso, il Cardinale Lluís Martínez Sistach ha informato dell'interesse con cui Benedetto XVI aveva accolto il suo invito a presiedere la consacrazione del tempio della Sagrada Familia.

“Il Santo Padre ha accolto l'invito con interesse per quello che è e significa la Sagrada Familia, come chiesa del genio universale dell'architetto Antoni Gaudí, di cui è stata avviata la causa di canonizzazione”, ha dichiarato.

“Anche per l'invocazione alla Sacra Famiglia, vista l'estrema importanza che ha la famiglia per il Santo Padre, considerando che il bene delle persone, della società e della Chiesa è direttamente collegato alla tutela, alla difesa e alla promozione della famiglia”, ha aggiunto.



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Visita del Papa in Portogallo: ci si prepara nell'orizzonte della fede
Nota della Conferenza Episcopale Portoghese sul viaggio papale

LISBONA, mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- “La visita di Papa Benedetto XVI in Portogallo è un avvenimento di grande importanza”, sottolinea la Conferenza Episcopale Portoghese (CEP).

Per questo, “deve essere preparata degnamente, non solo nell'aspetto esteriore e nell'ambiente festoso, ma soprattutto nell'orizzonte della fede, della costruzione dell'unità ecclesiale e di una società più giusta e fraterna”, sottolinea l'organismo episcopale in una Nota Pastorale diffusa questo lunedì.

Citando gli elementi di una preparazione adeguata all'incontro con il Santo Padre, l'episcopato ricorda che c'è “una felice coincidenza” tra il periodo che precede la visita pontificia e il vivere liturgicamente la Quaresima e il Tempo di Pasqua.

In Quaresima, i Vescovi esortano i fedeli a riflettere sul Messaggio di Benedetto XVI per questo periodo, un testo che si concentra sulla questione della giustizia.

“La giustizia sarà possibile nella misura in cui si dà all'uomo ciò di cui ha davvero bisogno: Dio. Ciò avverrà attraverso la testimonianza delle comunità che si sono lasciate convertire dagli appelli di un annuncio fedele del Vangelo”, afferma la CEP.

“Impegnarsi nella giustizia richiede un lavoro interiore per allontanare la 'forza di gravità estranea' che ci spinge sempre all'egocentrismo, all'affermazione personale e all'individualismo. Solo vivendo in una permanente conversione la Chiesa potrà presentarsi con credibilità in un mondo in cui si vogliono imporre il relativismo e l'indifferentismo”.

Secondo la CEP, la Pasqua “può e deve diventare un tempo favorevole per mostrare al mondo un 'volto di gente salva', felice, perché infinitamente amata da Dio”.

“Il dinamismo della Pasqua di Cristo deve incarnarsi in atteggiamenti e gesti di speranza perseverante e di amore creativo”.

Preparare la visita del Papa in Portogallo e accogliere le sue sfide dovrà poi sviluppare nei fedeli alcuni “dinamismi”.

Tra questi, “ravvivare la nostra fede attraverso un incontro più consapevole con la Parola di Dio, dando alle nostra comunità un volto missionario”, e “dinamizzare la nostra speranza, per poter aprire vie di soluzione alle difficoltà e alle crisi che la nostra società attraversa”.

Allo stesso modo, bisogna “rinvigorire la nostra carità, dando più consistenza agli innumerevoli spazi di solidarietà e azione sociale, come risposta ai drammi della società, soprattutto alle nuove forme di povertà”; “rafforzare la nostra unità attraverso un progetto di pastorale comune, accolto da tutte le comunità, con l'intento di poter rispondere ai cambiamenti di civiltà in cui viviamo”.

L'episcopato indica anche alcune azioni concrete da promuovere nell'ambito della preparazione del viaggio pontificio, come “inserire questa visita nelle intenzioni di preghiera personale e comunitaria” e “approfittare delle iniziative di formazione che la Chiesa organizza per affrontare temi collegati al Papa: Chiese particolari e Chiesa universale; missione del Vescovo di Roma e pastore della Chiesa universale; cattolicità e diversità; obbedienza e libertà nella Chiesa; temi fondamentali del magistero di Papa Benedetto XVI, ecc.”.

Chiede inoltre di promuovere e favorire la partecipazione alle celebrazioni eucaristiche presiedute dal Papa a Lisbona, Fatima e Porto.

“Vogliamo fare appello a tutti perché non lascino che questa visita del Santo Padre si esaurisca in un avvenimento passeggero, pur se festoso e con grande partecipazione, ma sia un seme che germogli e dia frutti di rinnovamento spirituale, apostolico e sociale”, afferma la CEP.

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Dal Vaticano nessun sostegno ufficiale alla patata transgenica
La precisazione de "L'Osservatore Romano" dopo il via libera della Commissione europea

ROMA, mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- Dal Vaticano nessun pronunciamento ufficiale a favore della coltivazione in Europa della patata transgenica Amflora. E' quanto si legge nell'edizione del 4 marzo del quotidiano della Santa Sede, “L'Osservatore Romano”.

L'articolo è apparso dopo la decisione della Commissione europea di autorizzare la coltivazione della patata transgenica sviluppata dalla azienda chimica tedesca “BASF”, che contiene solo amilopectina - ed è quindi ricca di amido - e che sarà utilizzata nella produzione di carta e collanti.

“Perplessità e preoccupazioni – riporta il quotidiano vaticano – sono espresse da più parti soprattutto riguardo ai rischi per la salute umana - la patata contiene un gene marker che conferisce resistenza a due antibiotici attivi contro molti batteri - e all'«effetto domino» che il via libera della Commissione potrebbe innescare, con conseguenze negative sull'agricoltura tradizionale e biologica in Europa”.

“Tra le diverse prese di posizione – si legge ancora nell'articolo – alcuni media hanno creduto di leggere anche un ipotetico pronunciamento favorevole da parte del Vaticano. Che non c'è stato. Si è parlato di un esplicito 'sì' all'uso di organismi geneticamente modificati in agricoltura, confondendo ancora una volta commenti e punti di vista di singoli ecclesiastici con dichiarazioni 'ufficiali' attribuibili alla Santa Sede o alla Chiesa”.

“La quale - lo  spiega con chiarezza la Caritas in veritate - non possiede 'soluzioni tecniche da offrire' ma ha 'una missione di verità da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell'uomo, della sua dignità, della sua vocazione'”.

“Missione nella quale rientra, per esempio, la severa denuncia dello scandalo della fame nel mondo, che oggi - scrive ancora Benedetto XVI - 'non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale'”.

“E non è un caso – conclude L'Osservatore Romano - che proprio nel 2009 - anno in cui nei Paesi in via di sviluppo le coltivazioni ogm sono cresciute del 13 per cento (contro una media mondiale del 7) raggiungendo quasi la metà dell'intera superficie del pianeta coltivata con piante transgeniche - gli affamati nel mondo abbiano superato per la prima volta quota un miliardo”.

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Nella pastorale degli zingari, integrazione ma senza omologazione
Il Segretario generale del CCEE a un Incontro in Vaticano sull'argomento

 

di Mirko Testa

ROMA, mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- La Chiesa deve sviluppare una pastorale specifica per gli Zingari, promuovere azioni educative volte ad approfondirne la conoscenza

E' quanto ha detto martedì padre Duarte da Cunha, Segretario generale del Consiglio delle Conferenze Episcopale d’Europa (CCEE), all'Incontro dei Direttori Nazionali della Pastorale degli Zingari in Europa, in corso in Vaticano fino al 4 marzo sul tema "Sollecitudine della Chiesa verso gli Zingari: situazione e prospettive".

All'inizio del suo intervento il Segretario generale del CCEE ha messo in luce i tanti pregiudi e le paure legati agli zingari, nati spesso dall'ignoranza ma alcune volte anche dai loro atteggiamenti e che portano anche a una loro marginalità.

Tuttavia, ha avvertito, “se vivere isolato non è buono, non significa che si debba essere completamente assorbito dalla cultura dominante. In realtà, però, molte misure promosse dai diversi enti pubblici sono di tendenza omologanti”.

“Si pensa al 'diverso' come ad un problema e si preferisce o allontanarli o forzarli ad essere come tutti gli altri“, ha detto.

