lunedì 8 febbraio 2010

ZI100208

ZENIT

Il mondo visto da Roma

Servizio quotidiano - 08 febbraio 2010

Santa Sede

Notizie dal mondo

Italia

Interviste

Documenti


Santa Sede


Nuova condanna del Papa contro i preti pedofili
I bambini devono crescere in una famiglia unita e stabile

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Questo lunedì Benedetto XVI è tornato a scagliare una dura condanna contro quei membri della Chiesa che si sono macchiati di abusi sui minori.

Le parole del Papa sono risuonate in occasione dell'udienza ai partecipanti alla XIX Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia, aperta in mattinata da una Messa celebrata dal Segretario di Stato vaticano, il Cardinale Tarcisio Bertone.

L'appuntamento riunirà per tre giorni a Roma membri e consultori intorno al tema dei diritti dell’infanzia, nel XX anniversario della Convenzione Internazionale sulle misure a tutela del bambino, adottata dalle Nazioni Unite il 20 novembre 1989.

“La Chiesa – ha rammentato il Papa – lungo i secoli, sull’esempio di Cristo, ha promosso la tutela della dignità e dei diritti dei minori e, in molti modi, si è presa cura di essi”.

“Purtroppo – ha ammesso –, in diversi casi, alcuni dei suoi membri, agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato tali diritti: un comportamento che la Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e di condannare”.

“La tenerezza e l’insegnamento di Gesù, che considerò i bambini un modello da imitare per entrare nel regno di Dio, hanno sempre costituito un appello pressante a nutrire nei loro confronti profondo rispetto e premura”, ha continuato.

E infatti, ha aggiunto il Papa richiamando le parole di Gesù, “chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare”.

Un monito, ha continuato il Santo Padre, che richiama “a non abbassare mai il livello di tale rispetto e amore”.

Il Pontefice è quindi passato a parlare della necessità di far crescere i bambini “in una famiglia unita e stabile”, perché “è proprio la famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, l’aiuto più grande che si possa offrire ai bambini”.

I bambini, infatti, “vogliono essere amati da una madre e da un padre che si amano, ed hanno bisogno di abitare, crescere e vivere insieme con ambedue i genitori, perché le figure materna e paterna sono complementari nell’educazione dei figli e nella costruzione della loro personalità e della loro identità”.

A tal fine, ha proseguito il Pontefice, “occorre esortare i coniugi a non perdere mai di vista le ragioni profonde e la sacramentalità del loro patto coniugale e a rinsaldarlo con l’ascolto della Parola di Dio”, e allo stesso tempo con “la preghiera, il dialogo costante, l’accoglienza reciproca ed il perdono vicendevole”.

“Un ambiente familiare non sereno, la divisione della coppia dei genitori, e, in particolare, la separazione con il divorzio non sono senza conseguenze per i bambini, mentre sostenere la famiglia e promuovere il suo vero bene, i suoi diritti, la sua unità e stabilità è il modo migliore per tutelare i diritti e le autentiche esigenze dei minori”, ha concluso infine.

Invia ad un amico | stampa questo articolo | commenta questo articolo

torna su


Presentato al Papa un vademecum per preparare i giovani al matrimonio

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Il Cardinale Ennio Antonelli, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ha presentato questo lunedì a Benedetto XVI il progetto di un “Vademecum per la preparazione al matrimonio”.

Parlando a nome dei partecipanti alla diciannovesima Plenaria del Dicastero vaticano, che si era aperta poche ore prima a Roma, il porporato ha ringraziato il Pontefice "per questo incontro, dal quale sicuramente riceveremo - ha detto - energia, gioia e ispirazione per il nostro lavoro a favore della famiglia e della Chiesa nel mondo".

Una gratitudine, ha detto secondo quanto riferito da “L'Osservatore Romano, che vuol sottolineare "l'attenzione speciale" di Benedetto XVI "verso le problematiche della famiglia", con i suoi "frequenti e incisivi riferimenti ad essa", spesso ricorrenti nei "suoi illuminati interventi".

Nel suo discorso ai partecipanti alla Plenaria il Papa ha auspicato in particolare un percorso di catechesi ed esperienze vissute per i fidanzati che si preparano al matrimonio, che deve essere percepito come “un dono per tutta la Chiesa, un dono che contribuisce alla sua crescita spirituale”.

“E’ bene, inoltre – ha continuato –, che i Vescovi promuovano lo scambio delle esperienze più significative, offrano stimoli per un serio impegno pastorale in questo importante settore e mostrino particolare attenzione perché la vocazione dei coniugi diventi una ricchezza per l’intera comunità cristiana e, specialmente nel contesto attuale, una testimonianza missionaria e profetica”.

In apertura dei lavori, che si svolgeranno presso la Casa Bonus Pastor, il Cardinale Ennio Antonelli, ha poi presentato le attività realizzate dal suo Dicastero successivamente al VI incontro mondiale delle famiglie, tenutosi nel gennaio 2009 a Città del Messico

"Le principali conclusioni di Città del Messico - ha sottolineato il Cardinale Antonelli nel suo indirizzo di saluto al Papa - mettevano in risalto, in linea con la consegna di Aparecida Discipulos y misioneros, che la famiglia cristiana è chiamata a essere, oggi con particolare urgenza, soggetto di evangelizzazione sul versante ecclesiale e soggetto di socializzazione sul versante civile".

Di conseguenza - ha ricordato - "si auspicava una pastorale per e con le famiglie e una politica per e con le famiglie".

A queste due prospettive corrispondono i due progetti specifici messi in cantiere dal Pontificio Consiglio "al di là del già consistente e multiforme lavoro ordinario" che sfoceranno nel VII Incontro Mondiale delle Famiglie, in programma a Milano nel 2012: "la famiglia soggetto di evangelizzazione" e "la famiglia risorsa per la società civile".

Iniziative, ha commentato il Papa, che servono a “far crescere la consapevolezza del fondamentale valore della famiglia per la vita della Chiesa e della società”.

Invia ad un amico | stampa questo articolo | commenta questo articolo

torna su


Un fratello di nome Karol Wojtyla
La dott.ssa Poltawska racconta la storia del giovane sacerdote che guarì la sua anima
di Renzo Allegri

ROMA, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- E' arrivato in libreria l'ennesimo libro dedicato a Giovanni Paolo II: un grosso volume di 640 pagine pubblicato dalle Edizioni San Paolo con il titolo "Diario di un'amicizia" e il sottotitolo "La famiglia Poltawski e Karol Wojtyla".

Tra i numerosi libri che sono stati scritti sul Papa polacco, questo è una cosa a se stante. Autrice, Wanda Poltawska, medico psichiatra polacca, che fu amica e collaboratrice di Wojtyla fin dal 1950, quando il futuro Papa era un semplice sacerdote, assistente spirituale dei giovani universitari, amicizia che è continuata fino alla morte del grande Pontefice.

E' un libro fuori dai normali schemi, che contiene molti scritti inediti di Wojtyla, riflessioni, appunti, suggerimenti per la vita spirituale e soprattutto parecchie lettere. Non è una biografia. Non ha niente a che fare con la storia pubblica e cronologica di Wojtyla. Non è neppure stato scritto per essere pubblicato. Si tratta di una raccolta di appunti, di impressioni, che la dottoressa Poltawska ha fissato in vari quaderni nel corso degli anni, una specie di diario, dal quale ha tratto questo libro, utilizzando, in pratica, una piccola parte dell'enorme materiale che possiede. E fu lo stesso Giovanni Paolo II, che aveva letto i quaderni di appunti, a suggerire che se ne facesse una pubblicazione, ritenendo che sarebbe stata utile.

Nel giugno dello scorso anno, quando il libro venne pubblicato in Polonia, fece parlare i giornali di mezzo mondo, suscitando critiche e scandalo. Molti giudicarono sconveniente che Karol Wojtyla avesse coltivato una amicizia così profonda con una donna al punto da continuare a scriverle lettere anche da Papa. Altri condannarono la dottoressa Poltawska, accusandola di protagonismo e smania di pubblicità, per aver rese pubbliche quelle lettere che, secondo loro, dovevano rimanere segrete e affermando che la pubblicazione poteva addirittura nuocere alla causa di beatificazione. Per fortuna, questo non è accaduto.

La Chiesa, nei suoi rappresentanti qualificati allo scopo, era al corrente del contenuto del libro, lo aveva già esaminato, e nessun riverbero negativo si è avuto sul processo che, per la parte dell'esame della vita e degli scritti di Wojtyla, è stato concluso con il decreto di riconoscimento delle virtù eroiche firmato dal Benedetto XVI a metà dicembre scorso. E si prevede che la solenne beatificazione possa avvenire ad ottobre o al più tardi nell'aprile del 2011.

Leggendo questo libro con calma e attenzione, si rimane profondamente colpiti dal contenuto altamente spirituale. Scritto con uno stile asciutto, conciso, e pochi pochi accenni personali da parte dell'autrice, ha un fascino irresistibile. Fa scoprire innumerevoli dettagli dell'animo di Karol Wojtyla e di quello della dottoressa Poltawska. Le lettere di Wojtyla, non essendo ufficiali, ma destinate a una singola persona, palesano la sua straordinaria sensibilità, la grandissima umanità e soprattutto l'eccezionale santità. Svelano come egli fosse in continuo contatto con Dio. Non in forma pietistica, formalistica, ma concreta e permanente. Viveva come se camminasse davanti allo sguardo di Dio. Mai, in nessun momento della sua giornata, perdeva questa consapevolezza e la trasmetteva a chi gli era vicino.

Per la quasi totalità, il libro è costituito da "esercizi scritti" per un cammino ascetico che la dottoressa Poltawska ha fatto sotto la guida del suo direttore spirituale che era appunto Karol Wojtyla. Lui le indicava i temi delle meditazioni quotidiane e lei metteva per scritto i pensieri e le riflessioni che faceva, inviandoli poi al direttore spirituale che valutava, suggeriva, guidava verso nuovi traguardi interiori. E inviava lui stesso i propri appunti sugli stessi temi, quasi a confrontarsi. Una lunga ascesi, precisa, quotidiana, costante, che la dottoressa Poltawska ha compiuto insieme al proprio marito, Andrzej, e alle proprie figlie, e, si può dire, anche insieme allo stesso Wojtyla che ha voluto farsi, con loro e per loro, "fratello", e " viandante" nel cammino verso Dio.

Un'esperienza eccezionale, diventata nel tempo amicizia profonda. Scrivendo le sue lettere, Wojtyla chiamava la dottoressa con il diminutivo di "Dusia" (sorellina) e si firmava con la sigla "Fr", (fratello). Esperienza certamente originale e d'avanguardia, ma viva, concreta e sublime, che richiama la vita dei primitivi cristiani, di santi come Francesco e Chiara, e in particolare l'amicizia di San Francesco di Sales e Santa Giovanna di Chantal. Solo un uomo come Wojtyla, santo e poeta, drammaturgo e mistico, grande e umile, poteva realizzare un'esperienza del genere, che diventa ora, attraverso il libro, un vero "patrimonio spirituale" per chi ha il coraggio di leggere e di lasciarsi conquistare.

Per capire bene questa meravigliosa avventura umana e spirituale, bisogna conoscere la storia che l'ha originata. In particolare quella dell'autrice, donna molto nota in Polonia per la mole di iniziative cui ha dato vita nella sua ormai lunga esistenza, ma anche, in un certo senso, "sconosciuta" perché riservata, chiusa, gelosa della propria esistenza privata. Consapevole, però, del ruolo che le è stato riservato dalla Provvidenza, giunta a un'età che si avvicina ai novant'anni ha ceduto alle pressioni degli amici e al desiderio che aveva già espresso Wojtyla, mettendo a disposizione in questo libro le esperienze fatte accanto a un grande uomo e un grandissimo santo.

Wanda Poltawska conobbe Karol Wojtyla nel 1950, a Cracovia. Lei aveva 29 anni, lui 30. Wojtyla, sacerdote da quattro anni, era assistente dei giovani studenti universitari, e Wanda, già laureata in medicina, frequentava i corsi di psicologia e psichiatria. Aveva alle spalle una terribile esperienza. Nata a Lublino, in una famiglia molto cattolica, aveva avuto una infanzia e una prima giovinezza serene, impegnata nel movimento degli Scout. Nel 1939, quando i nazisti invasero la Polonia, Wanda, che aveva 18 anni, come altri suoi coetanei era entrata nella Resistenza partigiana, per difendere la patria. Ma venne scoperta e arrestata e inviata nel famigerato campo di concentramento nazista di Ravensbriick, dove visse uno spaventoso calvario durato oltre quattro anni.

Anni di autentico martirio. Non solo per le umiliazioni, la fame, i lavori pesanti, il freddo, le violenze fisiche e morali, pane quotidiano in quei luoghi di sterminio, ma perché, ad un certo momento, lei e alcune altre compagne furono scelte come cavie per misteriosi esperimenti medici. Trasferite in una specie di infermeria, erano sottoposte a interventi chirurgici, ad orribili mutilazioni, asportazioni di pezzi di ossa, iniezioni di batteri nelle ferite per provocare infezioni e cancrene, che erano poi trattate con altri prodotti chimici. Un calvario spaventoso e interminabile. Quasi tutte le ragazze morirono una dopo l'altra e Wanda sopravvisse per miracolo.

Tornata a casa, era una larva umana. Riprese a studiare, si laureò in medicina, ma dentro di lei il tarlo degli incubi continuava a roderla e a tormentarla. Si sentiva una donna finita, che lottava disperatamente con i fantasmi del passato, senza riuscire a sconfiggerli. Aveva paura di se stessa, degli altri, della vita. I principi cristiani che aveva ricevuto da bambina cozzavano spaventosamente con la crudeltà che aveva subito nel Lager.

Cercava aiuto. Lo cercava soprattutto dai sacerdoti, ma non trovava nessuno disponibile ad ascoltarla e a capire i suoi problemi. Nel 1950 incontrò Karol Wojtyla, e rimase colpita dal fatto che era una persona che "ascoltava". Divenne il suo confessore e direttore spirituale. Fu lui a "guarire" la sua anima, ad aiutarla a ritrovare se stessa e la fiducia nei propri simili. E, mano a mano che la conosceva bene, Wojtyla capì che quell'incontro non era casuale. Abituato a vedere le cose da un punto di vista mistico, si convinse che le terribili sofferenze che quella giovane donna aveva subito e sopportato non erano cosa che riguardasse solo lei stessa. Per il mistero del "Corpo mistico di Cristo", riguardavano tutti, in particolare forse proprio lui, che dalla guerra era stato risparmiato.

Negli anni in cui Wanda "moriva" nel Lager, egli aveva scoperto la propria vocazione al sacerdozio. E poi, era toccato a lui, sacerdote, il compito di "curare" le ferite che il Lager aveva lasciato nell'anima di quella persona. Non erano coincidenze casuali, c'era un nesso, un legame, e questa sua convinzione divenne, a poco a poco, consapevolezza. Lo rivelò lui stesso alla dottoressa Wanda in uno dei momenti più importanti della sua esistenza, il 20 ottobre 1978, quattro giorni dopo essere stato eletto Pontefice della Chiesa. In una lunga e bellissima lettera, la prima che le scrisse da Papa, volle affrontare apertamente il tema della loro amicizia. Amicizia che ora, dopo che lui era diventato Papa, poteva anche essere giudicata male da estranei. Ma era un'amicizia "radicata e fissata in Dio, nella sua grazia", come egli scrisse, e quindi doveva continuare.

Ecco la parte di quella lettera che parla esplicitamente di questo argomento:

Il Signore Gesù ha voluto che quello che a volte veniva detto, quello che tu stessa avevi detto il giorno dopo la morte di Paolo VI, diventasse realtà. Ringrazio Dio per avermi dato, questa volta, così tanta pace interiore - quella pace che mi mancava in modo evidente ancora in agosto - che ho potuto vivere tutto ciò senza tensione. Con la fiducia che Lui e sua Madre dirigeranno tutto, anche in queste relazioni, preoccupazioni e responsabilità più personali. Con la convinzione che - se non seguirò la chia­mata - anche in questi rapporti posso rovinare tutto.

Capisci che, in tutto questo, penso a te. Da oltre vent'anni, da quando Andrzej mi disse per la prima volta: "Duska è stata a Ravensbriick", è nata nella mia consapevolezza la convinzio­ne che Dio mi dava e mi assegnava te, affinché in un certo senso io "compensassi" quello che avevi sofferto lì. E ho pen­sato: lei ha sofferto al mio posto. A me Dio ha risparmiato quella prova, perché lei è stata lì. Si può dire che questa convinzione fosse "irrazionale", tuttavia essa è sempre stata in me - e continua a rimanerci. Su questa convinzione si è sviluppata gradualmente tutta la consapevolezza della "sorella". E anche questa appartiene alla dimensione di tutta la vita. Anch'essa continua a rimanere. Mia cara Dusia! Tutta quella dimensione rimane in me e deve rimanere in te. È sempre stata radicata e "fissata" in Dio, nella sua grazia - ora deve esserci fissata ancora di più.

Sono parole che spiegano in modo chiaro la natura e la qualità dell'amicizia che ha legato Karol Wojtyla a Wanda Poltawska. Un'amicizia così straordinaria e sublime che può nascere e crescere solo nel cuore e nell'anima dei grandi santi.

Invia ad un amico | stampa questo articolo | commenta questo articolo

torna su


Monsignor Vegliò invita a valorizzare il ruolo dei marittimi
"Realtà purtroppo ignorata e data per scontata", dichiara
ROMA, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- In quello che è stato proclamato dal Consiglio dell'Organizzazione Marittima Internazionale (OMI) "Anno del Marittimo", l'Arcivescovo Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, ha esortato a valorizzare la figura dei marittimi, troppo spesso dimenticati nella società.

Il presule ha aperto questo lunedì l'Incontro dei Coordinatori Regionali dell'Apostolato del Mare (AM) e del suo Comitato Internazionale per la Pesca. L'evento è in svolgimento fino al 10 febbraio nella sede del dicastero a Palazzo San Calisto, in Vaticano.

"Come sappiamo, ci sono 1.5 milioni di marittimi che provvedono ogni giorno ai bisogni quotidiani di oltre 6.5 miliardi di cittadini del mondo, una realtà purtroppo ignorata e data per scontata dalla maggioranza dell'umanità", ha affermato monsignor Vegliò nel suo discorso.

"Quest'anno speciale darà alla comunità internazionale l'opportunità di attestare pubblicamente l'importanza e l'unicità del contributo apportato dai marittimi al benessere della società e di riconoscere il rischio che essi corrono nell'esercizio della loro professione in un ambiente spesso pericoloso".

Nel 2010 più che mai, ha aggiunto, "l'AM deve unire i suoi sforzi a quelli dell'OMI con iniziative e attività, rinnovando il suo impegno a prendersi cura dei marittimi e delle loro famiglie, accertandosi che abbiano decenti condizioni di lavoro e di vita e che siano assistiti quando vengono abbandonati in porto".

I marittimi, ha sottolineato, "devono avere la possibilità di scendere a terra anche laddove le misure di sicurezza sono più rigide, devono essere protetti quando lavorano in zone infestate da pirati e non devono essere ingiustamente criminalizzati".