In questo ambito, la Chiesa cattolica ha “la possibilità di integrare il diverso, con culture e addirittura tradizioni e riti propri, in una stessa unità di amore dove ognuno e ogni comunità mantiene e ravviva la sua identità propria”.

A questo proposito, ha però sottolineato, “se si vuole veramente aiutare ed evangelizzare, si deve amare ed educare all’amore per potere integrare senza assorbire. Soltanto così i Roma si sentiranno allo stesso tempo pienamente inseriti nella società, e riconosciuti e valorizzati per quello che hanno di proprio“.

Istruzione ed educazione

Parlando poi delle questioni più importanti ha affrontato quella dell’educazione: “Senza una certa istruzione e senza l’aiuto di scuole sarà difficile rompere con un certo ciclo di povertà che, però, non significa rompere con lo stile di vita tradizionale“.

A suo avviso, le scuole potrebbero persino “essere un mezzo per approfondire tante cose, come, per esempio, la musica, d’accordo con la specificità della comunità. Infatti in alcuni casi si è visto come la povertà possa essere vinta con una maggiore istruzione senza che per questo vi sia una negazione delle tradizioni“.

Tuttavia, è giusto, nel rispetto del principio di sussidiarietà, difendere “la libertà e la responsabilità dei genitori, che sono anche i più competenti a educare nell'amore. Quindi ogni aiuto educativo, come le scuole, deve essere sempre in conformità con i principi e valori dei genitori e della loro tradizione”.

Per quanto riguarda, invece, l’educazione e la formazione della fede, per il Segretario generale del CCEE, “le parrocchie possono e devono [...] intraprendere azioni speciali per i Roma“.

“Vi sono, comunque, anche alcuni vantaggi per i bambini rom di entrare nei gruppi di catechismo insieme agli altri bambini, perché l’essere insieme, non significa omologare e può aiutare sia gli uni che gli altri ad essere amici e a vincere i detti pregiudizi“, ha osservato.

Una pastorale di amicizia

Padre Duarte da Cunha ha quindi invitato a rifuggire da “una logica di assistenza”, per “promuovere, anche nel campo della pastorale, la collaborazione con gli stessi Roma, specialmente con alcuni dei loro capi“.

“C'è un linguaggio, un modo di fare e una struttura gerarchica che deve essere rispettata se si vuole veramente aiutare senza assorbire“, ha spiegato.

“Sarà anche interessante che ci siano vocazioni consacrate tra gli Zingari, oppure catechisti e leader cristiani di origine rom“, ha continuato. E infatti, “alcuni gruppi religiosi, non necessariamente cattolici, hanno visto la loro influenza tra il popolo Rom crescere proprio perché ci sono pastori rom”.

Di pari importanza anche il fatto di avere “sacerdoti, religiosi o altri operatori pastorali dedicati esclusivamente o almeno con un incarico chiaro nei loro confronti”, dotatati di “gusto ed entusiasmo contagiante” e desiderosi di entrare nella vita concreta del gruppo dei Roma attraverso “una sincera amicizia”.

Questo non significa però lasciare tutto all'improvvisazione e anzi, nel rispetto del percorso di ogni parrocchia, occore che “i pastori ed i consigli pastorali diocesani e parrocchiali siano attenti a tutte quelle persone che sono in transito o che acquisiscono una dimora permanente e sono di una etnia specifica”.

La vita di fede e dei sacramenti

Padre Duarte da Cunha ha quindi evidenziato la “grande sensibilità religiosa” di questi popoli legata spesso “al profondo senso di famiglia e di rapporto con gli antenati”, capace quindi “in un mondo secolarizzato e individualista come il nostro” di portare “una prospettiva di vita in cui Dio non è rimandato ad un cielo distante”.

“A questo proposito – ha aggiunto –, si vede come in tanti paesi, per valorizzare e alimentare la religiosità dei Roma si organizzano pellegrinaggi che sono per loro una esperienza fondamentale e che fortificano sia la dimensione religiosa che la fede propriamente detta. É quindi importante promuovere questi momenti e avere l’appoggio dei santuari“.

Per quanto riguarda gli aspetti legati alla celebrazione liturgica, ha continuato, “la Chiesa dovrebbe essere in grado di inculturarsi, senza fare fantasie liturgiche” e allora “perchè non integrare alcuni aspetti della cultura Rom nelle celebrazioni in cui essi partecipano, come ad esempio l’utilizzo di strumenti musicali?”.

“In alcuni paesi questo si fa già e con grande successo – ha poi concluso –. Questo avrà ancora più ragione di essere per le occasioni speciali nelle quali partecipa tutta la famiglia come per il battesimo dei bambini o i funerali”.

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Accordo Sony-CTV per mostrare il Papa in alta definizione

ROMA, mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- Dall'ottobre prossimo sarà possibile godere le immagini del Papa in alta definizione (hd). A darne notizia in una nota diffusa questo mercoledì dal Centro Televisivo Vaticano è stato padre Federico Lombardi.

Il sacerdote gesuita ha infatti annunciato un accordo siglato recentemente dal CTV, da lui diretto, con la Sony per la fornitura di una nuova regia mobile (Ob-van) completamente attrezzata per le riprese tv in hd.

“Con questo accordo – ha detto a 'L'Osservatore Romano' padre Lombardi - intendiamo consolidare il nostro voler restare al passo con i tempi. L'alta definizione è la nuova frontiera dell'attualità della produzione televisiva”.

“Si va affermando rapidamente e sono sempre più numerosi i canali che trasmettono in hd – ha aggiunto –. Ci è sembrato dunque necessario metterci in condizione di produrre all'altezza degli standard più elevati, per metterci al riparo dal rischio che la diffusione degli eventi connessi all'attività del Papa e della Santa Sede non debba essere, in un futuro molto prossimo, delegata ad altri”.

La nuova regia sarà finanziata con il contributo dei Cavalieri di Colombo.

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"Dispensatori dei misteri di Dio": il tema delle Prediche di Quaresima
Il 5 marzo padre Raniero Cantalamessa terrà la prima riflessione

ROMA, mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- Venerdì 5 marzo, alle ore 9, il predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., terrà nella cappella Redemptoris Mater, alla presenza di Benedetto XVI, la sua prima predica per la Quaresima.

Il tema delle meditazioni di quest'anno è “Dispensatori dei misteri di Dio”: il sacerdote, ministro della Parola e dei sacramenti. Le meditazioni quaresimali proseguono la riflessione sul ministero episcopale e presbiterale iniziata in Avvento.

Alla luce di 1 Corinzi 4, 1 “Ognuno ci consideri come servitori di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” padre Cantalamessa metterà in luce i due compiti essenziali del sacerdote del nuovo Testamento: l'annuncio del Vangelo e l'amministrazione dei sacramenti corrispondenti ai due significati della parola misteri, come verità rivelate e segni efficaci della grazia.

Il predicatore della Casa Pontificia - o predicatore apostolico -, è un incarico specifico per le tradizionali prediche d'Avvento e di Quaresima. Il titolo e l'ufficio risalgono all'epoca di Paolo IV, nel XVI secolo. 

Da più di duecento anni questa funzione è riservata all'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, secondo quanto stabilito da Benedetto XIV nel 1743. Padre Cantalamessa ricopre questo incarico dal 1980.

Come da tradizione, alle prediche quaresimali sono invitati i Cardinali, gli Arcivescovi, i Vescovi, i prelati della Famiglia Pontificia, della Curia Romana e del Vicariato di Roma e i superiori generali o procuratori degli Ordini che fanno parte della Cappella Pontificia. 

Le tre prediche della Quaresima avranno luogo il 5, il 12 e il 26 marzo, mentre venerdì 19, Solennità di san Giuseppe, la predica non avrà luogo.

Per vivere da vicino questi momenti di meditazione, è possibile visitare virtualmente la cappella Redemptoris Mater sul sito http://www.vatican.va/redemptoris_mater/index.htm

Venerdì prossimo ZENIT offrirà integralmente ai suoi lettori il testo della prima predica e una sua sintesi.

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Anno Sacerdotale


Il sacerdote e il mondo digitale: echi del messaggio di Benedetto XVI
Un sacerdote e "blogger" commenta il testo papale sulle Comunicazioni Sociali

di Carmen Elena Villa

LIMA, mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- Padre Manuel Tamayo, sacerdote ed evangelizzatore attraverso il web, ricorda sempre che San Josemaría Escrivá parlava costantemente della necessità della Chiesa e del mondo di giornalisti cattolici.

Il fondatore dell'Opus Dei esortava sempre i giovani cristiani che avevano scoperto un talento per il giornalismo a portare avanti questa carriera per diffondere in tutti i mezzi di comunicazione la dottrina cristiana.

Per questo, il sacerdote peruviano considera che il Messaggio di Papa Benedetto XVI per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2010, pubblicato il 25 gennaio scorso e intitolato “Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola”, è in perfetta sintonia con l'invito che rivolgeva il Santo Escrivá de Balaguer.

“La Chiesa non può rimanere indietro e deve utilizzare questi mezzi per arrivare alla gente. Da ciò deriva la preoccupazione del Santo Padre nell'animare i sacerdoti”, ha detto padre Tamayo in un testo inviato a ZENIT dall'Ufficio Comunicazioni dell'Arcidiocesi di Lima.

Il Pontefice afferma nel suo Messaggio che il sacerdote “viene a trovarsi come all’inizio di una storia nuova”, ed è quindi sempre più chiamato ad occuparsi di questo nuovo aeropago dell'informazione, “moltiplicando il proprio impegno, per porre i media al servizio della Parola”.

Padre Tamayo è sempre stato un appassionato dei mezzi di comunicazione. I doni che riceveva da bambino erano in genere una macchina fotografica o un videoregistratore. “Mi piaceva anche scrivere articoli sul bollettino della mia scuola”, ricorda.

Ha studiato Lettere, Filosofia e Teologia e ha scritto in vari mezzi di comunicazione del suo Paese. Il sacerdote ricorda che quando Giovanni Paolo II ha visitato il Perù “abbiamo fatto vari programmi televisivi preparando la sua visita, e poi sono stato impegnato per qualche anno con un programma dal titolo 'Consiglio spirituale'”.

La Parola in rete

Padre Tamayo spiega perché ha visto la necessità di evangelizzare nel mondo digitale: “Mi preoccupa molto la mancanza di formazione cristiana che c'è nella maggior parte delle reti sociali e constatare che la società diventa sempre più pagana e materialista”.

“Qualche giorno fa consultavo delle statistiche che affermavano che un adolescente parla con suo padre una media di un'ora al mese, mentre sta davanti al computer 3-4 ore al giorno. Negli ultimi anni, in questo XXI secolo ho verificato una decadenza dei programmi e dei valori, e vedo la necessità di un recupero urgente”, ha commentato.

Per questo, da tre anni ha due blog: uno con temi educativi, un altro in cui commenta film con valori.

Gli piace anche evangelizzare attraverso Facebook, dove ha diffuso i suoi blog e ha potuto conoscere di più le abitudini dei giovani e i loro temi di conversazione.

“Si nota una certa povertà di argomenti e un disinteresse quasi globale per i temi trascendenti, ma stando lì – tra loro – ho l'opportunità di essere ascoltato e letto, anche se qualche volta sono stato etichettato e ho subito qualche scherzo un po' irriverente”.

Amante del cinema, il sacerdote organizza spesso cineforum educativi. “Non è un'attività per vedere film, ma per conversare su temi rilevanti e di attualità. Sono convinto che il cinema sia un mezzo importante per l'educazione e la formazione delle persone, e raccomando alle scuole di non trascurare questa attività nei loro programmi”.

Padre Manuel avverte tuttavia dei rischi che può avere un uso inadeguato dei nuovi media, sottolineando che “bisogna fare attenzione a non perdere tempo davanti al computer”. Per evitare questo, il sacerdote segnala una chiave: la disciplina: “Elaboro mentalmente gli articoli dei blog in vari momenti della giornata”, ha detto. “So già quello che scriverò e annoto le idee in un quaderno”.

“Gli articoli che elaboro mi aiutano molto per le mie omelie sacerdotali e per consigliare la gente”, testimonia. “Cerco di far sì che tutto sia unito. Quando scrivo prego, e nel momento della preghiera chiedo che gli scritti possano arrivare a molte persone”.

Padre Tamayo è soddisfatto dei frutti del suo lavoro: “Sono molto contento quando una persona mi dice che qualcuno si è convertito o che una persona ha trovato un po' più di chiarezza per risolvere un problema”, dice. Per questo, raccomanda sempre ai sacerdoti di “farsi spazio nel mondo delle comunicazioni con una merce sana e pulita che è la dottrina cristiana”.

Padre Manuel Tamayo può essere seguito sul blog www.adeamus.blogspot.com.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]

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Notizie dal mondo


Egitto: un centro per disabili, luogo di rinascita e di ecumenismo
Accoglie handicappati mentali, finora emarginati dalla società
ROMA, mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- Grazie all'aiuto dell'associazione caritativa internazionale cattolica Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), i disabili mentali dell'Egitto stanno uscendo dall'isolamento e dall'emarginazione a cui li aveva condannati la società.

L'associazione ha già donato più di 15.000 euro e ha promesso altri aiuti per la realizzazione di un edificio che permetterà alla Comunità di Al-Fulk di Minia di trasferirsi dal deserto in città, aspetto fondamentale per l'integrazione delle persone assistite.

"Non possiamo integrare le persone nella società se viviamo nel deserto", ha sottolineato Magdi Asham Henein, di Al-Fulk. "Con l'aiuto di ACS abbiamo comprato la terra per costruire un nuovo edificio della comunità".

Uscire dall'isolamento

Come ha spiegato Henein, la comunità di Al-Fulk è nata per la grande necessità di sostegno che hanno le persone con handicap mentali in Egitto.

"Dieci anni fa la gente veniva rifiutata dalla società. Nessuno capiva la natura degli handicap mentali, erano visti come una punizione di Dio".

Anche le famiglie delle persone affette da questi disturbi le rifiutavano e le cacciavano. "Le persone con handicap mentali soffrivano molto. Molte vivevano per strada, e i passanti si prendevano gioco di loro. Erano completamente emarginate".

In questo contesto, un membro di Faith and Light, un'associazione internazionale che sostiene le persone con difficoltà di apprendimento, è andato a vivere con la comunità dell'Arca a Guise, in Francia, e al suo ritorno ha istituito Al-Fulk. Era il 2002.

La comunità di Minia ha un laboratorio in cui le persone con handicap mentali realizzano delle candele e alla fine della settimana ricevono un salario per il loro lavoro.

Al-Fulk è affiliata all'Arca internazionale, ma è sotto la cura della Diocesi copta cattolica di Minia.

Il nome Al-Fulk significa proprio "l'arca". "Indica la nave, la nave di Noè, per cui è l'arca", ha osservato Henein.

Resurrezione personale e comunitaria

Il fondatore dell'Arca, Jean Vanier, ha parlato di comunità come luogo di resurrezione, e Henein ha confessato che è stato anche il caso dell'Egitto.

"I cambiamenti nella loro vista sono un segno di resurrezione, erano del tutto emarginati ma ora sono cambiati, è avvenuta una resurrezione per loro e per le loro famiglie".

"La società ha cambiato atteggiamento, per cui c'è una resurrezione sia per la persona che per la comunità in generale", ha aggiunto.

Secondo Henein, la nuova struttura "creerà una sorta di vita sociale per i residenti con disabilità mentali - amano comprare nei negozi e far visita alla gente".

Attualmente nella casa ci sono sette persone, e altre otto vanno a realizzare candele nel laboratorio. "Speriamo di arrivare a 10 in casa e 20 nel laboratorio", ha riconosciuto Henein.

Valore ecumenico

La comunità è anche un segno dell'unità, perché cattolici e ortodossi vivono nella stessa casa e sperano che nel futuro vengano coinvolti anche i musulmani.

"I musulmani sono la maggioranza, ma il nostro lavoro non è molto conosciuto e gli islamici possono essere sospettosi nei suoi riguardi", ha constatato Henein.

"Nel futuro, però, Al-Fulk potrebbe essere un ponte per unire cristiani e musulmani - come altre attività sociali della Chiesa cercano di fare", ha concluso.