90 anni di Apostolato del Mare

Nel suo intervento, monsignor Vegliò ha ricordato che quest'anno ricorre anche il 90° Anniversario dell'Apostolato del Mare (AM), il cui primo incontro è stato realizzato a Glasgow, in Scozia, il 4 ottobre 1920, quando "un piccolo gruppo di laici e un fratello religioso si riunirono, ancora per così dire 'in alto mare', per stabilire l'esatta missione di questa nascente organizzazione a favore dei marittimi cattolici".

L'anniversario, ha spiegato, vuole essere soprattutto "un'occasione per ritrovare lo spirito originale e l'entusiasmo che ha guidato i fondatori" e un invito "a riflettere sugli elementi basilari e fondamentali del nostro apostolato, a sviluppare nuove strategie pastorali in armonia con la nostra tradizione e a migliorare le strutture dell'AM per continuare, con efficacia, il lavoro dell'Opera dell'Apostolato Marittimo negli anni a venire".

Riconoscendo che l'AM "dovrà affrontare una navigazione alquanto movimentata", il presule ha quindi esortato ad "aumentare la sensibilità delle Conferenze Episcopali" e a "coinvolgere maggiormente le Chiese locali nella cura pastorale della gente del mare e delle loro famiglie".

Tra le difficoltà affrontate da questo apostolato, ha citato in primo luogo la "diminuzione del numero di sacerdoti e persone consacrate pronte ad assumere responsabilità e a dare assistenza spirituale all'AM".

Allo stesso modo, è dannosa la diminuzione degli aiuti finanziari da parte di organizzazioni caritative per attività di welfare, che insieme alla crisi economica mondiale ha "costretto molti centri per marittimi a chiudere o a ridurre considerevolmente le loro attività".

In questo contesto, ha concluso, occorre "sperimentare nuove vie e modi per sostenere il nostro ministero, ma anche, ove possibile, favorire la cooperazione ecumenica condividendo risorse e collaborando maggiormente con organizzazioni marittime civili per il welfare".

Invia ad un amico | stampa questo articolo | commenta questo articolo

torna su


Le sfide della Chiesa in Romania dopo la caduta del comunismo
I Vescovi del Paese a Roma in visita ad limina
di Carmen Elena Villa

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Minoritaria ma allo stesso tempo molto varia: è così la Chiesa cattolica in Romania. I suoi Vescovi hanno iniziato questo lunedì la loro visita ad limina apostolorum a Roma, che durerà fino al 13 febbraio.

Durante questa settimana, i presuli visiteranno i vari dicasteri, presenteranno i piani e i progetti pastorali delle rispettive Diocesi e incontreranno Papa Benedetto XVI.

Una minoranza che è "sale della terra"

La Romania ha 21 milioni di abitanti, con i cattolici che rappresentano l'8,5% della popolazione. La Conferenza Episcopale del Paese riunisce le 12 circoscrizioni ecclesiastiche ed è divisa in due: una che segue il rito latino, l'altra di rito bizantino.

Secondo il presidente dei Vescovi, Ioan Robu, questo fenomeno, "in fondo, rappresenta un po' l'immagine della Chiesa universale".

I presuli si alternano alla presidenza e alla vicepresidenza della Conferenza Episcopale. Un periodo questa è guidata da un rappresentante del rito latino, il periodo successivo da uno del rito bizantino.

Due decenni di libertà religiosa

Durante il regime comunista, nel Paese erano proibite le manifestazioni pubbliche di fede. Per questo le visite ad limina sono state sospese tra il 1937 e il 1991. Dopo il 1989 la Romania ha visto il fiorire di varie confessioni religiose. La maggioranza degli abitanti è composta da ortodossi. Ci sono anche protestanti (calvinisti, luterani, battisti, avventisti e pentecostali) e una piccola comunità ebraica e musulmana.

"Mentre prima dell''89 l'attività pastorale poteva essere svolta solo tra le mura delle chiese, oggi i campi della pastorale sono diversi: dai mass-media alle scuole e alle università, agli ospedali, all'esercito, alle carceri, ai giovani, agli anziani e alle attività sociali", ha riferito monsignor Robu.

La visita di Giovanni Paolo II nel Paese nel 1999 e il suo incontro con il patriarca Teoctist, morto nel 2007, hanno rappresentato una pietra miliare per il rinnovamento della pastorale del Paese e per il dialogo con gli ortodossi.

Secondo monsignor Robu, la comunità cattolica oggi "è ben organizzata canonicamente e svolge un'attività che è paragonabile a quella delle Chiese che non hanno vissuto persecuzioni come noi".

Ad ogni modo, affronta ancora alcune tensioni con gli ortodossi, tra cui la disputa per alcune chiese e dei monasteri confiscati dal regime comunista e poi passati alla Chiesa ortodossa.

L'emigrazione, l'invecchiamento della popolazione e la secolarizzazione sono altri ostacoli per la comunità cattolica rumena.

"Quelli che sono andati via, per ragioni di lavoro, sono principalmente i giovani. Così, proprio quando si cercava una maggiore stabilità e crescita per le nostre comunità parrocchiali, si è verificata questa fuga all'estero a causa della povertà materiale", ha commentato il presidente della Conferenza Episcopale Rumena.

Interpellato sui frutti di questi ultimi 20 anni di lavoro pastorale nel suo Paese, monsignor Robu ha concluso il suo dialogo con la "Radio Vaticana" dicendo che sono "una cosa non facile da misurare" e affermando che "la Grazia di Dio è cresciuta in coloro che ci sono stati affidati. Ad ogni modo, possiamo assicurare al Santo Padre che la nostra Chiesa ha ben conservato la sua identità cattolica e la sta mantenendo".



Invia ad un amico | stampa questo articolo | commenta questo articolo

torna su


Germania: l'Abbazia trappista di Mariawald torna al rito antico

MARIENBAD, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Papa Benedetto XVI ha concesso all'abate Josef Vollberg ocso, dell'Abbazia trappista di Mariawald, nella Diocesi di Aquisgrana (Germania), il privilegio di tornare insieme all'Abbazia alla liturgia e all'osservanza dell'antico uso dell'Ordine, in vigore fino alle riforme del Concilio Vaticano II.

L'abate Vollberg e la sua Abbazia hanno dichiarato di sentirsi profondamente motivati, dal Santo Padre e dal suo atto giuridico diretto e immediato, a implementare la riforma “orientata alla tradizione” del monastero con un rinnovato vigore spirituale.

Attualmente vivono a Mariawald dieci monaci, un novizio e un oblato.

La storia dell'Abbazia è iniziata con la fondazione di un priorato cistercense nel XV secolo. Dopo un'interruzione della vita monastica di oltre 60 anni, a causa degli sconvolgimenti della Rivoluzione Francese, il monastero, ripopolato nel XIX secolo dai Trappisti dell'Alsazia, è stato elevato ad Abbazia nel 1909.

 



Invia ad un amico | stampa questo articolo | commenta questo articolo

torna su


Notizie dal mondo


Il Papa supera il dibattito delle radici cattoliche dell'anglicanesimo
Secondo Dermot Quinn, docente della Seton Hall University

di Francisco Javier Tagle Montt

SANTIAGO DEL CILE, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Benedetto XVI "pone fine al dibattito sulle radici cattoliche e apostoliche dell'anglicanesimo" iniziato due secoli fa, conferma Dermot Quinn, docente di Storia presso la Seton Hall University degli Stati Uniti.

Il membro del direttorio del Chesterton Institute for Faith & Culture ha analizzato nell'ultimo numero della rivista "Humanitas", della Pontificia Università Cattolica del Cile (www.humanitas.cl), le implicazioni della Costituzione Apostolica Anglicanorum coetibus.

Il documento è stato firmato dal Pontefice il 4 novembre per istituire "Ordinariati Personali per Anglicani che entrano nella piena comunione con la Chiesa Cattolica".

Secondo l'esperto, la Costituzione Apostolica non si limita alle esigenze liturgiche, ma affronta anche la questione dell'autorità: "la sua effettiva scomparsa in una comunione e il suo effettivo esercizio in un'altra".

"Più che di questo, tratta della fonte dell'autorità, che in definitiva non è il Papa, ma Cristo stesso", segnala.

La Costituzione Apostolica ha l'obiettivo di fornire "supervisione e guida pastorale" agli anglicani che nel corso degli anni hanno cercato una comunione più stretta con il cattolicesimo.

"E' stato subito chiaro che il gesto del Santo Padre non era un'iniziativa, ma una risposta. Di recente, segnala il documento, gruppi di ex anglicani avevano chiesto 'più volte e insistentemente' di essere ricevuti nella piena comunione con Roma. Il Papa avrebbe potuto difficilmente rifiutarsi di ascoltare queste richieste", spiega Quinn.

La Comunione Anglicana Tradizionale si è separata da Canterbury nel 1991, e da allora, indica il docente, molti dei suoi 400.000 membri hanno espresso il desiderio di unirsi a Roma avendo la possibilità di conservare le proprie forme di preghiera.

"Siamo in presenza di una Comunione che manifestamente non è in comunione neanche con se stessa. E' ciò che succede quando una Chiesa contiene elementi cattolici e protestanti. E' quello che avviene quando le autorità accettano dei compromessi. E' ciò che significa non avere un Papa".

Il docente della Seton Hall University constata che "l'Anglicanorum coetibus pone fine al dibattito sulle radici cattoliche e apostoliche dell'anglicanesimo iniziato dal Movimento di Oxford quasi due secoli fa. In ultima istanza, il Santo Padre segnala chiaramente che se la cattolicità e l'apostolicità non sono romane non sono nulla".

Secondo Quinn, è un esempio di ciò che John Henry Newman definiva, nel suo famoso sermone intitolato "La seconda primavera", "una garanzia concessa a noi da Roma del suo amore che non si indebolisce".

"Chi vede questo in altro modo non ha compreso il suo vero senso. Ad ogni modo, il gesto di Benedetto XVI non è stato debitamente compreso da molti anglicani, e non lo hanno capito neanche molti cattolici", constata.

"L'Anglicanorum coetibus non è una nuova 'aggressione papale' (come hanno denunciato alcuni), ma un esercizio di compassione pastorale".

L'accademico nordamericano ricorda che, "quando è stato eletto, alcuni cattolici si lamentavano del fatto che Benedetto XVI si sarebbe accontentato di una Chiesa più piccola ma 'più pura'. Ora questi stessi cattolici si lamentano del fatto che la stia espandendo".

In questo senso, segnala che "il cattolicesimo liberale collassa in uno strano spettacolo di sacerdoti che respingono con sdegno persone che desiderano convertirsi al cattolicesimo e ridicolizzano definendolo intollerante il Papa che desidera accoglierle".

"Dopo tutto, un Papa capace di trovare uno spazio per gli ex anglicani e gli ex lefebvriani è più di tutto aperto al dialogo, aperto a nuove sistemazioni, aperto a soluzioni creative per problemi storicamente spinosi. E' questo che significa essere un Pontefice: un costruttore di ponti", dice Quinn.

In definitiva, spiega che "se è necessario vincere la battaglia, Benedetto XVI si rende conto che questo si otterrà solo con l'unità con Roma".

"La Riforma è iniziata con un tedesco. Sarebbe molto bello se potesse terminare con un altro", conclude.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]

Invia ad un amico | stampa questo articolo | commenta questo articolo

torna su


"Tutti possiamo ricevere una guarigione a Lourdes"
Secondo l'ex presidente dell'Ufficio medico del Santuario

LOURDES, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- “Tutti possiamo ricevere una guarigione a Lourdes se la chiediamo e l'aspettiamo con fede e perseveranza”, afferma l'ex presidente dell'Ufficio medico del Santuario di Lourdes, il dottor Patrick Theillier.

In un articolo che la rivista France Catholique pubblicherà questo venerdì, Theillier spiega che questa guarigione “può non essere tanto spettacolare da essere considerata un miracolo”.

Ad ogni modo, “interessa in modo profondo e duraturo la persona che la vive, in tutto il suo essere, corpo, anima e spirito”.

“Queste cure sono davvero innumerevoli”, dichiara.

Il medico osserva che ciò non vuol dire che non ci siano guarigioni miracolose – finora a Lourdes ne sono state riconosciute ufficialmente 67.

“Questi miracoli sono stati necessari all'inizio della Chiesa – continua –. In effetti, perché la fede aumenti, deve essere sostenuta dai miracoli”.

“Non abbiamo forse bisogno, più che 100 o 150 anni fa, di essere alleviati dalle sofferenze morali e dalle ferite della vita, di ordine psicologico-spirituale, che vanno al di là della medicina?”, si chiede tuttavia.

E risponde: “E' in questo che Lourdes risponde a una necessità molto attuale, che corrisponde in modo sicuramente maggiore al suo messaggio originale”.

Secondo Theillier, “questi miracoli sono molto più grandi di quelli del corpo, perché sono le anime a rigenerarsi”.

“Le guarigioni fisiche straordinarie sono diventate rare”, commenta, visto che “Dio agisce in primo luogo attraverso mediazioni umane, con la medicina e i medici”.

In questo senso, l'articolo spiega il lavoro svolto a Lourdes perché i primi a beneficiare di queste cure siano proprio i medici.

Nel 2005 e nel 2007, il Santuario ha accolto congressi-pellegrinaggi che hanno riunito più di 300 medici cattolici di lingua francese.

Dal 6 al 9 maggio di quest'anno accoglierà il Congresso Mondiale della Federazione Internazionale delle Associazioni Mediche Cattoliche (FIAMC), sul tema “La nostra fede di medici”.

Theiller invita tutti i medici a recarsi a Lourdes in questa occasione per “incontrare colleghi di tutto il mondo, ascoltare una serie di interventi sul tema del Credo in relazione ai medici e alla medicina e compiere un pellegrinaggio avendo l'occasione unica di vivere la guarigione di cui tutti abbiamo bisogno”.

“In questo momento, la mia speranza è che molti medici cattolici che soffrono a causa della loro fede vengano a trovare al fianco di Nostra Signora consolazione e guarigione”, afferma.

“Parlate con il vostro medico!”, aggiunge. “Come hanno dimostrato quanti sono venuti ai Congressi precedenti, i medici presenti potranno sperimentare la misericordia di Dio in questo luogo di grazie”.

Invia ad un amico | stampa questo articolo | commenta questo articolo

torna su


Il contributo di padre Kentenich alla Chiesa visto da un carmelitano
Pubblicazione per i 40 anni di Schönstatt in Spagna

di Patricia Navas

MADRID, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- “Dobbiamo contribuire alla creazione di un nuovo tipo di uomo: l'uomo di cui la Chiesa ha bisogno per superare al suo interno alcuni gravi sconvolgimenti”.

E' uno dei molti pensieri del fondatore del Movimento di Schönstatt riportati nel libro “José Kentenich. Historia de un hombre libre” (“Giuseppe Kentenich. Storia di un uomo libero”, Editorial Monte Carmelo, Burgos, 2009, 308 pp.), presentato martedì scorso alla Scuola Tecnica Superiore di Ingegneria Mineraria di Madrid.

Si tratta della prima biografia di padre Kentenich scritta da una persona che non appartiene al Movimento di Schönstatt, il carmelitano Eduardo T. Gil de Muro, prolifico giornalista e scrittore.

Il libro è stato pubblicato in occasione dei 40 anni della presenza del Movimento di Schönstatt in Spagna.

“E' un racconto cronologico di tutta la sua vita, della sua opera e delle sue difficoltà, scritto in modo calmo, che attira”, ha spiegato a ZENIT la scrittrice Asunción Aguirrezábal, promotrice della pubblicazione.

Come le oltre 50 biografie di santi scritte da padre de Muro, “Storia di un uomo libero” avvicina la figura di padre Kentenich al grande pubblico in modo romanzato, ma anche con citazioni e riflessioni di grande profondità.

Durante la presentazione del testo, è stata anche sottolineata l'importanza per la Chiesa del carisma di padre Kentenich e di alcuni suoi aspetti innovativi, come la funzione della donna, l'importanza della libertà, la visione della famiglia e il carattere di Maria come coredentrice.

40 anni di crescita

40 anni dopo la benedizione del primo Santuario di Schönstatt in Spagna, il direttore del Movimento nel Paese, padre Carlos Padilla, afferma che “siamo una risposta, ma spesso poco conosciuta”.

In questi decenni sono stati costruiti tre Santuari (due nella provincia di Madrid e uno in quella di Barcellona) e il Movimento è stato avviato in altre zone (Asturie, Gerona, Navarra, Alicante, Siviglia, Huelva).

Sono stati anche intrapresi vari progetti e azioni che cercano di impegnare il carisma, come il collegio Monte Tabor, le fondazioni María Ayuda e Tiempos Más Nuevos, l'organizzazione delle missioni universitarie e familiari e delle scuole di genitori.

Padre Padilla ha inoltre sottolineato le sfide attuali del Movimento in Spagna: “far conoscere di più il Santuario e il cammino di santità proposto da padre Kentenich, e fornire risposte concrete alla crisi attuale della famiglia”.

Vita interiore

Uno degli aspetti più innovativi del libro è rappresentato dalla visione di una persona che non conosceva prima padre Kentenich sull'apporto concreto di questo sacerdote tedesco alla Chiesa e al mondo.

In questo senso, Gil de Muro ricorda nel suo libro una diagnosi del fondatore di Schönstatt: “Il nostro cristianesimo è sul punto di morire per mancanza di vita interiore”.

“Kentenich aveva iniziato a scoprire che uno dei grandi mali della società contemporanea era la recente massificazione dell'individuo”, scrive.

Dopo aver ricordato i primi anni della vita di padre Kentenich, caratterizzati dalla sua consacrazione alla Vergine Maria da parte della madre, dalla vita in un orfanotrofio e dall'ingresso in un seminario pallottino, l'autore descrive l'inizio del suo compito pedagogico con alcuni giovani seminaristi.

“Bisogna creare un uomo nuovo, un uomo che non dipenda da frasi né da principi giunti dall'esterno. Un uomo capace di decidere da sé, che sappia percorrere il suo cammino libero da ogni coazione esterna”, segnalava il suo programma per i seminaristi.

Il libro comprende anche citazioni di varie persone che hanno conosciuto il protagonista, come uno dei suoi alunni.

“Lezioni indimenticabili, quelle di padre Kentenich – ricorda –. Sono state decisive per la mia vita. Non sono mai state solo apprendimento”.

“Le organizzava ingegnosamente per mobilitare tutte le energie spirituali e culturali degli alunni, e creava una comunità che competeva intellettualmente con grande nobiltà e disciplina”.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, l'autore pone sulle labbra di padre Kentenich la chiave per rispondere alle necessità del tempo: “Ciò di cui la nostra epoca ha più bisogno – per non dire l'unica cosa – è che ci siano santi nuovi (...), uomini nuovi e onesti, cristiani davvero nuovi, perfetti come godimento gioioso di tutti gli sforzi personali e della Grazia”.

Conquistare un regno di Maria

La nuova biografia riflette molto bene il segreto e la missione del fondatore dell'opera di Schönstatt, sintetizzando frasi come questa: “Sono venuto a portare fuoco, a conquistare un regno di Maria in molti cuori”.

Spiega anche lo scontro tra gli ideali e i progetti di Kentenich e il contesto socio-politico del suo Paese natale, la Germania.

“Kentenich non voleva essere sovversivo, ma non voleva essere nemmeno muto”, scrive Gil de Muro.