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La Chiesa in Uganda e la sua opera sociale e missionaria
I Vescovi del Paese a Roma in visita "ad limina"
di Carmen Elena Villa

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- In Uganda il cattolicesimo è in crescita. I cristiani rappresentano il 77,4 % della popolazione totale, e quasi la metà di questi è costituita da cattolici.

I Vescovi del Paese sono in visita ad limina apostolorum a Roma per presentare a Papa Benedetto XVI e ai vari dicasteri i progetti pastorali che si sviluppano nelle Diocesi.

A che cosa si deve la crescita del cattolicesimo in questa Nazione del sud dell'Africa? Secondo padre John Baptist Kauta, segretario della Conferenza Episcopale, il fenomeno avviene grazie "all'attività e alla strategia che hanno scelto i primi missionari giunti nel Paese".

Padre Kauta ha spiegato alla "Radio Vaticana" che nel processo di evangelizzazione della Nazione, iniziato alla fine del XIX secolo, i missionari, "mentre annunciavano la Parola, insegnavano a leggere, scrivere e far di conto. La gente associava così il cristianesimo alla promozione dell'istruzione, che era vista come un'opportunità di sviluppo".

Chiesa mediatrice

L'Uganda vive dal 1986 una drammatica guerra civile con epicentro nella regione dell'Acholiland, nel nord del Paese. Il conflitto nasce dall'opposizione al Governo da parte del gruppo chiamato Lord's Resistance Army (Esercito di Resistenza del Signore, LRA), una coalizione rivoluzionaria che si autodefinisce "di ispirazione cristiana".

Il conflitto ha provocato circa 300.000 morti e un milione di sfollati.

In questo contesto, la Chiesa ha avuto un ruolo di pacificazione. I Vescovi hanno scritto una lettera pastorale dal titolo "La preoccupazione per la pace, l'unità e l'armonia in Uganda" per chiedere ai ribelli e al Governo la fine della guerra.

Nel 2007 l'Uganda Joint Christian Council (UJCC), un'organizzazione ecumenica istituita nel 2000 che riunisce la Chiesa cattolica, quella ortodossa e quella anglicana, ha pubblicato il documento "Un contesto per il dialogo sulla riconciliazione e la pace nel nord dell'Uganda".

Nella città di Lira sono state realizzate anche tre riunioni consultive, alle quali hanno partecipato alcuni parlamentari, funzionari, capi religiosi e membri di altri partiti.

Si è svolta inoltre una conferenza sul tema della riconciliazione, della giustizia e della pace sostenibile nel Paese, organizzata da varie confessioni religiose e in cui i presenti hanno potuto scambiare informazioni e presentare nuove strategie per la costruzione della pace.

Dialogo interreligioso

La Chiesa cerca anche di mantenere buoni rapporti con i credo tradizionali attraverso una commissione per il dialogo interreligioso, e di promuovere l'inculturazione del cristianesimo in Uganda.

Quanto ad aspetti come la poligamia, la stregoneria e i sacrifici umani, padre Kauta ha indicato che "la Chiesa è consapevole del fatto che, anche se il nostro popolo è cristiano, restano ancora alcune eredità incompatibili con i valori cristiani della fede".

Circa il dialogo con le culture aborigene del Paese, ha affermato che è necessario che gli agenti pastorali lavorino "di modo che le nostre liturgie siano apprezzate dal nostro popolo".

Omofobia vs carità

Nel dicembre scorso è stato reso pubblico nel Paese il disegno di legge che mira ad applicare la pena di morte agli omosessuali.

La Chiesa, pur non sostenendo la pratica omosessuale, guarda alla questione con grande preoccupazione e afferma che il provvedimento "è in contrasto con l'approccio cristiano al problema", dice padre Kauta.

Il modo adeguato di affrontare l'omosessualità, osserva, è "cercare di aiutare quelle persone che hanno bisogno di conversione, sostegno e speranza".

Questa pena colpisce anche la missione di alcuni agenti pastorali, visto che "mette a rischio il segreto della deontologia professionale di persone come sacerdoti, consulenti, maestri, medici e dirigenti che offrono sostegno e consiglio per la riabilitazione degli omosessuali".

Educazione e mezzi di comunicazione

In Uganda la Chiesa gestisce anche diversi istituti di istruzione. Tra questi c'è la UMU, l'Università dei Martiri Ugandesi, fondata nel 1994, un anno dopo la visita di Giovanni Paolo II nel Paese.

Dieci anni fa è stata poi fondata "Mewa", la prima radio cattolica locale in FM, e un anno dopo è iniziato il funzionamento di "Radio Sapientia", che trasmette in inglese e luganda, una delle lingue ufficiali dell'Uganda.

Padre Kauta vede così con speranza il futuro della Chiesa e sottolinea l'attività dei missionari: "un amore vissuto in prima persona attira l'attenzione e la risposta della gente", ha dichiarato, riconoscendo che "non possiamo dimenticare il potere dello Spirito Santo e l'azione di Dio nella conversione del nostro popolo".

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]



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La Fondazione Cardinal Poupard premia il Patriarca Bartolomeo I
Per la sua difesa del creato

di Anita S. Bourdin

CREMA, mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- Il Patriarca Bartolomeo I è il primo vincitore del “Premio Cardinal Poupard”, che la “Fondazione Cardinal Poupard” consegna questo mercoledì a Monaco, per la sua azione e i suoi insegnamenti per la salvaguardia del creato.

Il premio vuole far conoscere meglio “l'azione esemplare” del Patriarca ecumenico di Costantinopoli nell'ambito della preservazione dell'ambiente, con la particolarità di una visione evangelica del creato.

Per il Patriarca, “salvare il pianeta” presuppone un “rinnovamento culturale” e l'espressione di una “nuova solidarietà tra il Creatore, le creature e il creato”.

Da 15 anni il Patriarca organizza, nei cinque continenti, simposi multidisciplinari sul tema “Religione, scienza e ambiente”.

In occasione di uno di questi, il 10 giugno 2002, ha firmato a Venezia una dichiarazione congiunta con Giovanni Paolo II, in linea diretta con il Vaticano.

Il “Premio Cardinal Poupard” ricompensa Bartolomeo I per il suo impegno a favore del creato nel momento in cui Benedetto XVI ha voluto dedicare il suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2010 proprio alla preservazione del creato.

Il Cardinal Poupard, presidente emerito dei Pontifici Consigli della Cultura e per il Dialogo Interreligioso, ha deciso, insieme a un gruppo di amici, di fondare a Crema una Fondazione per portare avanti la sua opera e il suo insegnamento.

Il porporato francese ha spiegato a ZENIT che la Fondazione che porta il suo nome ha la vocazione di favorire il dialogo tra culture e religioni, soprattutto attraverso la creazione di vincoli tra università di vari Paesi, favorendo l'educazione dei bambini e dei giovani.

“Gli scontri si verificano perché non si conosce l'altro”, ha sottolineato.

“Noi affrontiamo attualmente una situazione nuova, e dobbiamo trovare mezzi di avvicinamento per conoscerci reciprocamente perché gli altri si riconoscano nell'immagine che mi sono fatto di loro e io mi riconosca nell'idea che hanno loro di me”, ha precisato.

Secondo il Cardinale, esistono due pericoli: da un lato quello di “chiudersi in se stessi, l'isolamento, o anche la violenza”, dall'altro “lo scetticismo”.

In questo contesto, ha invitato a chiedersi: “Come si potrebbe dialogare se non ci sono dei dati invariabili, dei valori fondamentali comuni: l'essere umano, come direbbe Paolo VI, tutto l'uomo e tutti gli uomini, e il rispetto della persona umana?”.

Il porporato ha anche segnalato che la chiave per trasmettere questo elemento invariabile è nell'istruzione: “non c'è cultura senza memoria, e la memoria si trasmette attraverso l'istruzione”.

Per favorire il dialogo, la Fondazione Poupard contribuisce alla creazione di un forum su “Religione e spazio pubblico” al Senato francese, così come alla traduzione del suo “Dizionario delle Religioni” (PUF) in arabo.