Secondo il libro, il Movimento di Schönstatt venne definito dal servizio di sicurezza delle SS “estremamente pericoloso”, “il più pericolo dei movimenti che il Servizio Segreto è riuscito a identificare”.

Il motivo? “Schönstatt era passato da quello che era stato un semplice inizio di pietà ad essere un riferimento spirituale e sociale”.

Non fu questo, tuttavia, l'unico ostacolo che incontrarono il sacerdote e la sua opera. “Né Roma né Berlino – la Curia da un lato, le SS dall'altro – sopportavano il coraggio di quest'uomo”, spiega l'autore.

“Il mondo era impazzito, e non era male che quel poco di buonsenso e di spirito che rimaneva nel popolo tedesco si rifugiasse a Schönstatt per rafforzarsi”, aggiunge.

Libero in carcere e nel campo di concentramento

Il racconto continua spiegando la diffusione del Movimento di Schönstatt in vari Paesi, parallela all'arresto del suo fondatore e alla sua successiva condanna ad essere internato nel campo di concentramento di Dachau.

Delle settimane in carcere si dice: “Non sarebbe mai stato più schiavo che in quei momenti di angoscia in prigione, e tuttavia non si sarebbe mai più sentito libero come in quel momento di disporre delle sue emozioni, delle sue decisioni interiori e dell'atteggiamento con cui risolveva qualsiasi incertezza”.

Con le parole di padre Kentenich, “non mi sono sentito abbandonato neanche per un minuto della mia prigionia”.

Sui quasi tre anni trascorsi a Dachau, il libro sottolinea come scrivesse libri ed esortasse e consigliasse gli altri prigionieri.

“Questo campo di concentramento deve diventare il campo della discordia, per cui non c'è niente di meglio che affidarlo alle mani della Vergine”, diceva il prigioniero numero 29392.

“Lo spirito del campo di concentramento è quello di cui deve rivestirsi il vero cristiano – segnalò uscendo da quella esperienza –. Non ho mai scoperto con tanta potenza la protezione di Maria, la Madre”.

Bandito dall'Europa

In seguito procedettero sia la diffusione del Movimento in tutto il mondo che l'opposizione di alcuni settori della Chiesa, al punto che il Vaticano lo esortò ad abbandonare l'Europa.

La biografia ricorda come padre Kentenich obbedì serenamente a quest'ordine, rimanendo esiliato a Milwaukee, negli Stati Uniti, per quasi 14 anni.

Dopo quel periodo, Papa Paolo VI lo dichiarò libero e poté tornare in Germania, dove portò avanti la sua attività fino al momento della morte. Sulla sua tomba figurano due parole: “Dilexit Ecclesiam”, “Amò la Chiesa”.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]




Invia ad un amico | stampa questo articolo | commenta questo articolo

torna su


Italia


"Se la vita si rianima"
Un libro di cronache di bioetica e speranza dall'ospedale di Eluana
di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Tra i tanti incontri e le numerose iniziative in ricordo di Eluana Englaro, spicca la presentazione del libro ''Se la vita si rianima. Cronache di bioetica e speranza dall'ospedale di Eluana'', edito dalla Ares e scritto da Giuseppe Baiocchi, giornalista e scrittore, e Patrizia Fumagalli, dirigente medico di primo livello nel reparto di Neurorianimazione dell'ospedale di Lecco.

Il libro affronta il tema attualissimo del valore della vita soprattutto quando sono presenti malattia e grave disabilità, raccontando cosa accade nella corsia di un reparto di rianimazione.

Nella prefazione al volume, Giancarlo Cesana chiede: "Se la vita si rianima; se un malato dichiarato in stato vegetativo persistente inaspettatamente si risveglia; se una persona gravemente menomata scopre di poter vivere un'esistenza normale e stranamente felice: se accade ciò, noi siamo pronti ad accettarlo?".

Gli autori spiegano nella premessa che "rianimazione, per la lingua italiana, è uno splendido termine che significa restituzione e ripresa di vitalità, di animazione, di fiducia, di coraggio...", ma nel logorio del linguaggio comune questo termine ha finito per associarsi quasi esclusivamente a un senso prevalente di sconfitta, di anticamera della fine, di tempio appartato dove si compiono i riti misterici di una scienza sempre meno traducibile al comune sentire.

Dietro al vetro opaco o alla porta di un reparto di rianimazione, precisano gli autori, "si muove una affiatata comunità di lavoro che conquista di frequente guarigioni impensate, che allevia la sofferenza della vita in declinare, che accompagna con decoro il passaggio della morte, che, nel caso, compie la rispettosa procedura del prelievo degli organi per la donazione".

Il libro racconta di "quell'ospedale di Lecco dove, in una fredda notte di gennaio, arrivò, ferita, una giovane di nome Eluana Englaro..." e riflette sull'impegno di giorno e di notte, tutti i giorni e tutte le notti, dei medici e del personale sanitario che è ben consapevole "che ogni persona è unica e irripetibile e per ognuna c'è un tragitto peculiare da seguire nel vincolo di Ippocrate e nel possibile supplemento di umanità".

Cesana ricorda nella prefazione che gli ospedali sono nati all'inizio del Medioevo e non "perché si sapessero curare le malattie", visto che "fino all'inizio del secolo scorso le possibilità di trattamento erano risibili".

Gli ospedali sono nati per "ospitare", per accogliere e assistere gli uomini e le donne in difficoltà, colpiti dalla sventura, in cui spesso malattia e miseria facevano tutt'uno.

"Con la Risurrezione di Cristo - ha sottolineato Cesana -, la morte, di cui la malattia era massimo presagio, non era più l'ultima parola sulla vita, ma la certezza - o la speranza, che è lo stesso - della vittoria della vita era diventata dominante. Malattia e morte non avevano perduto il loro carico di dolore e di spavento, ma si potevano affrontare. Di più: erano partecipazione alla sofferenza salvatrice di Cristo".

"Il merito di questo libro - ha concluso Cesana - è di mostrare come la potenza medica, pur migliorando non poco l'esistenza, non sposti di una virgola il problema originale. Proprio laddove l'intervento è più sofisticato, per le caratteristiche di urgenza e gli strumenti utilizzati, è anche richiesta l'ostinazione della assistenza, spesso contro ogni immediata evidenza".

Il libro "Se la vita si rianima" verrà presentato a Lecco martedì 9 febbraio alle ore 21.00 nell'Auditorium Casa dell'Economia, in via Tonale 30.

A presentare il testo ci saranno il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, il prof. Giancarlo Cesana, Presidente della Fondazione Irrccs Ca' Granda - Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, il prof. Biagio Allaria, direttore del board scientifico di Medical Evidence Italia, e Marco Tarquinio, direttore di ''Avvenire'', che modererà l'incontro.

L'iniziativa è stata sostenuta anche dal Centro Culturale Alessandro Manzoni e dall'Associazione Liberi di educare - Liberi di costruire, così come dalla FederVita Lombardia, con il concorso particolare del Movimento per la Vita di Lecco.

Invia ad un amico | stampa questo articolo | commenta questo articolo

torna su


Come essere cristiani responsabili nella gestione della città
Monsignor Angelo Casile indica la strada della Dottrina sociale
di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Quale aiuto può dare una scuola sulla dottrina sociale della Chiesa a un territorio? Quali sono i compiti della scuola che oggi inauguriamo? Come formare i cristiani ad essere buoni cittadini?

A queste domande ha risposto monsignor Angelo Casile, direttore dell'Ufficio Nazionale per i Problemi Sociali e il Lavoro della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), inaugurando la scuola diocesana sulla Dottrina sociale della Chiesa che si è aperta a Ugento, in provincia di Lecce, il 5 febbraio scorso.

Nell'illustrare l'itinerario di formazione sulla Dottrina sociale della Chiesa per rendere i cristiani partecipi e responsabili della costruzione e della gestione della città, il direttore dell'Ufficio della CEI ha indicato tre strumenti: la Bibbia, l'enciclica Caritas in veritate e il Compendio della dottrina sociale della Chiesa.

"Un primo compito, che scaturisce dal nostro essere Chiesa, è quello di evangelizzare", ha spiegato.

Per questo motivo "è importante cogliere e aiutare gli altri a cogliere ciò che il Vangelo ha da dire per ogni momento dell'esistenza dell'uomo" e non si può "annunciare e vivere il Vangelo della speranza, sempre senza la fede in Dio".

Per rimanere sereni anche davanti ad uno scenario apocalittico di crisi, monsignor Casile ha ricordato che "nella notte e nel buio dell'attuale crisi, non solo economica, il nostro compito di cristiani, che vivono nelle città degli uomini, è di annunciare e vivere il Vangelo della speranza e della fiducia nel Signore, che non ci abbandona mai".

Ha poi ricordato che Sant'Agostino, ai cristiani che si lamentavano del difficile momento storico che vivevano, rispondeva: "Voi dite: I tempi sono cattivi; i tempi sono pesanti; i tempi sono difficili. Vivete bene, e muterete i tempi" (Discorsi, 311,8).

Per questo motivo, ha sottolineato monsignor Angelo Casile, "viviamo bene la nostra fede ogni giorno e allora i tempi saranno migliori. Viviamo bene la nostra fede e le nostre città riprenderanno ad avere un anima".

"A noi - ha confessato il direttore dell'Ufficio della CEI - che spesso siamo indaffarati nel trovare le risposte, senza fiato nel trovare soluzioni, triturati dall'affanno del fare, ingabbiati in progetti un po' ‘arrugginiti' arriva in dono la parola del Santo Padre fondata sul Vangelo, che dona respiro ai nostri cuori, perché senza negare nulla all'agire dell'uomo lo richiama al suo stesso cuore, all'essenziale, a Dio, Amore eterno e Verità assoluta".