I progetti della Fondazione “sono molti”, ha rilevato il Cardinal Poupard, citando ad esempio le relazioni stabilite con l'Università San Tikhon, già auspicate dal Patriarca Alessio II di Mosca, un erudito ortodosso russo che ha continuato i suoi studi anche all'Università cattolica di Parigi.

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Italia


Messori, essere cattolici oggi
Il giornalista si racconta al pubblico romano

di Mariaelena Finessi

ROMA, mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- Credente e al tempo stesso non conformista, lo scrittore e giornalista cattolico Vittorio Messori ha sposato il vangelo perché, semplicemente, era inevitabile. A spiegarlo è stato lui stesso in occasione, il 26 febbraio scorso, di uno dei cosiddetti “Venerdì di Propaganda”, serie di incontri tematici con noti autori, organizzati a Roma dalla Libreria Editrice Vaticana.

Presentando la nuova edizione dell’opera Cose della vita, ultimo dei quattro volumi proposti dalla casa editrice Sugarco - assieme a Pensare la storia; La sfida della fede ed Emporio Cattolico -, Messori ha raccontato le ragioni del suo credere, nonostante tutto il peso che la ragione ha avuto nella sua formazione.

Nato a Sassuolo, e laureatosi a Torino con Alessandro Galante Garrone («che non mi ha perdonato di essere diventato cattolico»), pupillo di Norberto Bobbio («il papa del laicismo puro»), dopo la scoperta della fede negli anni universitari, Messori ha dedicato l'attività letteraria alla ricerca della verità del Vangelo. Più di un milione di copie vendute in Italia, il primo dei suoi libri, Ipotesi su Gesù, è stato tradotto in decine di lingue ed è tuttora ristampato.

Molti altri best seller internazionali seguono nel tempo. Basti ricordare il libro intervista con i due ultimi pontefici: Rapporto sulla fede con l’allora Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, Joseph Ratzinger, e Varcare la soglia della speranza con Giovanni Paolo II.

Opere a cui si aggiungono appunto i volumi riediti dalla Sugarco, che raccolgono quanto Vittorio Messori ha pubblicato tra il 1987 e il 1992 in “Vivaio”, rubrica ospitata da Avvenire e per il cui titolo il giornalista si è ispirato a Giovanni Papini che, prima di morire, contava di riunire in un libro gli spunti che non avrebbe più potuto sviluppare per il venir meno delle energie e del tempo. Nella rubrica, Messori esamina l'attualità per inquadrarla in una prospettiva di fede che possa spiegarla: «Giudico le idee di tutti – è solito dire -. Non giudico la vita di alcuno».

Un periodo, quello legato a “Vivaio”, «che mia moglie – racconta il giornalista - ricorda come un incubo perché le lettere erano di carta e ne arrivavano talmente tante che una volta il postino minacciò di dimettersi o di stare in sciopero perché non voleva dover portare due borse piuttosto che una soltanto. L'impegno, anche grazie a lei, fu comunque quello di rispondere a tutti e quando la rubrica venne sospesa ricevetti mille lettere di lettori disperati».

Un successo editoriale dovuto alla capacità di Messori di intercettare i dubbi e le domande di tanti cattolici e di altrettanti atei. D'altronde, «l'ateo è un credente – spiega -, si scalda e si dà da fare per dimostrare che Dio non esiste». Di più, «l'ateo è sempre a rischio di conversione» mentre lui, agnostico, non aveva nulla “contro” la religione: «Era una subcultura di cui, semplicemente, non mi occupavo».

Di formazione anticlericale, «alla maniera emiliana», la prima persona cui Messori nel 1976 deve dare conto di questa “folgorazione” è la madre: «L'è roba da pret», spiega la donna alle amiche, non senza «vergogna». In tanti prendono a stupirsi del Messori religioso, eppure dov'è l'utilità per lo scrittore? «Non mi conveniva fare il cattolico. Si trattava di cominciare daccapo. Si trattava di una vera violenza a cui cercai di resistere ma, si sa, l'uomo propone e Dio dispone. Così mi arresi all'evidenza».

Messori, talmente a digiuno di cose sacre che «per cercare la parrocchia – spiega - in cui ricadeva la mia casa, ricorsi alle pagine gialle». Da allora ne ha fatta di strada fino a diventare scomodo, politicamente scorretto. Un episodio per tutti: «A metà degli anni '70 uscire con un libro come il mio significava al massimo finire nel bancone secondario delle Paoline. Nel bancone primario stavano invece il manuale del buon sindacalista e il Gesù rivoluzionario», quello che i preti proponevano alle persone «che chiedevano invece il pane».

Nessuno si interrogava sulle origini della fede. Piuttosto, il dibattito ruotava intorno alle sue conseguenze e quindi, ad esempio, ci si chiedeva come affrontare i problemi economici alla luce del vangelo. Da apologeta, Messori intese invece spiegare i motivi del credere. «L'apologetica è un dono di Dio, come la ragione, che non deve essere rinnegata. In fondo, l'ultimo passo della ragione sta proprio nel capire che molte cose la superano».

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Premio Madre Teresa di Calcutta al film "Bella"

di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- A nome di tutti i movimenti per la vita d’Europa, ed in primis in rappresentanza del Movimento per la Vita italiano (MpV), Carlo Casini, Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento Europeo, ha consegnato lunedì primo marzo a Roma il premio Madre Teresa di Calcutta a Eduardo Veràstegui, protagonista e co-produttore del film “Bella”.

Il presidente del MpV ha spiegato che in Europa esiste il premio Sacharov, che però tiene in poco conto le persone che si battono in difesa della vita e della famiglia. Per questo motivo i Movimenti per la Vita hanno deciso di istituire il Premio Madre Teresa di Calcutta per premiare quanti si battono per il diritto alla vita e il sostegno alla famiglia naturale.

Quest’anno la scelta è caduta sul film “Bella”, una avvincente, delicata e appassionata storia d'amore i cui diversi protagonisti superano le loro difficoltà grazie alla nascita di una bambina.

Un film che è una piacevole sorpresa perchè girato in tre settimane con un budget di appena tre milioni di dollari, e che ha conquistato a sorpresa il prestigioso “People’s Choice Award” del Festival di Toronto, vincendo contro The Departed di Martin Scorsese e The Queen di Stephen Frears.

“Bella” è stato campione di incassi negli Stati Uniti; ha vinto anche il primo premio al Fiuggi Family Festival e il premio latino “Smithsonian Latino Center”.

Il Cardinale Justin Rigali, Arcivescovo di Filadelfia e Presidente del Comitato per la difesa della vita della Conferenza episcopale statunitense, ha scritto ai Vescovi americani incoraggiandoli a ospitare proiezioni di “Bella” e a diffonderne il messaggio.

Una voce laica, invece, come quella di Wendy Wright, leader di Concerned Women for America ha commentato “La maggior parte dei film seguono trame prevedibili “Bella”, come la vita reale, ti sorprende con un racconto sottile ma profondo, di eccezionale grazia”.

Presente alla consegna del premio anche Pierferdinando Casini, già Presidente della Camera dei deputati, il quale ha osservato che “il film è da divulgare perchè nessuna persona intelligente può essere infastidita dal suo messaggio non ideologico e toccante”.

Pierferdinando Casini ha quindi fatto riferimento alla legge 194 che in Italia regola l’interruzione volontaria di gravidanza ribadendo che “il valore della vita e della maternità è un minimo comun denominatore che unifica tutti” per questo motivo “bisogna aiutare le donne che si ritrovano sole ed in difficoltà durante la gravidanza”.

Il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, ha osservato che nel film “Bella” viene esaltata la relazione fraterna tra le persone e l’armonia della famiglia.

“Nella solitudine c’è la morte – ha osservato il direttore di Avvenire – e nella relazione tra le persone esplode la vita”.

Il direttore della Lux Vidae che ha acquisito i diritti del Film “Bella” in Italia, curandone anche il doppiaggio, ha assicurato che il film verrà trasmesso dalla RAI in autunno ed ha fatto notare come il pubblico televisivo, soprattutto quello giovanile, sembri stufo di prodotti volgari e vuoti, perchè le proiezioni di film come quello su Sant’Agostino hanno battuto in audience tutti gli altri programmi della serata.

Nonostante gli enormi successi, anche nelle edizioni in “home video” in spagnolo ed in inglese, secondo Carlo Casini in Italia è in atto una vera e propria censura che ne limita la diffusione al grande pubblico.

Attualmente il film è distribuito da Microcinema che lo ha distribuito nella programmazione delle sale digitali di comunità e in quelle dell’Associazione cattolica esercenti cinema (Acec).

Eduardo Veràstegui che insieme al regista e al produttore del film, ha fondato la casa cinematografica “Metanoia” che vuol dire “conversione”, ha ringraziato tutti, raccontando di come questo film abbia cambiato la sua vita e quella di tantissime altre persone.

Sono infatti almeno trecento i bambini e le bambine che dovevavno essere abortiti e che sono nati perchè le madri hanno avuto occasione di vedere il film “Bella”.

Eduardo ha fatto riferimento anche al dibattito in Messico, sua paese natale, dove in oltre 18 Stati è stato riconosciuto nella Costituzione il diritto alla vita fin dal concepimento.

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Vademecum della CEI per la pastorale verso gli ortodossi

ROMA, mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- A fronte del crescente fenomeno migratorio in Italia, la Conferenza episcopale del paese ha pubblicato questo martedì sul suo sito web (www.chiesacattolica.it) un vademecum “per la pastorale delle parrocchie cattoliche verso gli orientali non cattolici”, ovvero verso gli ortodossi.

Il documento, destinato prevalentemente ai parroci, agli operatori pastorali e ai responsabili delle istituzioni educative cattoliche, raccoglie e organizza tutta la disciplina vigente nella Chiesa cattolica sui “corretti rapporti” con i fedeli appartenenti alle diverse Chiese ortodosse, soprattutto per quanto riguarda l'amministrazione dei sacramenti (battesimo, confermazione, eucaristia, penitenza, unzione degli infermi), i matrimoni misti e l'ammissione dei fedeli alla piena comunione nella Chiesa cattolica.

In particolare, la prima parte del vademecum presenta, in modo sintetico, alcuni elementi dottrinali utili per comprendere il profilo delle Chiese orientali non cattoliche in Italia, mentre la seconda parte intende offrire alcune indicazioni relative alla condivisione del culto liturgico sacramentale.

I Vescovi hanno ritenuto necessario mettere a punto questo strumento anche alla luce dei dati sull’immigrazione del 2009, secondo cui i cittadini stranieri regolarmente presenti in Italia ammonterebbero a circa quattro milioni e mezzo (la metà circa di questi sono cristiani, mentre i fedeli ortodossi, secondo le stime del 2008, sono circa un milione centotrentamila).

“Questa nuova realtà – è scritto nell'introduzione – cambia anche i termini dei rapporti ecumenici nel nostro Paese”. “Infatti, il numero dei fedeli è tale da rendere impossibile alle comunità orientali, che pure vanno progressivamente strutturandosi, di fare fronte compiutamente alle loro esigenze spirituali e pastorali”.

“È dunque urgente considerare le conseguenze pastorali e giuridiche della presenza dei fedeli orientali non cattolici all’interno delle comunità cattoliche – si aggiunge –, a motivo dei contatti che si instaurano, per rispondere in maniera corretta alle richieste che essi presentano”.

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Forum


Sono maturi i tempi per un quinto dogma mariano?
Un forum vaticano ospiterà una discussione sul tema nella festa dell'Annunciazione

di Robert Moynihan*

WASHINGTON, D.C., mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- Da quando il Venerdì Santo Gesù, parlando dalla croce sulla quale stava per morire, disse all'apostolo Giovanni “Ecco tua madre”, il ruolo materno di Maria è stato un elemento fondamentale della fede e della devozione cristiane.

Le rappresentazioni del dolore di Maria in opere d'arte come la Pietà di Michelangelo hanno suggerito una profonda verità emozionale: quando un credente si confronta con un grande dolore o una sofferenza intensa può rivolgersi a Maria, nostra madre spirituale, per ricevere consolazione, perché lei ha sperimentato questa grande sofferenza.

Le grandi apparizioni mariane, soprattutto a Lourdes nel 1858 e a Fatima nel 1917, suggeriscono agli attenti osservatori della vita mistica che Maria continua a rimanere accanto ai “piccoli”, ai bambini, a incoraggiarli e a condividere con loro un messaggio di conforto ed esortazione materna.

Nel corso dei secoli, la riflessione teologica della Chiesa è arrivata a dare titoli speciali e particolari a Maria, per spiegare meglio chi è e perché merita la nostra devozione filiale.

Finora la Chiesa ha proclamato quattro dogmi sulla Madre di Gesù: (1) il suo ruolo materno nella nascita di cristo, il Figlio di Dio, che la rende davvero Madre di Dio (“Theotokos”, Concilio di Efeso, 431); (2) la sua Perpetua Verginità (Concilio Lateranense I, 649); (3) la sua Immacolata Concezione (Pio IX, proclamazione “ex cathedra”, 1854); (4) la sua Assunzione in cielo (Pio XII, proclamazione “ex cathedra”, 1950).

Da ormai quasi un secolo, c'è un movimento piccolo ma in crescita all'interno della Chiesa che sostiene la proclamazione di un quinto dogma mariano sul ruolo della Beata Vergine come Madre Spirituale di Tutta l'Umanità.

Il 25 marzo, il Forum vaticano della rivista “Inside the Vatican” e il St. Thomas More College, in un incontro vicino a Piazza San Pietro, inviteranno un gruppo internazionale di Vescovi e teologi per discutere sull'ipotesi che sia il momento giusto per pronunciare una quinta definizione solenne o “dogma” sulla Vergine Maria.

Un secolo di storia

Il movimento che chiede un quinto dogma mariano sul ruolo della Vergine Maria nella nostra salvezza ha ormai 90 anni. Il leader ecumenico cattolico belga Cardinale Désiré-Joseph Mercier l'ha avviato negli anni Venti del XX secolo, con il sostegno di padre Massimiliano Kolbe.

Da allora, più di 800 Cardinali e Vescovi hanno chiesto a vari Papi una definizione infallibile sullo speciale ruolo materno di Maria nella salvezza dell'umanità. Oltre a questo, i promotori di questa devozione hanno raccolto più di 7 milioni di richieste da parte di fedeli di tutto il mondo.

I Papi che hanno promulgato i due dogmi mariani moderni, il Beato Pio IX (1846-1878) e Pio XII (1939-1958), hanno riconosciuto in modo positivo il ruolo che hanno giocato le richieste dei membri della gerarchia ecclesiastica e dei laici nei loro pronunciamenti su Maria.

Nel 2009, Cardinali e Vescovi di ogni continente hanno chiesto a Benedetto XVI di prendere in considerazione la promulgazione del dogma sulla maternità spirituale di Maria nei suoi tre aspetti essenziali di coredentrice, mediatrice di tutte le grazie e avvocata. Si è giunti a ciò dopo che cinque Cardinali hanno scritto ai Vescovi di tutto il mondo pregando di richiedere al Santo Padre un quinto dogma mariano.

I cinque porporati sono il Cardinale Telesphore Toppo, Arcivescovo di Ranchi (India); il Cardinale Luis Aponte Martínez, Arcivescovo emerito di San Juan (Porto Rico); il Cardinale Varkey Vithayathil, Arcivescovo di Ernakulam-Angamaly (India); il Cardinale Ricardo Vidal, Arcivescovo di Cebu (Filippine); il Cardinale Ernesto Corripio y Ahumada, Arcivescovo emerito di Città del Messico.

Alcuni Vescovi, soprattutto in Occidente, considerano una definizione mariana potenzialmente controproducente per l'ecumenismo. Due dei cinque Cardinali che nel 2009 hanno scritto ai Vescovi del mondo, Telesphore Toppo e Varkey Vithayathil, hanno risposto pubblicamente a questa obiezione dichiarando che proclamare tutta la verità sulla Madre di Gesù non farà altro che favorire l'unità cristiana basata su un'unità di verità e fede, unita alla rinnovata intercessione di Maria, Madre dell'unità, come risultato di una proclamazione papale del suo ruolo come madre spirituale universale.

Giovanni Paolo II ha usato il titolo di coredentrice almeno in sei occasioni durante il suo pontificato.