Per comprendere i compiti contenuti nell'enciclica monsignor Casile ha sottolineato che "la Caritas in veritate ci sollecita a portare ‘l'annuncio della verità dell'amore di Cristo nella società', far brillare la bellezza del Vangelo, far risplendere attraverso la dottrina sociale della Chiesa la verità dell'amore di Dio per ogni uomo".

Riprendendo il Salmo 127 monsignor Casile ha ricordato che è impossibile costruire la casa senza l'aiuto di Dio, per questo motivo nell'enciclica Benedetto XVI ci ricorda che "senza Dio l'uomo non sa dove andare", sperimenta la povertà della solitudine ed è incapace di svilupparsi "con le sole proprie forze".

Ma Dio, in Gesù Cristo, ama ogni uomo e "pronuncia il più grande 'sì' all'uomo" e lo invita ad "aprirsi alla vocazione divina per realizzare il proprio sviluppo" nella quotidianità della vita.

Secondo monsignor Casile l'indicazione di Papa Paolo VI, nella Lettera enciclica Populorum progressio sullo sviluppo dei popoli (26 marzo 1967), in cui parlava di vocazione allo sviluppo ha trovato piena accoglienza in Benedetto XVI che sottolinea come "il progresso è, nella sua scaturigine e nella sua essenza, una vocazione".

"Occorre intendere il progresso dell'uomo e quindi la sua vocazione - ha aggiunto monsignor Casile - non solo come sviluppo di particolari abilità, ma come sviluppo integrale dell'uomo, ‘promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo, piena accoglienza del Vangelo di Gesù, che' rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo".

Perchè Gesù, come riportato dalla Gaudium et Spes "ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo".

Il direttore dell'Ufficio della CEI ha concluso affermando che "siamo chiamati da Dio a rispondergli ogni giorno e ad aiutare gli altri a rispondere, a vivere la carità nella verità, a riconoscere il vero, a gioire del bello e a godere del buono".

Invia ad un amico | stampa questo articolo | commenta questo articolo

torna su


Interviste


Cresce la devozione per gli angeli custodi
Intervista al fondatore dell'Associazione Milizia di San Michele Arcangelo
di Antonio Gaspari

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Seppure l'esistenza, la presenza e la realtà degli angeli custodi sia espressa chiaramente nelle Sacre Scritture e nella tradizione millenaria della Chiesa, la devozione agli angeli, soprattutto nel periodo post-conciliare è stata banalizzata e addirittura respinta.

Nel mondo secolarizzato gli angeli sono addirittura diventati oggetto di spiritualismo, irenismo e la loro banalizzazione ha preso piede anche all'interno dei movimenti "new age".

Per far conoscere la realtà angelica, il loro ruolo nella realtà, nella tradizione e nella devozione cattolica, don Marcello Stanzione, parroco dell'Abbazia di santa Maria Nova nel comune di Campagna (SA) ha rifondato l'Associazione Milizia di San Michele Arcangelo, e ogni anno organizza un convegno internazionale e pubblica libri sull'argomento.

Uno dei suoi ultimi volumi si intitola proprio "Invito alla devozione degli angeli custodi" (Edizioni Villadiseriane).

Per approfondire la conoscenza degli angeli custodi e della loro devozione, ZENIT lo ha intervistato.

Chi sono gli angeli custodi? Esistono veramente?

Don Marcello: Sono una particolare categoria di creature di Dio, spiriti incorporei che hanno il compito di proteggere singolarmente ogni individuo. Ci sono diverse categorie di angeli che hanno differenti mansioni. Per esempio gli angeli del Padre, gli angeli del Figlio, gli angeli dello Spirito Santo e gli angeli della Madonna. Vi sono poi, ad esempio, gli angeli che reggono gli elementi del cosmo. Gli angeli esistono veramente perché lo afferma Gesù Cristo, lo ribadisce il Magistero della Chiesa, tutta la Tradizione teologia e, a livello logico-razionale, sono uno degli anelli della Creazione, insieme al regno minerale, vegetale, animale ed umano.

Eppure dopo il Concilio Vaticano II, soprattutto nel Catechismo scritto dalla Chiesa olandese si negava l'esistenza degli angeli custodi. Che cosa dicono le Sacre Scritture a proposito? E la Tradizione?

Don Marcello: Come ho sempre ribadito, l'infiltrazione teologica post- conciliare di alcuni professori "del Reno" che hanno protestantizzato la teologia cattolica ha portato alla marginalizzazione, se non addirittura, all'irrisione di alcuni temi specifici del cattolicesimo come ad esempio il Purgatorio e gli angeli, sia dei buoni che dei cattivi. Quasi ogni pagina della Bibbia parla degli angeli che non sono metafore ma persone reali, dotate di anima e di intelligenza. La Tradizione che conta è quella dei santi e gli angeli sono presenti in quasi tutte le agiografie dei mistici più importanti (San Giovanni della Croce, Santa Teresa d'Avila, santa Francesca Romana, san Pio da Pietrelcina, santa Faustina Kowalska, san Josémaria Escrivà de Balaguer...).

Perché il Signore ha creato gli angeli custodi? Quali sono i loro compiti?

Don Marcello: Siccome la vita sulla terra è esposta a gravi pericoli, sia per il corpo che per l'anima, e tutte le persone importanti hanno una scorta o delle guardie del corpo, siccome noi siamo importantissimi per Dio, il Signore ci ha messo a fianco uno Spirito celeste che, come dice la famosa preghiera "Angele Dei" ci illumina, ci custodisce, ci regge e ci conduce alla salvezza del Paradiso.

Come e quando è nata la festa degli angeli custodi?

Don Marcello: Il Vescovo di Rodez François d'Estaing aveva una particolare devozione verso gli angeli custodi e, dopo molte prove, contrasti e sofferenze, riuscì a far approvare dal papa Leone X, nel 1518, la Festa degli angeli Custodi da solennizzare il 2 ottobre che, allora, era il primo giorno libero dopo la Festa di San Michele.

In che modo ogni persona può e deve riferirsi al suo angelo custode?

Don Marcello:  San Bernardo, nel XII secolo,a riguardo degli Spiriti celesti,  parla di "riverenza per la persona; devozione per la benevolenza; fiducia per la custodia".

Può indicarci qualche gruppo o associazione cattolica promotrice della devozione agli angeli e alla pratica della pietà angelica?

Don Marcello: In Francia vi è l'Associazione dei Santi angeli Custodi, con sede centrale a Lione, ed è animata, fin dal 1891 dai Chierici regolari di San Viatore. Essa edita una rivista periodica mensile intitolata L'Angelo Custode, per averla si può scrivere a 21, montée saint.Laurent 60005 Lyon (F). vi è poi l'Opus Angelorum, fondato il 26 aprile 1949, in Austria da Gabriella Bitterlich. La sede italiana è a Roma in Via Antonio Musa, 8. Telefono 06-8968450 oppure 06-44251479. Vi è poi, la Confraternita di San Michele Arcangelo al Monte Gargano, attualmente guidata dai Padri Micaeliti polacchi. Infine, a Roma, vi è la Pia Unione di San Michele Arcangelo, che ha la propria sede presso la Collegiata di Sant'Angelo in Pescheria, al Portico di Ottavia, attualmente guidata dai Padri Caracciolini. Per chi volesse informazioni sulla Milizia di san Michele Arcangelo di cui sono l'Assistente Spirituale, può scrivere a Parrocchia Santa Maria La Nova 84022 Campagna (SA).

Invia ad un amico | stampa questo articolo | commenta questo articolo

torna su


"La pittura porta a Dio"
Ritratti d'autore di Mario Dal Bello

di Marialuisa Viglione

ROMA, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Mario Dal Bello, critico d’arte e di spettacolo, ha appena pubblicato un volume dal titolo Mario Dal Bello: Ritratti d‘autore. Figure della pittura europea da Duccio a RothkoMario Dal Bello: (Città nuova), che riunisce delle riflessioni sui più importanti pittori degli ultimi 800 anni.

ZENIT lo ha intervistato.

Cos’è l’ispirazione artistica?

Mario Dal Bello: Un dono di Dio.

Cos’è l’arte per lei?

Mario Dal Bello: Espressione della ricerca della bellezza che c’è in ogni uomo. Ricerca di eternità, immortalità. I più grandi capolavori parlano di Dio.

Come nasce questo libro?

Mario Dal Bello: Dall’amicizia di tutta una vita con questi artisti. Arrivo da Asolo in provincia di Treviso e da bambino conoscevo la pittura veneta, che mi ha fatto innamorare della bellezza: Tiziano, Giorgione, Bassano, Canova. Molti si convertono per un quadro. La pittura porta a Dio.

Il suo quadro preferito?

Mario Dal Bello: Uno dei quadri di El Greco a New York, la veduta di Toledo. Straordinario.

Come può parlare di Dio l’arte astratta? Dio è incarnazione.

Mario Dal Bello: L’arte bizantina è astratta, le figure sono immateriali.

Lei fa descrizioni appassionate di quadri importanti. Descrizioni che partono da un’emozione, dal cercare di capire perché quel quadro è passato alla storia. A cosa serve il suo libro?

Mario Dal Bello: Vogliono essere riflessioni che accompagnano gli appassionati a scoprire la bellezza. E la bellezza, essendo un trascendentale, una proprietà di Dio, aiuta a essere migliori.

Il primo pittore di cui lei parla è Duccio. Perché Duccio ha fatto così tanti quadri su Maria?

Mario Dal Bello: I pittori dipingevano su commissione. Siena era sotto la protezione di Maria. Quindi lui dipingeva per la devozione pubblica e privata. Le sue Madonne, rispetto a quelle dell’epoca, rivelano un senso di tenerezza, anche se i modelli sono bizantini. Lui ci aggiunge umanità e tenerezza nei rapporti col figlio, per questo piace molto.