Benedetto XVI, senza usare questo titolo, ha ripetutamente sottolineato la dottrina della coredenzione mariana o “co-sofferenza” con Gesù, in particolare nei Messaggi per la Giornata Mondiale del Malato e nella sua preghiera del 2008 a Nostra Signora di Sheshan per le popolazioni sofferenti della Cina.

Inizi

Riflettendo sugli inizi di questo movimento per un altro dogma mariano, vale la pena di sottolineare che il Cardinal Mercier (1851-1926), Arcivescovo di Malines (Belgio) dal 1906 alla morte, è stato un leader ecclesiastico fondamentale della sua epoca. Oltre all'eroica leadership che ha dimostrato durante la I Guerra Mondiale, ha ospitato il famoso dialogo cattolico-anglicano noto come Conversazioni di Malines e ha ottenuto l'istituzione della festa liturgica della Beata Vergine Maria, Mediatrice di Tutte le Grazie, con la sua Messa e il suo Ufficio. Il suo mentore spirituale è stato il beato monsignor Columba Marmion.

L'esercizio spirituale quotidiano che il Cardinal Mercier raccomandava è valido ancora oggi.

Il porporato scriveva: “Vi rivelerò il segreto della santità e della felicità. Ogni giorno per cinque minuti controllate la vostra immaginazione, chiudete gli occhi alle cose sensibili e le orecchie a tutti i rumori del mondo, per entrare in voi stessi. Nella santità della vostra anima battezzata (che è il tempio dello Spirito Santo), parlate allo Spirito Divino, dicendoGli: 'O Spirito Divino, amore della mia anima, Ti adoro. Illuminami, guidami, rafforzami, consolami. Dimmi cosa devo fare. Dammi i tuoi ordini. Ti prometto di sottomettermi a tutto ciò che Tu desideri da me e di accettare tutto quello che Tu permetti che mi accada. Fammi solo conoscere la Tua Volontà'”.

“Se fate questo, la vostra vita scorrerà felicemente, serena e piena di consolazione, anche tra le prove. Nelle difficoltà vi verrà effusa la Grazia, dandovi forza per sopportarle, e arriverete alla Porta del Paradiso pieni di meriti. Questa sottomissione allo Spirito Santo è il segreto della santità”.

E' stata questa sottomissione allo Spirito Santo, ovviamente, il tratto caratteristico della vita di Maria, soprattutto al momento dell'Annunciazione (25 marzo), quando disse “Si compia in me la Tua parola”.

Dialogo

Tra i partecipanti all'incontro del 25 marzo ci saranno l'Arcivescovo Ramon Arguelles di Lipa (Filippine), presidente della Società Mariana-Mariologica delle Filippine, e il sacerdote carmelitano Enrique Llamas, presidente della Società Mariologica di Spagna. Sarà presente anche la dottoressa Judith Gentle, teologa anglicana, autrice e membro della Società Mariologica Nostra Signora di Walsingham del Regno Unito.

La sessione del mattino sarà rappresentata da brevi presentazioni degli oratori, che discuteranno sull'appropriatezza di un quinto dogma mariano in questo momento, mentre la sessione pomeridiana sarà costituita da un dialogo tra gli oratori, la stampa e il pubblico su questo tema.

La Pontificia Accademia Mariana è stata invitata a partecipare al dialogo, ma in seguito “Inside the Vatican” ha notificato che i membri dell'Accademia non parteciperanno. L'evento, che sarà a ingresso gratuito e aperto al pubblico, inizierà alle 10.00 a Borgo Pio, 141.


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* Robert Moynihan è fondatore e direttore della rivista mensile
Inside the Vatican. E' autore del libro “Let God’s Light Shine Forth: the Spiritual Vision of Pope Benedict XVI” (2005, Doubleday). Tiene un blog su www.insidethevatican.com e può essere contattato all'indirizzo editor@insidethevatican.com.

[Traduzione dall'inglese di Roberta Sciamplicotti]

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Udienza del mercoledì


Benedetto XVI parla di San Bonaventura da Bagnoregio
Catechesi all'Udienza generale del mercoledì

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 3 marzo 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale nell'aula Paolo VI, dove ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nel discorso in lingua italiana, il Papa, riprendendo il ciclo di catechesi sulla cultura cristiana nel Medioevo, si è soffermato sulla figura di San Bonaventura da Bagnoregio.




* * *

Cari fratelli e sorelle,

quest’oggi vorrei parlare di san Bonaventura da Bagnoregio. Vi confido che, nel proporvi questo argomento, avverto una certa nostalgia, perché ripenso alle ricerche che, da giovane studioso, ho condotto proprio su questo autore, a me particolarmente caro. La sua conoscenza ha inciso non poco nella mia formazione. Con molta gioia qualche mese fa mi sono recato in pellegrinaggio al suo luogo natio, Bagnoregio, una cittadina italiana, nel Lazio, che ne custodisce con venerazione la memoria.

Nato probabilmente nel 1217 e morto nel 1274, egli visse nel XIII secolo, un’epoca in cui la fede cristiana, penetrata profondamente nella cultura e nella società dell’Europa, ispirò imperiture opere nel campo della letteratura, delle arti visive, della filosofia e della teologia. Tra le grandi figure cristiane che contribuirono alla composizione di questa armonia tra fede e cultura si staglia appunto Bonaventura, uomo di azione e di contemplazione, di profonda pietà e di prudenza nel governo.

Si chiamava Giovanni da Fidanza. Un episodio che accadde quando era ancora ragazzo segnò profondamente la sua vita, come egli stesso racconta. Era stato colpito da una grave malattia e neppure suo padre, che era medico, sperava ormai di salvarlo dalla morte. Sua madre, allora, ricorse all’intercessione di san Francesco d’Assisi, da poco canonizzato. E Giovanni guarì. La figura del Poverello di Assisi gli divenne ancora più familiare qualche anno dopo, quando si trovava a Parigi, dove si era recato per i suoi studi. Aveva ottenuto il diploma di Maestro d’Arti, che potremmo paragonare a quello di un prestigioso Liceo dei nostri tempi. A quel punto, come tanti giovani del passato e anche di oggi, Giovanni si pose una domanda cruciale: "Che cosa devo fare della mia vita?". Affascinato dalla testimonianza di fervore e radicalità evangelica dei Frati Minori, che erano giunti a Parigi nel 1219, Giovanni bussò alle porte del Convento francescano di quella città, e chiese di essere accolto nella grande famiglia dei discepoli di san Francesco. Molti anni dopo, egli spiegò le ragioni della sua scelta: in san Francesco e nel movimento da lui iniziato ravvisava l’azione di Cristo. Scriveva così in una lettera indirizzata ad un altro frate: "Confesso davanti a Dio che la ragione che mi ha fatto amare di più la vita del beato Francesco è che essa assomiglia agli inizi e alla crescita della Chiesa. La Chiesa cominciò con semplici pescatori, e si arricchì in seguito di dottori molto illustri e sapienti; la religione del beato Francesco non è stata stabilita dalla prudenza degli uomini, ma da Cristo" (Epistula de tribus quaestionibus ad magistrum innominatum, in Opere di San Bonaventura. Introduzione generale, Roma 1990, p. 29).

Pertanto, intorno all’anno 1243 Giovanni vestì il saio francescano e assunse il nome di Bonaventura. Venne subito indirizzato agli studi, e frequentò la Facoltà di Teologia dell’Università di Parigi, seguendo un insieme di corsi molto impegnativi. Conseguì i vari titoli richiesti dalla carriera accademica, quelli di "baccelliere biblico" e di "baccelliere sentenziario". Così Bonaventura studiò a fondo la Sacra Scrittura, le Sentenze di Pietro Lombardo, il manuale di teologia di quel tempo, e i più importanti autori di teologia e, a contatto con i maestri e gli studenti che affluivano a Parigi da tutta l’Europa, maturò una propria riflessione personale e una sensibilità spirituale di grande valore che, nel corso degli anni successivi, seppe trasfondere nelle sue opere e nei suoi sermoni, diventando così uno dei teologi più importanti della storia della Chiesa. È significativo ricordare il titolo della tesi che egli difese per essere abilitato all’insegnamento della teologia, la licentia ubique docendi, come si diceva allora. La sua dissertazione aveva come titolo Questioni sulla conoscenza di Cristo. Questo argomento mostra il ruolo centrale che Cristo ebbe sempre nella vita e nell’insegnamento di Bonaventura. Possiamo dire senz’altro che tutto il suo pensiero fu profondamente cristocentrico.