E poi subito dopo c’è Giotto. Quali novità introduce?

Mario Dal Bello: Apre all’umanesimo. Dio è rappresentato secondo le raffigurazioni tradizionali, Onnipotente e Giudice. Nella controfacciata della Cappella degli Scrovegni, nel Giudizio Universale, Gesù giudice è forte e nello stesso tempo dolce. È il divino che si incarna. E come nel racconto di San Matteo alla sua destra ci sono i buoni, e alla sinistra i cattivi. Il Giudizio Universale è rappresentato sempre così nell’iconografia occidentale e nei mosaici.

Michelangelo mette in basso i cattivi e in alto i buoni?

Mario Dal Bello: Anche Michelangelo nella Cappella Sistina - Giudizio Universale - mette alla destra i buoni che salgono, e alla sinistra i cattivi che scendono.

Masaccio come si pone come artista?

Mario Dal Bello: Continua il lavoro di Giotto. Nell’opera di Masaccio protagonista è l’uomo, che ha una grande dignità perché è figlio di Dio. Nella Cappella Brancacci a Firenze, l’uomo è grande anche nella sventura. Adamo e Eva cacciati dal Paradiso hanno forme fisiche forti: rimangono figli di Dio, pur nella colpa.

Il fiammingo Jan Van Dick, come avvicina gli uomini a Dio?

Mario Dal Bello: E’ un fiammingo, siamo nell’Europa cristiana del 1400. Nel suo polittico dell’Agnello Mistico a San Bovone a Gang, fa un riassunto della Storia biblica. Avvicina gli uomini a Dio raccontando la Bibbia. Rappresenta una grande processione di Papi, santi Martiri, beati, vescovi, imperatori, mercanti, pezzenti, gente comune dell’epoca, tutti ad adorare l’Agnello mistico.

Piero della Francesca parla di Dio?

Mario Dal Bello: Contempla il divino. Nella Madonna con il Bambino e i Santi (a Brera), incompiuto, la Madonna è sotto una grande nicchia. Tutti sono assorti. E’ una scena molto intima, interiorizzata. E’ la contemplazione dell’eterno.

Le Madonne di Leonardo cosa hanno di nuovo?

Mario Dal Bello: La Vergine delle rocce, che è l’immacolata concezione, è la Vergine in ginocchio, dietro una nicchia, rappresentata dalla natura, il creato, opera di Dio. C’è la presenza di Dio nella natura. La Vergine ha un atteggiamento misterioso: fa parte del mistero dell’incarnazione.

Raffaello è il pittore delle Madonne per eccellenza?

Mario Dal Bello: Nella tradizione figurativa cattolica sì. E’ il pittore degli affetti. Non ritrae una persona reale. Reale è l’amore che Maria ha per suo figlio. L’affetto materno che si vede subito, è immediato e popolare.

Michelangelo e il suo tempo?

Mario Dal Bello: Si è formato in pieno Rinascimento. Ha un’immagine idealizzata dell’uomo. E riprende le statue greche nei suoi nudi. La perfezione esteriore raffigura la perfezione dell’anima. Questo secondo Platone, molto di moda all’epoca. Nella Cappella Sistina è il pittore dell’antico Testamento della Genesi. Dio è l’onnipotente. Le forme sono gigantesche, forti. Dio è più grande dell’uomo e lo schiaccia. Michelangelo finisce la vita disegnando Pietà e crocifissioni e muore facendosi leggere la Passione di Cristo.

La religiosità di El Greco?

Mario Dal Bello: E’ un pittore mistico. Siamo nella Spagna di fine '500 inizio '600, di Santa Teresa D’Avila e di San Giovanni della Croce. E quindi nei suoi quadri si nota questa tendenza al misticismo, all’esperienza soprannaturale. Allunga le figure, i colori sono irreali. Coglie ciò che c’è nell’anima.

Velasquez esprime la stessa religiosità?

Mario Dal Bello: Va meno in profondità. E’ un grande illustratore di scene sacre. A Roma abbiamo il suo ritratto di Papa Innocenzo X, alla Galleria Doria Pamphilj.

Rembrandt, protestante, è un grande pittore della Bibbia?

Mario Dal Bello: E’ insieme a El Greco e Michelangelo intimamente religioso. Protestante, nutrito della Bibbia, a contatto con il mondo ebraico (a Amsterdam viveva nel quartiere ebraico), ha dipinto soprattutto storie dell’Antico testamento.

Tiziano?

Mario Dal Bello: Eclettico, alla corte del re di Spagna, dipinge soprattutto alla fine della vita crocifissioni e incoronazioni di spine.

A rappresentare il mondo moderno ha scelto Picasso. Questo perché ha dipinto un Cristo?

Mario Dal Bello: No, si può dipingere arte sacra senza avere fede. Rappresenta bene il XX secolo, l’uomo spezzato, in un incubo, senza Dio, e quindi distrutto.

E Rochtko che fa pittura astratta?

Mario Dal Bello: Non è cattolico, ma ricerca un Dio, ricerca l’assoluto. Anche questa sua volontà di creare una cappella per mettere i quadri e tutte le espressioni di fede fa parte del suo bisogno di infinito. Ricerca il senso dell’esistenza, soprattutto dopo la morte. Vuole un rapporto con un essere superiore.

Invia ad un amico | stampa questo articolo | commenta questo articolo

torna su


Documenti


Discorso del Papa alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo lunedì da Benedetto XVI nel ricevere in udienza in Vaticano i partecipanti alla XIX Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia, che si svolge dal 8 al 10 febbraio sul tema dei diritti dell’infanzia, nel XX anniversario della Convenzione Internazionale sulle misure a tutela del bambino, adottata dalle Nazioni Unite il 20 novembre 1989.




* * *

Signori Cardinali,

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

cari fratelli e sorelle!

All’inizio della XIX Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia, sono lieto di accogliervi con il mio cordiale benvenuto! Tale momento istituzionale vede quest’anno il vostro Dicastero particolarmente rinnovato non soltanto nel Cardinale Presidente e nel Vescovo Segretario, ma anche in alcuni Cardinali e Vescovi del Comitato di Presidenza, in taluni Officiali e coniugi Membri, come pure in numerosi Consultori. Mentre ringrazio di cuore quanti hanno concluso il proprio servizio al Pontificio Consiglio e coloro che tuttora vi prestano la loro preziosa opera, invoco su tutti copiosi doni dal Signore. Il mio grato pensiero va, in particolare, al defunto Cardinale Alfonso López Trujillo, che per ben 18 anni ha guidato il vostro Dicastero con appassionata dedizione alla causa della famiglia e della vita nel mondo di oggi. Desidero, infine, manifestare al Cardinale Ennio Antonelli le espressioni della mia viva gratitudine per le cordiali parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi, e per aver voluto illustrare i temi di questa importante Assemblea.

La presente attività del Dicastero si colloca tra il VI Incontro Mondiale delle Famiglie, celebratosi a Città del Messico nel 2009, e il VII, in programma a Milano nel 2012. Mentre rinnovo la mia riconoscenza al Cardinale Norberto Rivera Carrera per il generoso impegno profuso dalla sua Arcidiocesi per la preparazione e la realizzazione dell’Incontro del 2009, esprimo fin d’ora la mia affettuosa gratitudine alla Chiesa Ambrosiana e al suo Pastore, il Cardinale Dionigi Tettamanzi, per la disponibilità a ospitare il VII Incontro Mondiale delle Famiglie. Oltre alla cura di tali eventi straordinari, il Pontificio Consiglio sta portando avanti varie iniziative per far crescere la consapevolezza del fondamentale valore della famiglia per la vita della Chiesa e della società. Tra queste si collocano il progetto "La famiglia soggetto di evangelizzazione", con cui si vuole predisporre una raccolta, a livello mondiale, di valide esperienze nei diversi ambiti della pastorale familiare, perché servano di ispirazione ed incoraggiamento per nuove iniziative; e il progetto "La famiglia risorsa per la società", con cui si intende porre in evidenza presso l’opinione pubblica i benefici che la famiglia reca alla società, alla sua coesione ed al suo sviluppo.

Un altro importante impegno del Dicastero è l’elaborazione di un Vademecum per la preparazione al Matrimonio. Il mio amato Predecessore, il venerabile Giovanni Paolo II, nell’Esortazione apostolica Familiaris consortio affermava che tale preparazione è "più che mai necessaria ai giorni nostri" e "comporta tre principali momenti: uno remoto, uno prossimo e uno immediato" (n. 66). Riferendosi a tali indicazioni, il Dicastero si propone di delineare convenientemente la fisionomia delle tre tappe dell’itinerario per la formazione e la risposta alla vocazione coniugale. La preparazione remota riguarda i bambini, gli adolescenti e i giovani. Essa coinvolge la famiglia, la parrocchia e la scuola, luoghi nei quali si viene educati a comprendere la vita come vocazione all’amore, che si specifica, poi, nelle modalità del matrimonio e della verginità per il Regno dei Cieli, ma è sempre vocazione all'amore. In questa tappa, inoltre, dovrà progressivamente emergere il significato della sessualità come capacità di relazione e positiva energia da integrare nell’amore autentico. La preparazione prossima riguarda i fidanzati e dovrebbe configurarsi come un itinerario di fede e di vita cristiana, che conduca ad una conoscenza approfondita del mistero di Cristo e della Chiesa, dei significati di grazia e di responsabilità del matrimonio (cfr ibid.). La durata e le modalità di attuazione saranno necessariamente diverse secondo le situazioni, le possibilità e i bisogni. Ma è auspicabile che si offra un percorso di catechesi e di esperienze vissute nella comunità cristiana, che preveda gli interventi del sacerdote e di vari esperti, come pure la presenza di animatori, l’accompagnamento di qualche coppia esemplare di sposi cristiani, il dialogo di coppia e di gruppo e un clima di amicizia e di preghiera. Occorre, inoltre, porre particolare cura perché in tale occasione i fidanzati ravvivino il proprio rapporto personale con il Signore Gesù, specialmente ascoltando la Parola di Dio, accostandosi ai Sacramenti e soprattutto partecipando all’Eucaristia. Solo ponendo Cristo al centro dell’esistenza personale e di coppia è possibile vivere l’amore autentico e donarlo agli altri: "Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla" ci ricorda Gesù (Gv 15,5). La preparazione immediata ha luogo in prossimità del matrimonio. Oltre all’esame dei fidanzati, previsto dal Diritto Canonico, essa potrebbe comprendere una catechesi sul Rito del matrimonio e sul suo significato, il ritiro spirituale e la cura affinché la celebrazione del matrimonio sia percepita dai fedeli e particolarmente da quanti vi si preparano, come un dono per tutta la Chiesa, un dono che contribuisce alla sua crescita spirituale. E’ bene, inoltre, che i Vescovi promuovano lo scambio delle esperienze più significative, offrano stimoli per un serio impegno pastorale in questo importante settore e mostrino particolare attenzione perché la vocazione dei coniugi diventi una ricchezza per l’intera comunità cristiana e, specialmente nel contesto attuale, una testimonianza missionaria e profetica.

La vostra Assemblea Plenaria ha per tema: "I diritti dell’Infanzia", scelto con riferimento al XX anniversario della Convenzione approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU, nel 1989. La Chiesa, lungo i secoli, sull’esempio di Cristo, ha promosso la tutela della dignità e dei diritti dei minori e, in molti modi, si è presa cura di essi. Purtroppo, in diversi casi, alcuni dei suoi membri, agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato tali diritti: un comportamento che la Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e di condannare. La tenerezza e l’insegnamento di Gesù, che considerò i bambini un modello da imitare per entrare nel regno di Dio (cfr Mt 18,1-6; 19,13-14), hanno sempre costituito un appello pressante a nutrire nei loro confronti profondo rispetto e premura. Le dure parole di Gesù contro chi scandalizza uno di questi piccoli (cfr Mc 9,42) impegnano tutti a non abbassare mai il livello di tale rispetto e amore. Perciò anche la Convenzione sui diritti dell’infanzia è stata accolta con favore dalla Santa Sede, in quanto contiene enunciati positivi circa l’adozione, le cure sanitarie, l’educazione, la tutela dei disabili e la protezione dei piccoli contro la violenza, l’abbandono e lo sfruttamento sessuale e lavorativo.

La Convenzione, nel preambolo, indica la famiglia "quale ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli". Ebbene, è proprio la famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, l’aiuto più grande che si possa offrire ai bambini. Essi vogliono essere amati da una madre e da un padre che si amano, ed hanno bisogno di abitare, crescere e vivere insieme con ambedue i genitori, perché le figure materna e paterna sono complementari nell’educazione dei figli e nella costruzione della loro personalità e della loro identità. E’ importante, quindi, che si faccia tutto il possibile per farli crescere in una famiglia unita e stabile. A tal fine, occorre esortare i coniugi a non perdere mai di vista le ragioni profonde e la sacramentalità del loro patto coniugale e a rinsaldarlo con l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera, il dialogo costante, l’accoglienza reciproca ed il perdono vicendevole. Un ambiente familiare non sereno, la divisione della coppia dei genitori, e, in particolare, la separazione con il divorzio non sono senza conseguenze per i bambini, mentre sostenere la famiglia e promuovere il suo vero bene, i suoi diritti, la sua unità e stabilità è il modo migliore per tutelare i diritti e le autentiche esigenze dei minori.

Venerati e cari Fratelli, grazie per la vostra visita! Sono spiritualmente vicino a voi e al lavoro che svolgete in favore delle famiglie ed imparto di cuore a ciascuno di voi e a quanti condividono questo prezioso servizio ecclesiale la Benedizione Apostolica.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]

Invia ad un amico | stampa questo articolo | commenta questo articolo

torna su


Intervento della Santa Sede sulla promozione di un'autentica integrazione sociale
All'ONU, alla 48° sessione dell'Ecosoc

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l'intervento pronunciato il 4 febbraio a New York dall'Arcivescovo Celestino Migliore, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite, in occasione della 48° sessione della Commissione per lo Sviluppo Sociale del Consiglio Economico e Sociale dell'Onu (Ecosoc) sul tema dell'integrazione sociale.




* * *

Signor Presidente,

A nome della mia Delegazione desidero esprimere a lei e al Bureau i migliori auguri per una sessione feconda sul tema prioritario di quest'anno, «Promuovere l'integrazione sociale», e attendo con piacere di lavorare con i membri e le altre parti interessate per affrontare le pressanti sfide dell'integrazione sociale.

Da oltre vent'anni, ormai, la comunità umana sta vivendo e interagendo nel contesto della cosiddetta globalizzazione della società. E tuttavia, la «società  sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli»  (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 19). Tutti i responsabili della promozione dell'integrazione sociale e della coesione sanno fin troppo bene che non possono essere ottenute per mezzo di una semplice, seppure indispensabile, combinazione di buone leggi e di misure sociali e incentivi. C'è sempre il bisogno di andare oltre e prendere in considerazione il bene integrale della persona umana nelle sue diverse dimensioni, compresa quella spirituale.

In un mondo afflitto dalle grandi difficoltà della crisi economica e finanziaria, le deliberazioni sulla promozione dell'integrazione sociale devono tener conto del suo collegamento con lo sradicamento della povertà e la piena occupazione, che comprende un lavoro dignitoso per tutti.

Anche se il sistema finanziario sembra riacquistare stabilità e l'aumento della produzione in alcuni settori è segno di una ripresa economica, in molti luoghi il livello di disoccupazione continua a peggiorare.

In questo contesto, al fine di promuovere la crescita economica e sociale, insieme all'occupazione, sembra che gli schemi di consumo dovrebbero concentrarsi sui beni e i servizi relazionali che favoriscono un maggiore legame tra le persone. Investendo nei beni relazionali, come l'assistenza medica, l'educazione, la cultura, l'arte, lo sport — tutte cose che sviluppano la persona ed esigono un'interazione umana unica piuttosto che una produzione meccanica — lo Stato, attraverso gli interventi pubblici, affronterebbe la questione dello sviluppo alla radice, favorendo al contempo l'occupazione e lo sviluppo a lungo termine.

Lo sviluppo e l'integrazione sociale non si realizzeranno soltanto attraverso soluzioni tecnologiche, poiché riguardano principalmente le relazioni umane.

Concentrarsi sulle relazioni umane esige un'apertura alla vita che è un contributo positivo allo sviluppo sociale ed economico. In questa luce, troppo spesso la crescita demografica è vista come causa della povertà mentre invece è un mezzo per superarla, poiché solo nella forza lavoro si può trovare la soluzione alla povertà. È pertanto indispensabile che i Paesi concentrino i loro sforzi sulla ricerca di modi e mezzi per far sì che le persone ricevano la necessaria preparazione, formazione ed educazione affinché l'ingegno umano possa essere utilizzato in un modo che promuova lo sviluppo e i diritti umani. Similmente, laddove i tassi di crescita economica sono diminuiti, le risposte non stanno nel cercare di chiudere la società agli altri e nel fare pressione per una diminuzione della popolazione, bensì nel creare una società che sia aperta alla vita e la incoraggi. Promuovere la vita e la famiglia e trovare modi per integrare il contributo di tutte le persone permetterà alle società di realizzare il loro pieno potenziale e ottenere lo sviluppo.

Per questa ragione la famiglia occupa un posto centrale. La famiglia è il primo contesto in cui i bambini acquisiscono certe capacità, atteggiamenti e virtù che li preparano come forza lavoro e quindi permettono loro di contribuire alla crescita economica e allo sviluppo sociale. L'educazione e la formazione sono un investimento a lungo termine. Ciò esige che le politiche che promuovono la famiglia non si basino solo sulla ridistribuzione, ma soprattutto sulla giustizia e sull'efficienza, e che si assumano la responsabilità delle necessità economiche e del giusto trattamento fiscale delle famiglie.

Signor Presidente, mentre promoviamo l'integrazione sociale nel mondo attuale, non possiamo ignorare la crescente attenzione che occorre rivolgere alla migrazione, e in particolare alla migrazione irregolare.

Sempre più spesso si osservano intolleranza e attriti reciproci tra i cittadini e i nuovi arrivati nei paesi in cui vi è un'immigrazione intensa. Questo fenomeno esige una grande attenzione per i due percorsi dell'accettazione dei migranti e del rispetto della legge, nei quali si possono trovare le soluzioni al problema. Anche in questo campo l'integrazione e la coesione sociale sono i parametri che ci consentono di trovare soluzioni adeguate alle complesse questioni legate all'immigrazione.

L'integrazione richiede molto tempo e generalmente viene realizzata nelle generazioni successive. Si fonda sulla premessa di una visione proattiva della cittadinanza nazionale e dei meccanismi di interazione, che implica il pieno rispetto dei diritti fondamentali di tutti — dei cittadini come pure dei nuovi arrivati — e una cultura di giustizia sociale.

Nei programmi di integrazione sociale, che includono gli sforzi per superare il divario nell'educazione, nell'assistenza sanitaria e nella cura per l'ambiente, un ruolo importante viene svolto dalla società civile e dalle organizzazioni confessionali, poiché contribuiscono ad assicurare il coinvolgimento delle comunità locali e promuovono la cooperazione e la partecipazione di tutti i popoli.



[Traduzione del testo in inglese a cura de L'Osservatore Romano]

Invia ad un amico | stampa questo articolo | commenta questo articolo

torna su



Nessun commento:

Related Posts with Thumbnails