In quegli anni a Parigi, la città di adozione di Bonaventura, divampava una violenta polemica contro i Frati Minori di san Francesco d’Assisi e i Frati Predicatori di san Domenico di Guzman. Si contestava il loro diritto di insegnare nell’Università, e si metteva in dubbio persino l’autenticità della loro vita consacrata. Certamente, i cambiamenti introdotti dagli Ordini Mendicanti nel modo di intendere la vita religiosa, di cui ho parlato nelle catechesi precedenti, erano talmente innovativi che non tutti riuscivano a comprenderli. Si aggiungevano poi, come qualche volta accade anche tra persone sinceramente religiose, motivi di debolezza umana, come l’invidia e la gelosia. Bonaventura, anche se circondato dall’opposizione degli altri maestri universitari, aveva già iniziato a insegnare presso la cattedra di teologia dei Francescani e, per rispondere a chi contestava gli Ordini Mendicanti, compose uno scritto intitolato La perfezione evangelica. In questo scritto dimostra come gli Ordini Mendicanti, in specie i Frati Minori, praticando i voti di povertà, di castità e di obbedienza, seguivano i consigli del Vangelo stesso. Al di là di queste circostanze storiche, l’insegnamento fornito da Bonaventura in questa sua opera e nella sua vita rimane sempre attuale: la Chiesa è resa più luminosa e bella dalla fedeltà alla vocazione di quei suoi figli e di quelle sue figlie che non solo mettono in pratica i precetti evangelici ma, per la grazia di Dio, sono chiamati ad osservarne i consigli e testimoniano così, con il loro stile di vita povero, casto e obbediente, che il Vangelo è sorgente di gioia e di perfezione.

Il conflitto fu acquietato, almeno per un certo tempo, e, per intervento personale del Papa Alessandro IV, nel 1257, Bonaventura fu riconosciuto ufficialmente come dottore e maestro dell’Università parigina. Tuttavia egli dovette rinunciare a questo prestigioso incarico, perché in quello stesso anno il Capitolo generale dell’Ordine lo elesse Ministro generale.

Svolse questo incarico per diciassette anni con saggezza e dedizione, visitando le province, scrivendo ai fratelli, intervenendo talvolta con una certa severità per eliminare abusi. Quando Bonaventura iniziò questo servizio, l’Ordine dei Frati Minori si era sviluppato in modo prodigioso: erano più di 30.000 i Frati sparsi in tutto l’Occidente con presenze missionarie nell’Africa del Nord, in Medio Oriente, e anche a Pechino. Occorreva consolidare questa espansione e soprattutto conferirle, in piena fedeltà al carisma di Francesco, unità di azione e di spirito. Infatti, tra i seguaci del santo di Assisi si registravano diversi modi di interpretarne il messaggio ed esisteva realmente il rischio di una frattura interna. Per evitare questo pericolo, il Capitolo generale dell’Ordine a Narbona, nel 1260, accettò e ratificò un testo proposto da Bonaventura, in cui si raccoglievano e si unificavano le norme che regolavano la vita quotidiana dei Frati minori. Bonaventura intuiva, tuttavia, che le disposizioni legislative, per quanto ispirate a saggezza e moderazione, non erano sufficienti ad assicurare la comunione dello spirito e dei cuori. Bisognava condividere gli stessi ideali e le stesse motivazioni. Per questo motivo, Bonaventura volle presentare l’autentico carisma di Francesco, la sua vita ed il suo insegnamento. Raccolse, perciò, con grande zelo documenti riguardanti il Poverello e ascoltò con attenzione i ricordi di coloro che avevano conosciuto direttamente Francesco. Ne nacque una biografia, storicamente ben fondata, del santo di Assisi, intitolata Legenda Maior, redatta anche in forma più succinta, e chiamata perciò Legenda minor. La parola latina, a differenza di quella italiana, non indica un frutto della fantasia, ma, al contrario, "Legenda" significa un testo autorevole, "da leggersi" ufficialmente. Infatti, il Capitolo generale dei Frati Minori del 1263, riunitosi a Pisa, riconobbe nella biografia di san Bonaventura il ritratto più fedele del Fondatore e questa divenne, così, la biografia ufficiale del Santo.

Qual è l’immagine di san Francesco che emerge dal cuore e dalla penna del suo figlio devoto e successore, san Bonaventura? Il punto essenziale: Francesco è un alter Christus, un uomo che ha cercato appassionatamente Cristo. Nell’amore che spinge all’imitazione, egli si è conformato interamente a Lui. Bonaventura additava questo ideale vivo a tutti i seguaci di Francesco. Questo ideale, valido per ogni cristiano, ieri, oggi, sempre, è stato indicato come programma anche per la Chiesa del Terzo Millennio dal mio Predecessore, il Venerabile Giovanni Paolo II. Tale programma, egli scriveva nella Lettera Tertio Millennio ineunte, si incentra "in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste" (n. 29).

Nel 1273 la vita di san Bonaventura conobbe un altro cambiamento. Il Papa Gregorio X lo volle consacrare Vescovo e nominare Cardinale. Gli chiese anche di preparare un importantissimo evento ecclesiale: il II Concilio Ecumenico di Lione, che aveva come scopo il ristabilmento della comunione tra la Chiesa Latina e quella Greca. Egli si dedicò a questo compito con diligenza, ma non riuscì a vedere la conclusione di quell’assise ecumenica, perché morì durante il suo svolgimento. Un anonimo notaio pontificio compose un elogio di Bonaventura, che ci offre un ritratto conclusivo di questo grande santo ed eccellente teologo: "Uomo buono, affabile, pio e misericordioso, colmo di virtù, amato da Dio e dagli uomini... Dio infatti gli aveva donato una tale grazia, che tutti coloro che lo vedevano erano pervasi da un amore che il cuore non poteva celare" (cfr J.G. Bougerol, Bonaventura, in A. Vauchez (a cura), Storia dei santi e della santità cristiana. Vol. VI. L’epoca del rinnovamento evangelico, Milano 1991, p. 91).

Raccogliamo l’eredità di questo santo Dottore della Chiesa, che ci ricorda il senso della nostra vita con le seguenti parole: "Sulla terra… possiamo contemplare l’immensità divina mediante il ragionamento e l’ammirazione; nella patria celeste, invece, mediante la visione, quando saremo fatti simili a Dio, e mediante l’estasi ... entreremo nel gaudio di Dio" (La conoscenza di Cristo, q. 6, conclusione, in Opere di San Bonaventura. Opuscoli Teologici /1, Roma 1993, p. 187).

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i partecipanti all’Incontro della Pastorale degli Zingari ed auspico che le Chiese locali sappiano operare insieme per un impegno sempre più efficace in favore degli Zingari. Saluto le Suore Missionarie dell’Apostolato Cattolico – Pallottine, che celebrano in questi giorni il loro Capitolo Generale ed assicuro la mia preghiera affinchè questo importante evento susciti nell’intero Istituto un rinnovato ardore apostolico. Saluto i pellegrini provenienti dal Santuario della Madonna dei Miracoli in Motta di Livenza e li incoraggio a coltivare una sempre più autentica devozione mariana. Saluto con particolare affetto i fedeli di Dugenta, Frasso Telesino, Limatola e Melizzano, terre dei Gambacorta, qui convenuti con i rispettivi Sindaci. Cari amici, vi ringrazio della vostra presenza ed auspico che la riscoperta delle comuni radici suscitino generose collaborazioni per la crescita del bene comune.

Saluto, infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari giovani, preparatevi ad affrontare le importanti tappe della vita, fondando ogni vostro progetto sulla fedeltà a Dio e ai fratelli. Cari malati, offrire le vostre sofferenze al Padre celeste in unione a quelle di Cristo, per contribuire alla costruzione del Regno di Dio. E voi, cari sposi novelli, sappiate quotidianamente edificare la vostra famiglia nell'ascolto di Dio, nel fedele e reciproco amore.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]

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